Stamattina ho navigato su FilmScoop.it per sbirciare i primi commenti al film di cui ho scritto ieri, Apocalypto (media voto 7.3 nel momento attuale):

"Quando capisci che il film giunge al termine quasi te ne dispiace grazie alla continua azione. "

Questa frase in particolare, di per sè non così eclatante, mi ha ispirato una riflessione sui cambiamenti che ha avuto il cinema nell’ultimo decennio. Nello specifico, sulla velocità, di azione e pensiero, che contraddistingue l’ultima produzione cinematografica. Un capovolgimento continuo di fronte, un continuo divenire di personaggi e azioni in uno sfondo schizofrenico dove nulla è ciò che sembra. Per farmi capire meglio, mi riferisco a film recenti come "Slevin:patto criminale", "The departed", "The prestige". Non a caso ho scelto tre film di valore, perchè non sto contestando la qualità, quanto l’andamento generale delle sceneggiature. In tutti gli esempi di cui sopra possiamo individuare: personaggi nè buoni nè cattivi, frequenti cambi di locazione e dinamicità, capovolgimenti di prospettiva, finale imprevedibile. Tutti elementi che in qualche modo contraddistinguono il nostro tempo. Senza voler lanciarsi in astrazioni che non voglio prendere in considerazione al momento, mi sento di affermare che c’è nel cinema un segno della società di cui è figlio. Se i film degli anni ’50 avevano un andamento ieratico, gli anni ’60 tingono la pellicola di brio e colori, mentre gli ’80 la incupiscono e modernizzano. "Blade Runner" è ambientato nel futuro, ma non lasciamoci fuorviare: è un chiaro parto del suo decennio. Così credo che gli anni ’90 abbiamo introdotto la schizofrenia di cui parlavo sopra, forse per la tanto declamata perdita di valori. Infatti, se in un western di hollywood il buono era il buono e il cattivo era il cattivo, in "Pulp Fiction" chi è buono? Chi è cattivo? Lo spettatore non ha certezze. E col tempo muta, si abitua alla superficialità, alla mancata introspezione psicologica, alla potenza di sceneggiature geniali e cervellotiche che coprono la sciatteria degli altri elementi. Posso indivuarvi un momento in cui tutto ciò accade: tra il 94 e il 96 escono "I soliti sospetti" e appunto "Pulp fiction". Sono film epocali, che in qualche modo indirizzano il costume cinematografico. Dopo niente sarà più come prima. Il pubblico più giovane oggi non sopporterebbe i vecchi film, i cosiddetti "classici". Antonioni? "solo dei deserti…" Fellini? "Tre ore a film, e succedesse qualcosa…" Trouffaut? "Francesi? du’ palle…" e via dicendo. La mutazione (date un’occhiata ai primi 10 capitoli, i migliori, dei "Barbari" di Baricco, se vi capita) è irreversibile nel breve periodo, e trascina con sè anche il gusto della lettura. Molti libri classici hanno lo stesso mood dei vecchi film, mentre nuovi (e furbi) best-seller si sono adattati ai tempi con stili veloci e sorprendenti. Scommetterei sul fatto che una sana rieducazione cinematografica riporterebbe anche il piacere della lettura. Infatti, se noi (g)giovani siamo tanto superficiali, non vuol dire che ogni tanto non apprezziamo con parecchia nostalgia quando il mondo girava un po’ più lentamente, e si vedeva meglio quello che c’era fuori dal finestrino.

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