Mi piace pensare che il romanticismo sia la vetta più alta e sublime raggiunta dalla spiritualità dell’uomo. Come non mai sento personali e coinvolgenti i pensieri degli artisti che aderirono a questo meraviglioso momento culturale. Qualcosa che si nota subito è l’assenza di un Dio onnipotente, sostituito da una più allargata presenza di forze mistiche e soprannaturali. Probabilmente l’uomo allora per la prima volta dubitò dei dogmi e dei pregiudizi che per più di un millennio avevano tenuto ancorata la sua mente alla rigida struttura etico-religiosa costruita dal mondo cristiano. Per quanto Dio all’apparenza possa sembrare un ideale molto romantico, in realtà spesso si traduceva in punizione, indottrinamento, una serie di timori reverenziali e prigioni mentali per le coscienze degli artisti. Dove si sarebbe spinto un Ludovico Ariosto vissuto nel 1800? Dobbiamo la nostra libertà all’illuminismo, che aveva minato questo edificio dalle basi, con le armi della critica e del raziocinio. Era chiaro che il pragmatico esercizio della ragione settecentesca non sarebbe bastato a soddisfarci a lungo (infatti alla stagione illuminista seguirà il trionfo dei sentimenti romantici), eppure questa fu una conquista fondamentale nel processo che ci avrebbe portato a raggiungere una piena consapevolezza di noi stessi, del nostro spirito e della nosta mente. Credo proprio che senza aver toccato con mano il grande potere della ragione, non avremmo mai trovato le forze e l’intraprendenza per spingerci al di là di essa. E una volta passati dall’altra parte, non avremmo più cercato risposte nelle facili parole del parroco, nel testo dell’erudito antico, non ci saremmo più limitati a zittire tutti per ascoltare la petulante voce della ragione. Avremmo fatto di più: avremmo abbandonato tutto, e lasciato parlare la nostra immaginazione.

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