Archive for agosto, 2006


Se Jim Morrison fosse stato brutto probabilmente pochi di noi conoscerebbero i Doors.
Come lui stesso ammise, "le ragazzine delle prime file volevano il suo cazzo, non i suoi versi".
Ho lanciato il sasso, ed ora provo a spiegare. Cosa possiamo dire di lui a quasi 40 anni di distanza, stemperate dal tempo le emozioni che generò la sua parabola umana? Che fu un poeta mediocre: dotato certo di talento visionario, ma non di quella tensione lirica e genialità compositiva che ebbero altri precoci maudite, primo tra tutti lo stesso Rimbaud a cui si ispirava. Le sue opere in poesia furono pubblicate solo
dopo molti rifiuti, e solo perchè nel frattempo era salito alla ribalta come rockstar. Molto più
interessante è ciò che ha scritto come autore delle canzoni dei Doors. I tempi e i modi della canzoni, diretti e sintetici, a mio parere meglio si adattavano al messaggio che Morrison voleva mandare al mondo, rispetto al codificato metro stilistico della poesia. Sopratutto "Strange Days" è un disco sopraffino da questo punto di vista. Un concept sull’ alienazione umana. Quel senso di estraneità agli uomini e al mondo che si può avere la domenica mattina, quando ci si aggira intontiti dal doposbronza per le strade cittadine. Probabilmente una sensazione che lo stesso Jim, ubriacone e costretto alla lontananza con gli altri dalla sua srelogatezza, sentiva.

Ma torniamo a noi: se Jim Morrison non fosse stato bello, i Doors non avrebbero riscosso tanto successo. Non a caso l’apice della popolarità fu toccato tramite il famoso servizio fotografico del 1968, dove venne consegnato agli altari della gloria un Morrison dioniso ed arrapante come non mai. E la prova del nove è proprio l’anonimato che cercherà il cantante negli anni sucessivi, quando rifuggirà la sua immagine belloccia dietro un barbone e tenterà goffamente di imporsi come poeta piuttosto che come sex simbol.
Proprio questo è il punto: Jim Morrison fu sempre combattuto tra la sua anima di rockstar e quella di poeta. La prima è quella che tutti conoscono, quella che gli rendeva le cose più facili ma pure più false, artificiali. Lui stesso tenterà di rigettare il suo lato esibizionista con la sequela di insulti al pubblico-bue durante i concerti del ’69. Infatti, se il Morrison di inizio attività era galvanizzato dall’esperienza dei club sul sunset trip, rimase invece molto più deluso da quella negli stadi, davanti a torme di ragazzini, all’interno di edifici enormi dove il suo messaggio si andava a perdere nelle gradinate oceaniche. Esasperato dalla sua stessa icona, ha tentato infine di far affiorare la sua anima poetica, quella che ha sempre coltivato intimamente sin dagli anni dell’università. La sua aspirazione era fare il poeta, non il cantante. Solo che fare il cantante fa guadagnare e scopare molto. Quando questo non gli basterà più, sarà l’inizio del declino. Nel 1970-1 tenterà di rifarsi una dignità poetica nella culla della cultura eurepa, Parigi. Infine, una morte lontano dalle luci della ribalta, incompreso.

Sono in partenza per Parigi…ci si rivede il 27 agosto! (forse)

Nietzsche e morale

Si stava banchettando al mezzodì quando dissi a mio padre:"Hei, lo sapevi che anche Jim Morrison alla mia età leggeva Nietzsche? Però a lui non ha fatto bene". "Neanche a te".
A questo punto rimango un po’ di sasso per quell’attacco frontale (sono permaloso) e chiedo spiegazioni. Secondo il suo punto di vista Nietschze nega la verità, pensa solo a distruggere. Ci ho riflettuto.
Credo che bisogna considerare il periodo storico in cui ha vissuto: Nietschze scriveva in un’epoca dominata dalla metafisica e da un edificio morale e dottrinale cristiano ancora imponente. La sua
straordinarietà risiede appunto nell’aver saputo per primo fare scempio dell’etica del suo tempo, iniziando a minare dalle fondamenta la costruzione. Però, nel 2006, molti altri mattoni
sono venuti giù, se non tutto l’edificio. Passeggiamo in mezzo alle macerie del rigore morale che c’era a fine ‘800. Quindi questo attacco spietato oggi rischia di essere solo un inutile e nocivo accanimento sul cadavere.
Se Nietzsche aveva molte ragioni per pensare ad abbattere ciò che già c’era, prima di preoccuparsi di cosa ci sarebbe dovuto essere al suo posto, oggi invece questo problema si pone in seria discussione.
Oggi dobbiamo trovarci un’altra verità, i nipotini del filosofo hanno già pensato da tempo a togliere gli ultimi residui del vecchio ordine. Penso sia proprio questo vuoto il problema fisiologico che noi moderni avvertiamo.
A ben pensarci…sì, in effetti leggere Nietzsche oggi può mettere in testa cattive idee.

Ieri sera sono andato a vedere la manifestazione "Arcipelaghi sonori" a S.Cesario, paesino di provincia. Sono entrato assai scettico, ed ho pensato bene di alleviare il probabile tedio che mi aspettava con qualche birra. Ebbene si tratta di musica etnica: il primo gruppo entra con un violino, contrabbasso, chitarra acustica, fisarmonica e piva (cornamusa emiliana). Inizio già a temere per il peggio. Invece il repertorio è abbastanza spigliato e fresco, seppur un po’ noioso e ripetitivo a lungo andare. I primi performer si chiamano "BonificaEmilianaVeneta"; sono un misto reggio-lombardo-piemontese che rivisita in chiave folk (ma neanche troppo) grandi successi del secolo scorso quali danze popolari, valzer etc. Nonostante un suonatore di piva che "ci crede un sacco", ed inneggia al pubblico dimenandosi come un derviscio, l’allegra compagnia dopo un’ora ha già ampiamente esaurito l’interesse del pubblico. Avanti il prossimo, ed è molto meglio: gli "Zar", un gruppo danese con frontline di doppio violino, chitarra, contrabbasso. La prima canzone fa pensare ad una cover dei valzer di prima, e già il pubblico trema. Invece ecco apparire come una visione angelica la cantante del gruppo, una graziosa pulzella danese, a cui chitarrista e contrabbassista fanno platealmente la corte per tutto il concerto. Già, ho dimenticato di dire che i colleghi della suddetta pulzella sono pressochè casi umani: un contrabbasso che assomiglia in modo inquietante all’informatico di jurassic park (il ciccione che ruba gli embrioni); un cantante che ha una paralisi facciale che lo fa rimanere con un sorriso ebete qualunque cosa accada; un violinista emarginato che ha problemi di popolarità e se ne sta praticamente fuori dal palco; infine l’altro violinista che non ha segni particolari, ma anche lui tanto normale non sembra. Però, dicevamo, il repertorio con la cantante cambia registro, e i cinque si esibiscono in ballate folk alla "Low", molto suggestive ed arrangiate altrettanto bene. La cantante aumenta decisamente l’appeal del gruppo. Insomma, un successo, anche se accade di doversi sorbire degli intermezzi di polke per soddisfare l’ego del violinista (l’altro violinista come detto si sente molto solo). Il pubblico applaude nonostante ci siano evidenti problemi di comunicazione tra vecchiette dell’appennino e danesi che parlano al massimo inglese. Bis! Il bis dura praticamente come il resto dello spettacolo, però va bene anche così. Gli "Zar" sono stati bravi ed hanno incendiato il pubblico cesarese! Sull’interesse del momento medito anche di prendere il loro cd per farmelo firmare dalla cantante, così magari da cosa nasce cosa, ma alla fine desisto perchè quei 15 euro saranno molto più utili a Parigi.

Brani imparati oggidì: mad world (tears 4 tears), avalanches, famous blue raincoat (Leonard cohen)

Questo inizio di settimana è davvero deprimente! Non c’è un negozio aperto nel raggio di chilometri. Mi ritrovo da solo alle quattro del pomeriggio in vie affollate fino ad un mese fa. Unico superstite estivo in mezzo a tante serrande abbassate e cartelli che annunciano ferie. Ieri ho cercato un ciappo per la chitarra (un capotasto mobile per intenderci): Casalgrandi era chiuso. Anche la casa della musica era chiuso. Mi sono spinto persino nell’odiosissimo Music shop su Viale Storchi, ma era chiuso pure lui. Sono dovuto andare da Lenzotti, praticamente fino a Castelfranco. Allora mi passo il tempo leggendo vecchi Dylan Dog e fumetti vari ( non ci sono posti aperti dove comprarne di nuovi ) e guardando film, anch’essi vecchi. Che spasso!.. Però Tarkosvkij la sera concilia altamente il sonno. Ah, e naturalmente ogni tanto strimpello i soliti (soli) 4-5 pezzi che so suonare. Questa settimana abbiamo: Terrapin (SyD Barrett), Heroin (Lou Reed), Song to siren e Phantasmagoria in Two (Tim Buckley), Hallelujah (Buckley figlio).

Per fortuna domenica parto. Lunedì sera sarò al Saint-Germain de près Cafè a sorseggiare assenzio. Alla faccia vostra! 

Salò o le 120 giornate di Sodoma è un’opera che va a lambire i confini estremi della perversione umana, prendendo il largo per non fare più ritorno ai lidi della nostra comprensione. Difatti non c’è nulla da comprendere, la storia fluisce senza un inizio ed una fine, senza cause, ideologie e schemi a cui possiamo ricondurre tutto il tragico orrore che ci scorre davanti agli occhi: solo una desolante e struggente catarsi di sadomasochismo. I figli dei partigiani vengono radunati in una villa a Salò dove signorotti fascisti ne assumono la proprietà e ne dispongono a proprio piacimento. Spesso ignudi, i ragazzi vengono di continuo umiliati, sodomizzati, costretti a mangiare merda e pisciare in bocca ai loro perversi padroni. Gli ultimi venti minuti sono il culmine del loro tragico soggiorno; nell’ultimo girone, quello del sangue (prima ci sono stati quello delle manie e quello della merda), i giovani subiscono torture medievali. Così finisce il film, senza spiragli di salvezza o rendenzione. Solo un’assordante indifferenza e sufficienza da parte dei loro carnefici, esseri neanche più umani che hanno lo smisurato potere di fare ciò che vogliono senza nessuna legge al di sopra di loro e nessuna etica (difatti quando uno dei giovani è davanti alla sua esecuzione ed esibisce il pugno chiuso, i padroni sono in qualche modo spiazzati da un gesto che richiama una forma di pensiero, vista la loro totale estraneità da qualsiasi modello culturale umano). In questo senso è illuminante il discorso di uno di loro: deteniamo un potere assoluto, la felicità, che ci deriva unicamente dal fatto di goderne delle sofferenze altrui rapportate al nostro godimento. In queste poche parole sta tutta l’agghiacciante morale del film e la parabola dell’umana sofferenza, che ci infliggiamo quotidianamente gli uni agli altri.

Mi chiedo cosa differenzia l’artista dal resto delle persone. Il talento? L’originalità? L’estetica? Forse semplicemente un po’ di follia in più. Ci può essere il genio artistico senza l’instabilità mentale di uno psicolabile? Non è una domanda retorica, me lo sto chiedendo davvero! Forse l’artista è solo uno molto originale, che esprime cose a cui gli altri non riescono ad arrivare. Oppure ha le stesse conclusioni del resto delle persone, ma la sua particolarità sta nel modo di esprimerle. O l’unione di entrambe le cose! E per quanto riguarda le "cose" a cui giungere, forse sono accessibili a tutti, ma loro sono riusciti a sbirciare dentro quella fessura che noi vediamo impercettibile, oppure non percepiamo proprio. Le sostanze quali droghe, alcool, sogni, visioni, schizofrenie non sono altro che squarci che si aprono in questa cortina che tutti noi abbiamo davanti. Ci spalancano le porte del paradiso, o dell’inferno. E spesso l’artista percorre solo il viaggio d’andata verso queste destinazioni. E’ assai difficile stabilire quanto occorra fermarsi in queste località, quando sia il momento di ritornare dalll’altra parte. Si rimane spesso fregati. Si cammina in equilibrio sul bordo dell’abisso finchè non si cade di sotto. Spinti, troppo "fuori" per accorgersene, oppure semplicemente per propria scelta. Perchè, l’autodistruzione non è forse una scelta? Forse una vita dedicata all’autodistruzione ha gran valore da essere vissuta. Tutte le esperienze della nostra esistenza si fanno tese ed affilate, tirate ai due estremi fino a spezzarsi, in un lasso di tempo brevissimo. E così intenso. Vite così vengono ricordate, in un modo o nell’altro, nel tempo. Chi invece si ricorda di un signor Nessuno? Sguazza mediocremente in questa pozza per sessanta-settant’anni, per poi sparire in punta di piedi come era giunto. Non sto dicendo cosa sia meglio. Non lo so. Il signor Nessuno non ha sofferto in modo indicibile come può soffrire chi ha davanti a sè l’Inferno tutti i giorni, e le palpebre tenute aperte per non poter distogliere lo sguardo. Si tratta solo di capire le proprie priorità. Magari facendosi guidare dall’istinto.