Salò o le 120 giornate di Sodoma è un’opera che va a lambire i confini estremi della perversione umana, prendendo il largo per non fare più ritorno ai lidi della nostra comprensione. Difatti non c’è nulla da comprendere, la storia fluisce senza un inizio ed una fine, senza cause, ideologie e schemi a cui possiamo ricondurre tutto il tragico orrore che ci scorre davanti agli occhi: solo una desolante e struggente catarsi di sadomasochismo. I figli dei partigiani vengono radunati in una villa a Salò dove signorotti fascisti ne assumono la proprietà e ne dispongono a proprio piacimento. Spesso ignudi, i ragazzi vengono di continuo umiliati, sodomizzati, costretti a mangiare merda e pisciare in bocca ai loro perversi padroni. Gli ultimi venti minuti sono il culmine del loro tragico soggiorno; nell’ultimo girone, quello del sangue (prima ci sono stati quello delle manie e quello della merda), i giovani subiscono torture medievali. Così finisce il film, senza spiragli di salvezza o rendenzione. Solo un’assordante indifferenza e sufficienza da parte dei loro carnefici, esseri neanche più umani che hanno lo smisurato potere di fare ciò che vogliono senza nessuna legge al di sopra di loro e nessuna etica (difatti quando uno dei giovani è davanti alla sua esecuzione ed esibisce il pugno chiuso, i padroni sono in qualche modo spiazzati da un gesto che richiama una forma di pensiero, vista la loro totale estraneità da qualsiasi modello culturale umano). In questo senso è illuminante il discorso di uno di loro: deteniamo un potere assoluto, la felicità, che ci deriva unicamente dal fatto di goderne delle sofferenze altrui rapportate al nostro godimento. In queste poche parole sta tutta l’agghiacciante morale del film e la parabola dell’umana sofferenza, che ci infliggiamo quotidianamente gli uni agli altri.

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