Si legge sull’inserto cultura di Repubblica di qualche giorno fa del nuovo ruolo del filosofo come psicanalista; questa idea si diffonde ormai da diversi mesi nei circoli "alti", sospinta da uno dei personaggi più eminenti (di cui personalmente ho poca stima) del panorama filosofico nostrano: Umberto Galimberti. La proposta suona assai poco spontanea e sincera; piuttosto il caro Umberto pare ansioso di cavalcare l’interesse che festival e amenità varie hanno risvegliato nella popolazione. Una domanda allora sorge spontanea: quanto è genuino questo rinnovato desiderio di cultura e pensiero? Non sarà l’ennesima trovata "New-Age", per riempire un vuoto di senso che sembra essere diventata la costante del nostro tempo? Sono assai poco ottimista in proposito. Le basi stesse della nuova trovata di Galimberti e soci mi sembrano poco plausibili: rifancendosi al modello Socratico, pensano di migliorare il proprio "paziente" ampliando i suoi orizzonti di conoscenza e pensiero, tramite un’infarinatura di conoscenze filosofiche e massime di vita. A parte che, a mio parere, Hegel e tanti altri ben poco hanno a che spartire con la filosofia in pillole, che meglio si adatta a gente come Schopenauer, credo che il principio di fondo, cioè che la conoscenza renda più felici, sia sbagliato: sono proprio le persone più intelligenti a porsi le domande più scomode, a soffrire di più, a sentirsi più sole. Quando si dice beata ignoranza! Che dietro tutto questo ci sia piuttosto il desiderio di trovare qualcosa da fare a tanti collaboratori universitari frustrati, che anzichè aspirare per anni ad una cattedra possono così guadagnare qualche soldino rubando il mestiere ad analisti e santoni?

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