Il padre siede nella stanza buia; i raggi di luna che trapelano dalla finestra rigano appena il suo volto sgraziato. Porta un sudicio frac con le code, scarpe di pelle, una zazzera confusionaria di capelli scende dalla testa ad appiccicarsi sui vestiti. Tutto ad un tratto interrompe un lungo silenzio con un riso sommesso. Si trasforma poi in una fragorosa risata, prima di richiudersi in un gigno che dipinge sul suo volto un’espressione sinistra, di maligna follia. Il bambino che tiene in mano piange di dolore e rabbia per lunghi minuti, in modo straziante, ma non sembra curarsene. Persevera nel suo gesto ritmato di prendere il piccolo per il mento e tirarlo con un movimento secco. Il figlio ha il volto deformato, che si allunga orribilmente
 verso il basso, a falce di luna. Il padre sa bene che le ossa dei bambini sono ancora
malleabili, ed insiste nella sua opera di deformazione. Ride nuovamente.

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