Archive for giugno, 2006


Foto del concerto

DSCN0461Sono presenti tra le foto quelle del concerto al Baccanale del 25 Giugno.  Venti-Trenta presenti, la serata è stata conclusa in anticipo a causa dell’arrivo dei carabinieri, che hanno fatto sgombrare il locale. Ci mancava l’autorizzazione (ops!).

  Si lo so da qui non si vede una cippa. Però ingrandendole qualcosa si vede.

Scaletta:

-Break on trough (cover doors)

-Room 109

-Seven Nation Army (cover White Stripes)

-Light Wave

-Tangle Woman

-I walked alone

-Another time

-Sleep Now in the fire (interrotta forzatamente alla seconda strofa dall’ordine di sfratto)

(mancavano Hallelujah (cover Leonard Cohen), I like the way you move (intermezzo dance), Out-tro)

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Oh, it’s so chic

Mister Brown e l’Irish Pub in via Gallucci. Il Fusion dietro le poste. Lo Huta e il Montecristo in via Taglio. I locali più cool (o presunti tali) del centro di Modena sono ogni sera dell’estate presi d’assalto da una nuova generazione di consumatori. Basta un’insegna accattivante, l’arredamento finto-newyourkese pseudo-chic (ed i cori russi) e qualche cocktail al passo coi tempi ed ecco che spuntano come funghi i trentenni rampanti, la stirpe dei precari, i galletti nullatenenti che per una sera fregano al papà l’abito buono per mettersi in mostra all’uscita del bar più "in" del momento. E per colpa del loro nutrito clan chi come noi ha qualche anno di meno viene visto con la supponenza del nobiluomo al cospetto del plebeo straccione, la classe che si distingue dal popolo per via del bicchiere di porto che agita nella mano. Il risultato è che non solo non si riesce più ad entrare in uno dei succitati posti, ma per la mancanza di spazio manco si può sostare nella via adiacente, temendo di fare un occhio nero mentre si alza il gomito nel tentativo di sorseggiare una birra. E così ci si ritrova ogni sera in questo buco di città, imprigionati dalla consuetudine degli stessi posti, le stesse facce, la stessa aria. Sarebbe interessante trovare che so, artisti di strada, una mostra all’aperto di pittura d’avanguardia, poeti beat che declamano versi su una cassetta di frutta al parco, circoli underground. Qualcuno che ha davvero voglia di farsi sentire, di dimostrare qualcosa, di essere diverso. Ed invece siamo imprigionati nel nostro stesso essere cool, alla moda, schiavi degli stessi posti che propongono le stesse cose. E’ un ambiente sterile, improduttivo! Solo la musica dal vivo ci salva da quest’agonia.

L’enfer – L’inferno

Regia:Danis Tanovic    Interpreti:Emmanuelle Béart; Karin Viard; Marie Gillain; Jacques Gamblin; Jacques Perrin; Guillaume Canet      Durata:h 1.35      Nazionalità:Francia        Genere:drammatico  

 

 L’inferno è la condizione umana, nel caso particolare quella femminile, di continua sofferenza a causa dei suoi stessi simili. Non c’è alcun Dio, nè alcuna causa o giustizia che possa venire in aiuto a dare un senso a tutto questo. L’uomo rimane solo sulla scena insieme al suo inspiegabile ed ingiusto dolore.

Questa spiegazione ci dà Anne durante il film; la sua riflessione accomuna la sua storia a quella delle sue sorelle, anch’esse sofferenti a causa di un uomo. Sullo sfondo aleggia sempre la figura di Medea, archetipo euripideo della donna che descrive Tanovic nel suo film. Sarà proprio la madre delle tre sorelle a chiudere simbolicamente il ciclo del loro dolore,  quando messa di fornte all’evidenza della sua "colpa originale", che tante conseguenze negative avrà per la famiglia, continua nonostante tutto a convincersi di aver fatto la scelta giusta. Qui troviamo il principio e la fine delle sventure della famiglia, causate da una donna che, come tutti noi, sbaglia ed è disposta a perseverare nel suo sbaglio pur di mantenere viva quell’integrità su cui fonda la sua esistenza. La madre è muta, vecchia ed in carrozzella; solo le sue convinzioni le sono rimaste. Le nostre azioni sono infatti l’unica forza che agisce nel mondo, perchè non c’è una provvidenza divina, ma tutto è governato dal caso. In questo senso è illuminante proprio la conferenza tenuta dal professore che Anne ama, riguardo il destino. Ed è il caso che ha fatto si che la madre entrasse proprio nel momento meno oppurtuno nella stanza dove stavano il loro padre ed un giovane Sebastiènne nudo, generando una miriade di conseguenze.

Fotografia bellissima e regia molto curata, L’enfer è un film particolare, riflessivo ed intenso, che al tempo stesso sconvolge e fa riflettere lo spettatore. Tanovic predilige le azioni e le espressioni dei personaggi rispetto ai dialoghi: una scelta molto azzeccata, sopratutto quando si pensa ai molti film italiani che per mostrare questo tipo di vicende inondano lo spettatore di scene isteriche e dialoghi torrenziali. Se a tutto questo aggiungiamo Emmanuelle Beart (nelle foto), che superata la quarantina è semplicemente bellissima, non si può che consigliare caldamente questo film.

9/10   

Sogno

Il padre siede nella stanza buia; i raggi di luna che trapelano dalla finestra rigano appena il suo volto sgraziato. Porta un sudicio frac con le code, scarpe di pelle, una zazzera confusionaria di capelli scende dalla testa ad appiccicarsi sui vestiti. Tutto ad un tratto interrompe un lungo silenzio con un riso sommesso. Si trasforma poi in una fragorosa risata, prima di richiudersi in un gigno che dipinge sul suo volto un’espressione sinistra, di maligna follia. Il bambino che tiene in mano piange di dolore e rabbia per lunghi minuti, in modo straziante, ma non sembra curarsene. Persevera nel suo gesto ritmato di prendere il piccolo per il mento e tirarlo con un movimento secco. Il figlio ha il volto deformato, che si allunga orribilmente
 verso il basso, a falce di luna. Il padre sa bene che le ossa dei bambini sono ancora
malleabili, ed insiste nella sua opera di deformazione. Ride nuovamente.

Questo film e il libro omonimo sono un insulto alla nostra intelligenza.

Il successo spropositato e immeritato di questa melensa e banale storia d’amore può
ricondursi solo ad un generale rimbambimento del target di riferimento del furbo Federico
Moccia, ovvero le ragazzine di 14 anni. Per chi non la conoscesse, illustro brevemente la
storia: una ragazza di 18 anni benestante e ligia ai suoi doveri scolastici si scontra con un
19enne poco da buono, disilluso dalla società (ahah), interessato solo alle moto. Tra i due nascerà (ma và?) un amore impossibile, che però porterà i due a passare un anno indimenticabile; almeno per loro, perchè per quanto riguarda il lettore il susseguirsi di tutti i più banali clichè del romanzetto rosa adolescienziale (le scritte sui muri, le fughe da scuola, i giri in moto) lo porta ad una inevitabile impennata glicemica. Se si limitasse ad essere banale, non sarebbero comunque un peccato capitale.
Invece "Tre metri sopra il cielo" è anche diseducativo, nocivo per il senso critico e l’intelligenza del giovane lettore: le marche delle borsette, la musica alla moda, i vestiti citati vanno ad assommarsi con il resto dei luoghi comuni per formare un esempio perfetto della generazione dei Reality Show.
Il caro signor Moccia è stato il re dei furbi: ha servito su un piatto d’argento quello che le ragazzine volevano, aggiungendo una sapiente dose di squallida realtà televisiva per edulcorare il tutto. Il peggio è che l’inganno non è neppure visibile a prima vista. Il peggio è che una torma di adolescienti che hanno subito questo lavaggio del cervello si ritrovano nel folle proposito di innalzare il libro a caposaldo della letteratura, pietra
miliare di ogni tempo e luogo. Invece sbaglia il ragazzo che sentendosi incompreso usa la violenza per combattere non sa neanche lui cosa. Sbaglia la ragazza borghesotta il cui principale interesse è collezionare borsette (contate le marche citate nella sola prima pagina). La realtà è un’altra: nella vita il principe azzurro non arriva mai, i genitori non sono sempre un nemico impescrutabile ed insensibile, non sono tutti deficienti a parte voi. E per realizzare i propri sogni bisogna studiare e sudare, altro che tre metri sopra il cielo!

Ieri sera Modena ha cambiato volto. Come tutte le città della bassa padana, durante l’anno è pervasa di quello spirito provinciale borghesotto ed un po’ snob, dove sembra che tutti facciano sempre le stesse cose, per pura inerzia lavorativa. Ieri sera, stavo dicendo, Modena si è trasformata: il centro era invaso da banchi di cibo, cianfrusaglie e particolarità provenineti da tutto il mondo – e per davvero, in quanto gli stessi commercianti erano stranieri, e non italiani che scimmiottavano una falsa provenienza esotica. Il clima festoso e l’anima della sagra già diffondevano per le strade un sentore diverso, più globale, comunitario, fraternizzante. La festa raggiunge il suo apice alle 21.00 in Piazza della Pomposa, dove i "Musicanti di Brema" mettono in scena uno spettacolo di forte intensità emotiva. Il gruppo, formato da slavi, arabi, africani ed altro ancora, suona un funky con tendenze rap e jazz; il tutto miscelato con un sapore di etnico e tribale, dato dalla forte presenza di percussioni, che regalano alle canzoni una ritualità da raga indiano. Mentre le note si insinuano nella mente dei presenti come un mantra, sotto il palco si affollano marocchini e africani, che iniaziano a danzare ritmicamente con movenze che sembrano provenire da usanze vecchie di secoli. I bambini giocano, ci sono cani e gente seduta per terra, a socializzare e fumare marijuana. In giro si vedono volti inconsueti, come hippie nostalgici e nuovi adoratori della controcultura. Che profumo di underground! Intanto un giovane ivoriano di nome Thom si presenta al pubblico ed intona un canto del suo paese con voce ammaliante. Per questa sera la piazza è un bazaar di Marachesh, dove l’atmosfera inconsueta risveglia in ognuno di noi istinti primordiali. Nonne padane fraternizzano con giovani turchi, un padre di famiglia con qualche chilo di troppo e qualche capello di meno si abbandona ad una danza sfrenata, risvegliato dal suo torpore quotidiano da quella musica estatica e selvaggia. Le parole scorrono in arabo, marocchino, idiomi sconosciuti dell’est europeo. Il frontman, un colosso d’ebano con i rasta e un cappello da domatore di leoni, intona la sua litania e trascina con sè le menti di noi modenesi presenti nel pubblico, che per una notte espandiamo la nostra visione della realtà, scoprendo quanto c’è di bello oltre l’uscita di Campogalliano e la fabbrica della Ferrari. Un mondo là fuori ieri sera ci ha sbalordito manifestando la sua presenza. Ed io e i miei amici ci chiediamo: ma come si fa ad essere Leghisti?

O mortali come la vostra vita
considero uguale al nulla!
Quale, quale uomo,
è in sé felice?
Felicità è un’ombra
che subito precipita.
E infatti la tua sorte,
la tua, o misero Edipo,
non è felice fra gli uomini.

Mi piace pensare che il romanticismo sia la vetta più alta e sublime raggiunta dalla spiritualità dell’uomo. Come non mai sento personali e coinvolgenti i pensieri degli artisti che aderirono a questo meraviglioso momento culturale. Qualcosa che si nota subito è l’assenza di un Dio onnipotente, sostituito da una più allargata presenza di forze mistiche e soprannaturali. Probabilmente l’uomo allora per la prima volta dubitò dei dogmi e dei pregiudizi che per più di un millennio avevano tenuto ancorata la sua mente alla rigida struttura etico-religiosa costruita dal mondo cristiano. Per quanto Dio all’apparenza possa sembrare un ideale molto romantico, in realtà spesso si traduceva in punizione, indottrinamento, una serie di timori reverenziali e prigioni mentali per le coscienze degli artisti. Dove si sarebbe spinto un Ludovico Ariosto vissuto nel 1800? Dobbiamo la nostra libertà all’illuminismo, che aveva minato questo edificio dalle basi, con le armi della critica e del raziocinio. Era chiaro che il pragmatico esercizio della ragione settecentesca non sarebbe bastato a soddisfarci a lungo (infatti alla stagione illuminista seguirà il trionfo dei sentimenti romantici), eppure questa fu una conquista fondamentale nel processo che ci avrebbe portato a raggiungere una piena consapevolezza di noi stessi, del nostro spirito e della nosta mente. Credo proprio che senza aver toccato con mano il grande potere della ragione, non avremmo mai trovato le forze e l’intraprendenza per spingerci al di là di essa. E una volta passati dall’altra parte, non avremmo più cercato risposte nelle facili parole del parroco, nel testo dell’erudito antico, non ci saremmo più limitati a zittire tutti per ascoltare la petulante voce della ragione. Avremmo fatto di più: avremmo abbandonato tutto, e lasciato parlare la nostra immaginazione.