Ieri sera Modena ha cambiato volto. Come tutte le città della bassa padana, durante l’anno è pervasa di quello spirito provinciale borghesotto ed un po’ snob, dove sembra che tutti facciano sempre le stesse cose, per pura inerzia lavorativa. Ieri sera, stavo dicendo, Modena si è trasformata: il centro era invaso da banchi di cibo, cianfrusaglie e particolarità provenineti da tutto il mondo – e per davvero, in quanto gli stessi commercianti erano stranieri, e non italiani che scimmiottavano una falsa provenienza esotica. Il clima festoso e l’anima della sagra già diffondevano per le strade un sentore diverso, più globale, comunitario, fraternizzante. La festa raggiunge il suo apice alle 21.00 in Piazza della Pomposa, dove i "Musicanti di Brema" mettono in scena uno spettacolo di forte intensità emotiva. Il gruppo, formato da slavi, arabi, africani ed altro ancora, suona un funky con tendenze rap e jazz; il tutto miscelato con un sapore di etnico e tribale, dato dalla forte presenza di percussioni, che regalano alle canzoni una ritualità da raga indiano. Mentre le note si insinuano nella mente dei presenti come un mantra, sotto il palco si affollano marocchini e africani, che iniaziano a danzare ritmicamente con movenze che sembrano provenire da usanze vecchie di secoli. I bambini giocano, ci sono cani e gente seduta per terra, a socializzare e fumare marijuana. In giro si vedono volti inconsueti, come hippie nostalgici e nuovi adoratori della controcultura. Che profumo di underground! Intanto un giovane ivoriano di nome Thom si presenta al pubblico ed intona un canto del suo paese con voce ammaliante. Per questa sera la piazza è un bazaar di Marachesh, dove l’atmosfera inconsueta risveglia in ognuno di noi istinti primordiali. Nonne padane fraternizzano con giovani turchi, un padre di famiglia con qualche chilo di troppo e qualche capello di meno si abbandona ad una danza sfrenata, risvegliato dal suo torpore quotidiano da quella musica estatica e selvaggia. Le parole scorrono in arabo, marocchino, idiomi sconosciuti dell’est europeo. Il frontman, un colosso d’ebano con i rasta e un cappello da domatore di leoni, intona la sua litania e trascina con sè le menti di noi modenesi presenti nel pubblico, che per una notte espandiamo la nostra visione della realtà, scoprendo quanto c’è di bello oltre l’uscita di Campogalliano e la fabbrica della Ferrari. Un mondo là fuori ieri sera ci ha sbalordito manifestando la sua presenza. Ed io e i miei amici ci chiediamo: ma come si fa ad essere Leghisti?

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