Mister Brown e l’Irish Pub in via Gallucci. Il Fusion dietro le poste. Lo Huta e il Montecristo in via Taglio. I locali più cool (o presunti tali) del centro di Modena sono ogni sera dell’estate presi d’assalto da una nuova generazione di consumatori. Basta un’insegna accattivante, l’arredamento finto-newyourkese pseudo-chic (ed i cori russi) e qualche cocktail al passo coi tempi ed ecco che spuntano come funghi i trentenni rampanti, la stirpe dei precari, i galletti nullatenenti che per una sera fregano al papà l’abito buono per mettersi in mostra all’uscita del bar più "in" del momento. E per colpa del loro nutrito clan chi come noi ha qualche anno di meno viene visto con la supponenza del nobiluomo al cospetto del plebeo straccione, la classe che si distingue dal popolo per via del bicchiere di porto che agita nella mano. Il risultato è che non solo non si riesce più ad entrare in uno dei succitati posti, ma per la mancanza di spazio manco si può sostare nella via adiacente, temendo di fare un occhio nero mentre si alza il gomito nel tentativo di sorseggiare una birra. E così ci si ritrova ogni sera in questo buco di città, imprigionati dalla consuetudine degli stessi posti, le stesse facce, la stessa aria. Sarebbe interessante trovare che so, artisti di strada, una mostra all’aperto di pittura d’avanguardia, poeti beat che declamano versi su una cassetta di frutta al parco, circoli underground. Qualcuno che ha davvero voglia di farsi sentire, di dimostrare qualcosa, di essere diverso. Ed invece siamo imprigionati nel nostro stesso essere cool, alla moda, schiavi degli stessi posti che propongono le stesse cose. E’ un ambiente sterile, improduttivo! Solo la musica dal vivo ci salva da quest’agonia.

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