Archive for febbraio, 2007


Una visione sofferta
Quando le luci si accendono in sala, il pubblico è muto, incredulo e scosso per quello che ha visto. Un’odissea lunga 172 minuti, un lungo ed oscuro tunnel dove emergono a tratti prostitute seducenti, circensi polacchi ed inquietanti conigli seduti in poltrona. E molto altro ancora. 
Ormai viaggiatore navigato dell’universo di David Lynch, preparato a sogni, visioni, salti spazio-temporali in stile "Mulholland drive", credevo di essere al riparo da nuovi sconcertanti orizzonti. Eppure l’esperienza (perchè di questo si può parlare) è stata ancora diversa, ancora più imponente e suggestiva. Addirittura ha comportato uno sforzo fisico, oltre che mentale, per via dell’enorme durata, delle inquadrature invadenti, dei primi piani ossessivi che non lasciano tregua alle emozioni dello spettatore. Sono stato stravolto, sbattuto, prima preso in giro e poi estasiato. E sopratutto, mi sono chiesto: fino a che punto David Lynch può abusare dello spettatore?

Andiamo con ordine (contiene spoiler)

La trama è piuttosto avvinghiata su se stessa; come di solito accade quando si tratta di Lynch, sono necessarie più visioni per averne un quadro completo ( vi sfido però a tornare al cinema!). E neanche a quel punto si può essere sicuri più di tanto sul significato del film. Prendere dunque queste mie righe che seguono con le molle, tenendo conto che la loro apparente confusione rispecchia la ben più imponente confusione dell’opera stessa.
 La protagonista è un’attrice (Laura Dern) che riceve una parte per un film ad Hollywood. Dopo alcune "schermaglie visive" (scene incomprensibili di cui più tardi capiremo il senso), piombiamo nell’elegante salotto da tè della suddetta, dove viene ricevuta come ospite una nuova vicina (la madre di Laura Palmer in "Twin Peaks"!). Profezie ed avvertimenti sibillini ("una colpa da espiare") ci introducono ad una visione dell’attrice stessa, che vede manifestarsi davanti a sè più o meno tutto ciò che accadrà di seguito. Entriamo a questo punto in un’ambientazione hollywoodiana, dove atmosfere patinate la fanno da padrone, e conosciamo il protagonista maschile del film: un noto dongiovanni, che non mancherà dunque di scatenare le ire del gelosissimo marito di lei. Una volta sul set, la sensazione di attesa crescente, di impercettibile disagio che aveva contraddistinto l’introduzione viene spezzata da un’oscura presenza che si aggira per gli studios. Scopriamo dunque che lo stesso film era stato iniziato e mai finito, poichè i due protagonisti erano stati assassinati. La leggenda polacca da cui è tratto il soggetto sembra portatrice di grande sventura e causa della loro morte. Il film a questo punto si squarcia come cartapesta: il piani del film dentro il film (qualcuno ha detto Truffaut e Fellini?) e della realtà in cui vivono gli attori vanno a confondersi, anche perchè il soggetto che si sta girando tratta proprio di un adulterio, cioè la situazione che ci aspetteremmo tra i due protagonisti viste le premesse. Con nostro sommo sconcerto invece il misfatto non decolla; anzi, ci perdiamo sempre più tra scenari da Anna Karenina nell’europa dell’est, dove i personaggi parlano polacco, e situazioni ambientate in un tempo indeterminato, dove gli attori prima visti in altro abito si muovono ora liberamente sganciati dalla trama del film. Compaiono sulla scena sensualissime donne dal volto sconosciuto, amiche improvvisate della protagonista. Ormai giunti a metà della proiezione, la pellicola rischia il collasso: all’iniziale sconcerto sopraggiunge un filo di noia, perchè tutto questo imponente allestimento visivo sembra non portare da nessuna parte. Le storie si intrecciano senza soluzione di continuità, le azioni dei personaggi sembrano non avere il benchè minimo senso. Ognuno sullo schermo fa allusioni a qualcosa che lo spettatore ignora, e come se non bastasse, conigli presi di forza da un altro film di Lynch ("Rabbits" appunto) si muovono in una sit-com dai contorni surreali. Il piano del film nel film ormai non ha più senso di esserci; tutto sembra essere concreto, o se preferite, tutto sembra essere una finzione. Ricompare di frequente però una donna piangente che guarda sulla sua televisione in camera le scene che anche noi osserviamo sullo schermo. Chi è costei? Tornerà utile verso la fine.
A due ore e mezza della titanica impresa ecco il momento più lirico. Questo vale il prezzo del biglietto. Nella famosa strada delle stelle di Hollywood, Laura Dern si aggira morente, colpita all’addome da un cacciavite. Si accascia tra un gruppo di poveracci accampati per strada. In una sequenza lunga e surreale, i quattro presenti intrecciano un dialogo quasi aneddotico, ma carico di intensità emotiva. La morte di lei sembra quasi un fatto inevitabile e catartico, tanto che nessuno si affanna per soccorrerla. Quando, al culmine della tensione emotiva, l’attrice muore, ci svegliamo finalmente dal lungo torpore, per scoprire che era tutta una scena del film che si sta girando. Cosa significa questo? Che la potenza del cinema (o meglio del cinema dentro il cinema) ci ha ingannati ancora una volta? Ad ogni modo, l’attrice sembra tornata sul piano della realtà in cui vive. Invece, una volta giunta nei camerini, ritroviamo la porta dell’appartamento numero 26 (flashback: "Strade perdute" ,1996), dove la Dern uccide un suo aggressore, che possiamo identificare con il polacco cattivo visto in precedenza, tale "Grimpi", A causa di questa sua "colpa da espiare" (e ritornano in mente le parole della signora Palmer all’inizio!) Laura Dern ha subito la vendetta di un’altra donna, che è sia una moglie gelosa nel film che si sta girando, sia una non meglio identificata entità che si muove nell’ambiete polacco in alcune scene. Ci ricordiamo però che uccide l’attrice con un cacciavite già visto prima, e molti indizi portano ad interpretare il tutto come un salto temporale all’indietro, dove il delitto è posposto al castigo.
A questo punto, l’anello temporale è per così dire ricomposto (tzè!), e Laura Dern può correre ad abbracciare la ragazza piangente, che avevamo lasciata seduta  a guardarsi in tv INLAND EMPIRE. La scena è doppia, sia in primo piano che nel televisore. L’attrice poi scompare per ritrovarsi nel salotto dell’inizio, lasciando presupporre che i piani temporali e spaziali si siano finalmente ricomposti.
O no?

Facciamoci del male: decifrare il film
0)Punto zero, perchè dovrebbe essere chiaro a tutti: il cinema di David Lynch è il cinema del sentire, dell’emozione, dell’irrazionale. Un cinema dionisiaco. L’ultima sua produzione non fa eccezione, ed anzi rincara la dose.
1)Cosa significa INLAND EMPIRE? Inanzitutto è evidente un omaggio che Lynch fa al cinema tutto, alla sua potenza espressiva, alla sua capacità di ingannare lo spettatore. In questo aspetto è presente anche un certo sadismo, per come il regista "giochi" in modo evidente con le convinzioni che lo spettatore raggranella faticosamente lungo il percorso. Il film  dentro il film, come ho già accennato, è tema di lunga tradizione nel cinema d’autore. In questo caso però possiamo parlare addirittura di quattro livelli di narrazione: Laura Dern ha la visione in soggiorno; La ragazza piangente guarda la televisione; gli attori realizzano il film; il film stesso. Questo mirabile gioco ad incastro non ha però contorni ben definiti. Anzi spesso i diversi piani si sovrappongono, o ci illudiamo di fonderli.
2)Il vero punto forte della narrazione di Lynch, sostengo, sono le donne: pochi altri sanno caratterizzare le figure femminili come lui. Pochi riescono a caricare così le inquadrature, a muovere sinuasemente la macchina da presa sul loro corpo come un dito che ne sfiora la pelle. Le donne di Lynch sono estremamente seducenti. E, non dimentichiamolo, sono spesso nude! Evidentemente il saggio autore sa come tenere alta l’attenzione del pubblico maschile tra una visione onirica e l’altra..
3)Proprio i movimenti di macchina sono l’aspetto veramente innovativo del cinema di Lynch. Mai come in questo caso infatti il regista ha volutamente calcato la mano sui primi piani, sul gesto teatrale, sulle espressioni, risultando a tratti anche un po’ eccessivo. Scene come quella della morte di Laura Dern sono girate in modo magistrale: sprigionano una grande carica lirica.
4)Non si può parlare dello star-System di Hollywood senza fare una escursione nei suoi eccessi e nelle sue zone d’ombra. Lynch in questo caso non se la prende a cuore più di tanto: è evidente però come nella scena iniziale dello show televisivo, dove i due attori devono presentarsi al futuro pubblico, ci sia una grande componente ironica e dissacrante.
5)I richiami ai suoi film precedenti (Strade perdute, Rabbits, Mulholland Drive) fanno presagire una china pericolosa per le prossime pellicole: la tentazione della referenzialità, dell’auto-compiacimento, è sempre dietro l’angolo, e mai presente come in questo ultimo INLAND EMPIRE.
6)172 Minuti. Viene da chiedersi: cosa ho fatto di male? Il film ha i contorni suggestivi del teatro greco. Una strisciante irrequietudine che porta ad una catarsi finale. Le tre ore spargono una miriade di indizi, tessono infinite trame,  destinate forse a riannodarsi al termine della visione. O, più semplicemente, Lynch si è montato la testa e gli è venuto fuori un film più lungo, più astruso e più logorroico del solito.

Un giudizio finale
Sinceramente, non saprei davvero da dove partire per giudicare INLAND EMPIRE. Il flusso vorticoso di emozioni, nè del tutto positive nè del tutto negative, non lascia spazio ad un giudizio univoco: l’unica certezza è che questo film scuote eccome lo spettatore, lo tormenta e sgretola le sue convinzioni. A tratti il non-senso è irritante, in altri momenti si rimane sbalorditi per l’intensità di alcune scene. Il suo punto debole sono essenzialmente gli eccessi: dura troppo, è auto-indulgente, è spesso pura estetica, è  sicuro di sè e della sua capacità di osare. Al di là di questo, non possiamo però negare che INLAND EMPIRE marchia a fuoco lo spettatore. E’ probabilmente l’opera più importante degli ultimi anni, e come molti grandi film genererà infinite discussioni. Tutto può fuorchè lasciare indifferenti, e questo è già un grande risultato, con i tempi che corrono.

Postilla: come David L. fa vedere le tette delle sue attrici, io ho provato a scrivere questo papiro con un po’ di "pepe", prendendo in giro lui e me medesimo, senza la pretesa di apparire serio ed autorevole. Del resto, lo stesso regista ha ripetuto nelle interviste che i suoi film non vanno capiti, ma semplicemente vissuti. Si basano più sull’emotività che sull’incastro cervellotico. Fuoco cammini con voi!

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Segnalazione

Vi segnalo un blog molto interessante sul cinema. E’ dettagliato e competente, ma sopratutto possiede un ottimo tempismo per recensire i film che devono ancora uscire nelle sale.
http://sonovivoenonhopiupaura.blogspot.com/
P.S.:Questa settimana vige l’imperativo categorico di andare al cinematografo: esce INLAND EMPIRE! Il ritorno (sembra in grande stile, a sentire in giro) di David Lynch!