Si sa, la statistica è una scienza molto duttile. Fior di politici possono citarvi statistiche di ogni tipo, anche in contraddizione l’una con l’altra, e girare in loro favore qualsiasi contesa avvinghiandosi intorno a dati e grafici. Da una di queste emerge che l’Italia è il paese dove si inizia a bere alcol prima: intorno ai 12-13 anni. Apriti cielo! Il dato sciagurato è stato eretto a vessillo della nuova proposta proibizionista, infilata di straforo nella finanziaria, di vietare ogni bevanda alcolica (anche un bicchiere di birra al ristornate) in ogni locale pubblico, per i minorenni. Come prima cosa, smonto subito il dato, quanto mai menzognero: infatti il nostro paese più di ogni altro in Europa ha una tradizione familiare di produzioni vinicole, ed il vino a tavola è stata la regola per ogni generazione da secoli a questa parte. A quanti di noi i nonni e gli zii fecero assaggiare, così per gioco, un poco di vino alla tavolata del cenone, quando eravamo bambini? Cosa c’è di male in tutto ciò? Eppure questo consumo innociente e insignificante ai fini della statistica viene equiparato ad una sbronza all’oktoberfest. Quanto mai fuorviante. La parola stessa alcol viene data in pasto ai benpensanti come una chimera da abbettere, quando invece il cosumo precoce di "alcol" spesso non è altro che un po’ di birra e vino a tavola.

Non si impara dunque dai propri errori? Il proibizionismo in ogni campo del piacere  e dello sballo non ha fatto altro che creare un buisness (in mano alla criminalità) intorno ad esso. Pensate all’America di inizio secolo. In più per il consumatore c’è il piacere ed il fascino della trasgressione, di fare qualcosa di "illegale". Già ora in teoria le bevande alcoliche sono proibite ai minori di 16 anni, e questa norma viene regolarmente trasgredita dai gestori (che non possono mettersi a chiedere un documento a qualunque avventore, specie quando sono decine intorno al bancone). Se una legge viene trasgredita regolarmente e senza il minimo rimorso, forse qualcosa che non funziona c’è. La butto lì: mettere come discriminante i gradi alcolici (ci sono bibite gassate che ne hanno meno di un’aranciata) e gli orari di messa in vendita, piuttosto che erigere un divieto sommario quanto inutile?

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