Archive for maggio, 2006


Oggi si parlava di Rivoluzione Francese. Si notava come, negli ambiti più disparati, non riuscissimo a combinare qualcosa di buono, che non giungesse all’eccesso e quindi diventasse dannoso per noi stessi.  Qualche esempio? In ordine cronologico.

-La Riv.Francese diceva: potere decisionale al popolo… benissimo! Ma quando il popolo ha un potere di diritto dopo qualche secolo si dimentica del motivo per cui l’ha ricevuto, e tende a disinteressarsene. Nel 1700 la borghesia sentiva il bisogno fisiologico di avere un ruolo politico perchè effettivamente si interessava di politica (in senso moderno) molto più di quanto facessero i nobili che fino ad allora detenevano il potere. Oggi quanti si interessano criticamente di politica prima di deciderne in merito? Il troppo privilegio ha portato ad una svalutazione dello stesso.

-Nietschze si divertì a minare allegramente l’edificio etico e morale pre-esistente, senza curarsi di costruire qualcosa al suo posto. Questo può andare benissimo, finchè il suddetto edificio è bello imponente e consolidato. Ma un secolo di nichilismo non lo sta forse corrodendo all’estremo? E cosa è stato eretto al suo posto?

-Il consumismo globale positivista è stato una colonna portante del rilancio dopo due guerre mondiali. Il benessere medio è consistentemente aumentato negli anni ’50 e ’60, tanto che ogni familia potesse permettersi, ad esempio, un’automobile ed un televisore. Oggi, dopo 50 anni di usa e getta intensivo, ogni cosa dura il tempo di una moda o di una stagione, salvo poi essere sostituito.

Qual è il denominatore comune di queste dinamiche apparentemente poco legate l’una con l’altra? Quando ci si scorda da dove si è partiti si perde la percezione di quanto in là ci si possa spingere.

People

 

24 anni fa Laszlo Toth (Ungheria 1940 – ) prese a martellate la pietà di Michelangelo urlando di essere Gesù Cristo. Non dimostrò molta coerenza quando, nel processo, ammise di non essere Gesù Cristo, bensì lo stesso Michelangelo. Detenuto in manicomio e rilasciato poco dopo, oggi lo potreste incontrare in Australia, nella sua residenza a Melbourne.

Nelle poche testimonianze visive del suo momento di notorietà, risalta in modo suggestivo la sua somiglianza fisica ad un altro svitatello, il monaco pazzo Rasputin.

Sentiamo parlare ogni giorno di “anarco-insurrezzionalisti”, attribuendogli le ideologie e radici storiche più disparate, generando così una grande confusione ed ignoranza.
Per comprendere meglio dove è nato il pensiero anarchico occorre rivolgere lo sguardo verso la Germania, più precisamente a Berlino, poco prima della metà del 1800. E’ qui che, anni prima di Bakunin e Malatesta, germogliò il seme del pensiero anarchico, attraverso le parole di Max Stirner. Il clima culturale era tutt’altro che favorevole: la filosofia tedesca si cullava ancora nell’ idealismo Hegeliano, la civiltà industriale era agli inizi, la religione manteneva ancora la sua ferma presa su tutto l’occidente. La pubblicazione de “L’Unico e le sue proprietà” nel 1844 generò subito un forte sbigottimento, poi una totale indifferenza, a causa dell’abissale distanza del pensiero estremista di Stirner da quello dei suoi contemporanei. Solo Marx ed Hengels ne terranno conto; forse furono gli unici lungimiranti che compresero subito la portata che avrebbe avuto il messaggio di Stirner nei decenni successivi. La sua professione di totale nichilismo era effettivamente inaccettabile ai più: l’uomo è al di sopra della morale, poiché non esiste morale; l’uomo è al di sopra di Dio, poiché non esiste alcun Dio; l’uomo ha solo il proprio Io, poiché la società stessa, basandosi su illusioni, è anch’essa un mezzo di controllo ed un’illusione. L’inno all’individualismo di Stirner è il più puro e splendente esempio di anarchia cristallina, un egoismo che si spinge all’estremo e concede agli altri solo il suo manifestarsi. “L’unico” era un affronto ai principi artificiali, all’erudizione libresca, ai sistematizzatori occidentali, alla società ordinata. Una contestazione totale, che appare tanto più profetica alla luce di ciò che avverrà nel secolo successivo. L’alienazione dell’uomo post-industriale, il nichilismo di Nietschze, lo stesso movimento anarchico che si ramificherà in tutta Europa all’inizio del secolo. Fino ad arrivare ai giorni nostri, dove una società basata su quei “principi artificiali” di cui parlava “L’unico” tenta di azzerare il pensiero introspettivo e l’individuo. Sopratutto oggi, quindi, possiamo davvero intuire l’eccezionale importanza delle visioni di Max Stirner sul pensiero occidentale. (tratto da "Ricreazione". Mai andato in stampa)

Colgo l’occasione di una mattina libera per segnalare un link molto interessante riguardante il mio modello musicale:

http://www.timbuckley.org/remository/Itemid,210/

Vi troverete una vasta gamma di mp3 scaricabili su bootleg, concerti e rarità di Tim Buckley. Da molti considerato il miglior cantante di tutti i tempi, Buckley visse in California durante la rivoluzione psichedelica. Nonostante il clima di fratellanza e comunione che si respirava intorno a lui, Tim era introverso e poco incline alle tendenze del suo tempo. Per tutta la vita fu perseguitato dalla frustrazione per lo scarso successo di pubblico. Eppure la sua carriera era iniziata in modo molto promettente: scoperto nei primi anni ’60 dall’Elektra, produsse con la famosa casa discografica "Tim Buckley" e "Goodbay and Hello". Sucessivamente, anche grazie alla ‘scoperta’ dell’eroina, gli orizzonti di Tim si aprirono, cominciò a sperimentare e creare un sound molto più lisergico ed introspettivo. Dopo la rottura con l’Elektra, i suoi dischi "Blue Afternoon", "Happy Sad", ma sopratutto i capolavori "Lorca" e "Starsailor" risentono profondamente del viaggio che stava intraprendendo dentro se stesso, alla ricerca di sensazioni eteree e trasognanti. I sovracitati album rispecchiano anche l’interessamento dell’artista per la produzione Jazz contemporanea; proprio il modo innovativo ed inusuale del free-jazz di seguire linee melodiche variabili e l’improvvisazione ispirarono a Tim uno stile di canto sensazionale, sopra le righe, che si libra nell’aria slegandosi profondamente dalla tonalità, diventando un vero e proprio strumento. Nei bootleg del sito linkato si trovano proprio le testimonianze più stupefacenti della sua opera, troppo presto caduta nell’oblio e meritevole di ben altra considerazione. Tra le numerose proposte, mi sento di consigliarvi in particolar modo "Happy Mad".

 

L’amore, Catullo ed i Gun Club

Oggi vorrei farvi conoscere una poesia tra le mie preferite. E’ un componimento di Catullo, autore latino dell’età augustea, da un modello greco di Saffo. Propongo il testo originale in latino, perchè anche chi non conosce la lingua può apprezzarne la grande ritmicità e la forza delle assonanze delle parole.

Ille mi par esse deo videtur,

ille, si fas est, superare divos,

qui sedens adversus identidem te

spectat et audit

dulce ridentem, misero quod omnis

eripit sensus mihi: nam simul te,

Lesbia, aspexi, nihil est super mi

lingua sed torpet, tenuis sub artus

flamma demanat, sonitu suopte

tintinant aures, gemina et teguntur

lumina nocte.

otium, Catulle, tibi molestum est:

otio exsultas nimiumque gestis:

otium et reges prius et beatas

perdidit urbes.

Traduzione mia:  (la ripetizione ossessiva di ille all’inizio dei primi due versi è sintomatica dell’avversione del poeta per il suo rivale in amore) Simile ad un dio, mi pare che sia…anzi, superiore agli stessi dei, se è possibile, colui che sedendo davanti a te (identidem dà proprio l’idea di una durata prolungata all’infinito, insopportabile per il poeta) ti guarda ed ascolta, mentre ridi dolcemente. Ed invece a me misero questa visione sconquassa (da osservare la forza di questo eripit) ogni sensazione! Infatti quando ti guardo, o Lesbia, a me non rimane neppure un filo di voce, la lingua si contorce, tenue fiamma scorre sotto la pelle, le orecchie mi ronzano e gli occhi si coprono di notte. (il testo che segue è di dubbia origine. Forse erroneamente è stato accostato al resto del carme, in quanto l’argomento non appare in evidente nesso logico con il resto del componimento) L’ozio, Catullo, è il tuo punto debole: nell’ozio ti esalti sino a goderne… l’ozio, che Re e città felici ha distrutto.

La poesia parla di Lesbia, la fidanzata del poeta, donna sensuale ed un po’ mignotta. Farà soffrire immensamente Catullo, che però ne è follemente innamorato. Di particolare impatto sono le differenze tra i componimenti legati ai momenti felci dei due amanti, rispetto a quelli della depressione e del travaglio del poeta. Alla seconda categoria appartiene questo, dove Catullo si mostra al lettore in tutta la sua impotenza di fronte alla dirompente forza dell’amore, che non può fare a meno di seguire. La vista di Lesbia con un altro uomo lo sconvolge nell’animo, ed il suo tormento si trasforma in dolore fisico. Ho sempre trovato molto evocativo il nesso che i poeti lirici greci (ed i corrispettivi neoteroi latini come Catullo) sapevano cogliere tra sofferenza mentale e sofferenza fisica. In Catullo come nel suo modello Saffo, così come in molti altri, troviamo le emozioni espresse sotto forma di dolori, forti congestioni, febbre e gola secca. Trovo che sia un modo davvero eccezionale di far entrare il lettore nell’animo del poeta, collegando il proprio travaglio a qualcosa che il lettore possa capire molto bene, come il dolore fisico. L’espediente sarà poi una costante di tutta la poesia d’amore nei secoli a venire. Basti pensare a quante canzoni ancora oggi usano questo parallelismo! Per citare il primo esempio che mi viene in mente, il celebre ritornello di una canzone dei Gun Club, nell’album "Fire of love" (tra l’altro grandissimo disco):

She’s like heroin to me

She’s like heroin to me

She’s like heroin to me

La donna è vista come un’impellenza fisica, come il bisogno fisiologico che ha un eroinomane di farsi una pera. Seppur alla lontana, io intravedo una connessione tra i Gun Club e Catullo (!). Tra l’altro, l’immediatezza della sofferenza fisica descrive in modo esemplare la violenza con cui l’amore può colpirci e distruggerci. Eppure ogni volta, come Saffo e Catullo, ci ricadiamo, anche se sappiamo che soffriremo ancora una volta.

P.s: spesso si tende a creare una immagine mentale della scena evocata da una poesia. In questo caso, sono sempre rimasto convinto che la scena tra Lesbia e Catullo si sia svolta nella sala d’attesa di un medico. Non chiedetemi perchè. Meraviglie dell’inconscio!^^

Lo spirito del 1600, secolo del Barocco, sta tutto nell’altare del Bernini dentro S.Pietro. Imponenza che ispira timore reverenziale. Ornamenti d’oro fastosi, teatrali, magnificenti, volti a distrarci dal nero del marmo. Marmo nero come la peste, nero come la cupezza di un’umanità che ha perso la certezza che tutto giri intorno alla terra. Se perdiamo le poche certezze che avevamo, se non è più vero che l’uomo è al centro dell’universo, ogni altra conoscenza è destinata a diventare effimera ed illusoria. Ma tutto questo possiamo celarlo dietro un’apparenza festosa e roboante. Oro massiccio e marmo nero., gioia e dolore.

Avete mai pensato che gli anni ’80 assomiglino molto al 1600?

.Il secolo precedente era stato eccezionale per l’umanità, che era rifiorita dal medioevo ed innalzato il suo operato fino agli occhi di dio.  Come gli anni ’70 avevano aperto un nuovo orizzonte per l’uomo, una mentalità diversa ed allargata, così il decennio sucessivo fu all’insegna della delusione per la mancata realizzazione degli ideali che si aveva sognato. La fine di un’illusione: così negli anni ’80, così nel barocco.

.Sul fronte politico due forti blocchi si contendevano il mondo. Così nel 1600 nascono gli stati nazionali moderni.

.Ronald Reagan inaugura in America il gusto kitsch: un finto viver bene che nasconde una patina di malinconia. Il lusso per nascondere la tristezza. Oro massiccio e marmo nero.

.Anni ’80 sono sinonimo di nuovi orizzonti economici, soldi facili per tutti. Il 1600 inaugura una stagione di nuove rotte commerciali, che faranno la fortuna di Inghilterra ed Olanda.

E’ curioso vedere come queste due epoche, all’apparenza così distanti, abbiano invece molti punti di contatto. Che sia vero, come ha ipotizzato qualcuno, che la storia sia ciclica?

Esattamente un mese fa si è tenuto l’ultimo faccia-a-faccia televisivo tra i candidati premier, degna conclusione della campagna elettorale più becera e squallida del dopoguerra. Quando spensi la tv, riducendo ad un puntino il dito promettente ed incalzante che mi avrebbe magicamente tolto la tassa sulla prima casa, ho realizzato che:

.Il politico deve il suo successo a quanti più voti riesce a raccogliere. Questo vuol dire che, per guadagnarsi più voti possibilie, deve piacere a più persone possibile.

.Assumere una presa di posizione, essere originali ed anticonformisti, essere coerenti vuol dire inevitabilemente non piacere a qualcuno. Nello specifico, non piacere a molti, quelli che non condividono le tue idee. Molto più efficace essere accondiscendenti con tutti, plasmarsi a seconda dell’interlocutore, fare il demagogo.

.Ulteriore evoluzione di questo animale da consensi è infatti mirare agli istinti più bassi del suo elettore. Sfruttare la sua ignoranza, distrazione, poca voglia di usurfruire del proprio senso critico. Quindi via con gli slogan, le paure ancestrali, lo sfottò, le promesse. E questo non vale solo per il campione della demagogia, ma anche per il suo oppositore Prodi (che tra l’altro ha potuto vincere unicamente in funzione di contro-altare di quella anomalia del sistema che è Silvio Berlusconi), così come per tutta la nostra classe politica.

.Cosa vuol dire questo? Che vince il più abile, non il più capace per il lavoro che dovrà svolgere. Vince chi si sa vendere meglio alla stra-grande maggioranza della popolazione, ovvero quella che segue distrattamente le sorti del proprio paese ed è ben contenta di delegare agli altri il compito di riflettere.

.Già, un bel dilemma. Se dovessero decidere la minoranza realmente interessata alla vicenda in politica ed in possesso delle conoscenze necessarie per guidare al meglio per il nostro paese, ci troveremmo in un’oligarchia. Quando invece decidono tutti, la democrazia mette a repentaglio tutto il sistema elettorale, che dovrebbe portare al potere il più capace, non il più imbonitore.

.Al contrario di quanto si pensi, la democrazia non è l’unica via da prendere in considerazione. Illustri filosofi, fondatori del pensiero moderno quali Platone ed Aristotele, erano contrari alla democrazia.

.Personalmente, penso che il suffragio universale sia ancora la via giusta. La culla ideale del suddetto sistema è la piccola comunità, dove tutti si conoscono, dove il "capo" viene eletto in base alle sue doti unanimamente riconosciute, proprio perchè c’è il confronto diretto con l’elettore. Come nelle tribù.

.Chiaramente la faccenda non è ipotizzabile quando la comunità è di 60 milioni di persone. Perchè allora non dividere il tutto in piccole autonomie, comunità dove ci si possa auto-gestire? Nell’ultimo secolo casi di utopie di questo genere si sono verificati in tutto il mondo, ed alcuni continuano a sussistere ed essere indipendenti.

.Io stesso riconosco che la soluzione da me proposta ha difetti e non scioglie certo il problema. Ma averlo sollevato e condiviso con voi è già qualcosa. Anche se non realizzabile nell’immediato, entrare nell’ordine di idee che esistono altre visioni del mondo oltre quella che viviamo tutti i giorni è già un passo in avanti verso la consapevolezza di ogni individuo.