Archive for aprile, 2007


Sto scrivendo la tesina da portare all’esame di Maturità sull’argomento: Interpretazioni dell’Edipo Re tra fine ‘800 e ‘900. Di seguito riporto la prima stesura del capitolo dedicato alla celebre esegesi di S.Freud ed alle critice ed osservazioni a riguardo di J.P.Vernant, G.Paduano e E.Fromm. Spero che possa rivestire per il lettore qualche interesse e di ricevere magari qualche critica e scambio di opinioni in merito.


S.FREUD

  GIOCASTA:
 Ma perché sgomentarsi, se in balìa
della fortuna sono i casi umani,
 che l’uomo non potrà mai preconoscere?
 E’ più saggio affidarsi alla ventura,
come si può; né tu temere le nozze
 con tua madre. Non giacquero molti in sogno
 con la loro madre? E vivono sgomenti
 forse per i loro sogni? No, se vogliono
 condurre la vita senza troppi affanni.

(Edipo Re, vv.977-983)

 

 

1.Celebri sogni edipici

Il mito ha rappresentato per la psicanalisi sin dai suoi albori un forte motivo d’interesse. In particola modo per il filone junghiano, esso è un paradigma, una via per chiarire, ma soprattutto far affiorare, i desideri che hanno popolato da sempre l’inconscio umano. Da queste premesse si spiega l’interesse per la tragedia di Freud, che non era certo un filologo, né aveva inizialmente la precisa volontà di studiare il mito di Edipo. La sua interpretazione dell’eroe tebano deriva da un’analogia che egli compie tra il contenuto della tragedia ed i sogni dei suoi pazienti. Divisi tra chi la sostiene (pochi) e chi l’avversa (molti), tutti coloro che commentarono in seguito l’Edipo dovettero confrontarsi con le teorie freudiane. Anche solo per questo motivo, nonché per la fama che conserva tutt’oggi, l’interpretazione del medico austriaco rimane una pietra miliare nella critica moderna.

 

Tra Parigi e Vienna alla fine dell’Ottocento, il medico neurologo S.Freud studia pazienti sani o affetti da nevrosi, in particolare nelle loro esperienze oniriche. Uno dei soggetti più ricorrenti, come riferisce nell’Interpretazione dei sogni, è la morte del genitore del medesimo sesso[1]. Partendo dalla norma secondo cui il sogno rappresenta un desiderio non del presente ma del passato, egli fa risalire all’infanzia la volontà per il bambino del parricidio o matricidio. Nella casistica maschile, per sostituirsi al padre ed acquistare prestigio in una società patrilineare, nella casistica femminile, allo scopo di raggiungere l’indipendenza sessuale negata dalla madre. I due complessi infantili, poi rimossi dall’inconscio in età adolescenziale, prendono il nome di Complesso di Edipo e complesso di Elettra.

2.A tu per tu con la propria nevrosi

La prospettiva di Freud si concentra esclusivamente sull’elaborazione sofoclea, non mostrando di conoscere le altre versioni del mito. Come altri suoi contemporanei, e Niezsche prima di lui, Freud rigetta l’interpretazione corrente della “tragedia del destino”: la vicenda di Edipo è totalmente ripiegata nel contesto familiare e risultano assenti sia il contesto cittadino che il rapporto con la divinità.

Il fine della tragedia è la scoperta del proprio inconscio, delle nostre porzioni di pensiero che la morale ha schermato e ci impedisce di concepire. Con una superficialità spesso criticata, Freud individua in questo motore l’unico, universale effetto tragico. L’Edipo Re non sarebbe che una conseguenza di questa norma generale: esso mette in atto i desideri infantili di ogni essere umano, così come se si fossero realizzati. Scrive nell’Interpretazione dei sogni: “Se Edipo Re è in grado di scuotere l’uomo moderno come ha scosso i greci suoi contemporanei, ciò non può che significare che l’effetto della tragedia greca non è basato sul contrasto tra destino e volontà umana, ma sulla particolarità della materia sulla quale questo contrasto viene mostrato.[…] Il suo destino ci scuote soltanto perché avrebbe potuto diventare anche il nostro, perché prima della nostra nascita l’oracolo ha pronunciato ai nostri riguardi la stessa maledizione.[2]” La tragedia dunque non rappresenta il complesso dell’eroe, ma quello dello spettatore, che giace sopito dall’infanzia. Come fa notare G.Paduano (Lunga storia dell’Edipo Re) il punto di partenza non è più Edipo, ma il successo del testo sofocleo che ne parla[3]. Non a caso Freud pone più volte l’accento sulla ricezione della tragedia, davanti alla quale “proviamo un orrore profondo, nutrito da tutta la forza della rimozione che da allora in poi hanno subito i nostri desideri”. Per questo motivo, secondo lo psicanalista, l’Edipo riesce a commuovere lo spettatore di ogni epoca, come invece le tragedie moderne del destino non riescono a fare.

L’interpretazione freudiana si arricchisce di significati quando egli si confronta con il monito di Tiresia riguardo la brama di conoscenza di Edipo, che gli ha portato “orribili flutti di sventura”. Scrive nell’Interpretazione dei Sogni : “è un’ammonizione che colpisce noi stessi e il nostro orgoglio, noi che a parer nostro siamo diventati cosi saggi e così potenti, dall’epoca dell’infanzia in poi.” E’ dunque un monito rivolto agli spettatori, che vivono “inconsapevoli dei desideri che offendono la morale”. Nel momento in cui essi ci vengono svelati, nel meccanismo tragico, “probabilmente noi tutti vorremmo distogliere lo sguardo dalle scene dell’infanzia”.

 

In seguito a questa formulazione, nuove osservazioni sulla tragedia di Sofocle compaiono nel Compendio di Psicoanalisi. Il processo che incammina Edipo verso la verità viene paragonato alla seduta psicoanalitica, attraverso cui il paziente scopra la propria dimensione inconscia che l’Io aveva rimosso. Difatti nel momento in cui l’ubriaco al banchetto lo apostrofa come “bastardo”[4],  Edipo sente qualcosa insinuarsi nel profondo, quasi a toccare stati d’animo che aveva rimosso. L’atto dell’accecamento diventa in questa ottica la punizione che il Super-ego di Edipo infligge all’eroe stesso, in virtù del suo senso di colpa[5].

 

Appurate le varie sfaccettature della teoria freudiana, cade nel vuoto anche l’obiezione usualmente rivolta, cioè che Edipo non è consapevole dell’identità della donna che sposa e dell’uomo che uccide. A maggior ragione, il desiderio, proprio perché inconscio, non necessita di essere palese. Tanto più che, essendo prerogativa degli spettatori, la pulsione edipica non deve riguardare per forza l’eroe stesso.


[1] Freud – Intepretazione dei sogni, 1952 Roma Astrolabio, Ciclo “Psiche e coscienza”, p.197 riga 35 e ss.

[2] Freud – Intepretazione dei sogni, 1952 Roma Astrolabio, Ciclo “Psiche e coscienza”, p.209 17° riga e ss. Per le cit. successive da p.209 a p.212

[3] Guido Paduano, Lunga storia dell’Edipo Re, 1995 Einaudi, p.17 27° riga e ss.

[4] Sofocle –Edipo Re, 2003 Classici Bur, vv.779-786 pag.219 7° riga e ss.

[5] Freud – Compendio di Psicoanalisi, 1997 Bibilioteca Bollati Boringhieri, p.68 1° riga e ss., 2° nota a piè pagina

Annunci

CRITICI DI FREUD

3.Edipo senza complesso. La critica di J.P.Vernant.

Studioso della mitologia greca, Jean-Pierre Vernant fu il principale contestatore del sistema freudiano. Nella sua opera Edipo sans complexe egli sostiene che l’interpretazione del padre della psicanalisi non deriva da una esame integrale e corretto di tutti gli aspetti testuali, ma piuttosto si propone in forma assiomatica. Freud parte dalle proprie convinzioni per poi analizzare in un secondo momento il contenuto tragico, tralasciando del tutto la storicità del pubblico che fruisce dell’opera al tempo di Sofocle. Un procedimento dunque opposto a quello che dovrebbe svolgere un buon filologo, che si occupa prima del contesto e poi dell’esegesi del documento. “Come può un’opera letteraria che appartiene alla civiltà ateniese del V sec. a C. e che traspone essa stessa in maniera molto libera una leggenda tebana molto più antica, anteriore al regime della polis, confermare le osservazioni di un medico degli inizi del XX secolo sulla clientela di malati che frequentano il suo studio?[1]”. Vernant osserva come già la poetica di Aristotele, scritta solo un secolo dopo, non sia più in grado di interpretare pienamente la tragedia, a causa propria del mutato contesto storico e sociale. Egli sostiene piuttosto che la tragedia poggi le sue basi etiche nel campo del diritto, dove nel V secolo il sorgere del principio di  responsabilità aveva posto il problema della misura in cui un uomo è responsabile delle proprie azioni.

4.Rovesciamento e spostamento. L’ironia tragica secondo Paduano

Tra le posizioni contrapposte di Freud e Vernant si pone Guido Paduano. Nella struttura generale della sua esegesi, sono infatti riconoscibili due accorgimenti: uno spostamento ed uno scambio (o rovesciamento).

Lo spostamento avviene in due fasi: prima all’interno della dialettica psichica studiata da Freud (dall’inconscio alla coscienza); poi con il passaggio della dimensione individuale alla dimensione sociale, privilegiata da Vernant. Questa serie di passaggi implica però uno scambio nella successione freudiana tra desiderio inconscio e atto della sua repressione. Nel caso di Edipo, il vero evento tragico (la repressione) precede, anziché seguire, lo svolgimento dell’azione scenica (attraverso cui il desiderio si esprime) [2].

Vediamo come tutto ciò avvenga. Edipo desidera farsi portatore di valori morali, che in realtà gli sono già irrimediabilmente sfuggiti di mano. Egli ha infatti commesso azioni, del cui significato non è consapevole. Il desiderio profondo di Edipo consiste nella sua brama di razionalità, nella voglia di essere all’altezza del ruolo sociale che ricopre. Ma il parricidio e l’incesto hanno già predisposto in anticipi la repressione delle sue pulsioni, che non potranno essere più appagate.

Da queste considerazioni Paduano ricava una rielaborazione del concetto di ironia tragica, secondo la funzione che assume nell’Edipo Re[3]. Essa deriva dal confronto tra l’immagine del desiderio e quella frustrante della realtà. E’ come se la parola di Edipo e la realtà effettuale corressero su binari paralleli, destinati a non incontrarsi mai.

Un caso esemplare è costituito dal verso che sentiamo declamare in apertura dell’opera: “Figli, estrema prole di Cadmo l’antico!” [4]. Dal punto di vista della dialettica tra individuo e società, Edipo risulta legato all’antico re di Tebe e alla città stessa da vincoli politici, proprio in virtù del suo ruolo e dei valori che rappresenta. Ma, sul piano individuale della realtà inconscia, percepiamo tutta la tragica ironia della situazione, in quanto egli è anche figlio biologico del suo predecessore (che ha inconsapevolmente ucciso). Questo costante incrocio tra diversi piani di lettura, tra dialettica psichica e dialettica sociale, tra sfera del desiderio e sfera della realtà, restituisce al testo quella intensità drammatica che Freud tanto ammirava nel suo persistere attraverso i secoli.

5.L’Edipo matriarcale di E.Fromm

Celebre psicanalista e sociologo, Erich Fromm propone, nel saggio Il complesso di Edipo e il mito di Edipo (1949), la propria lettura dell’eroe tragico, ponendosi per molti aspetti in continuità con gli studi di Freud e Jung. Se l’autore della Interpretazione dei sogni non si era neppure posto il problema, Fromm sceglie consapevolmente di appoggiarsi solo alla tragedia di Sofocle, con il completamento fondamentale di altri due testi del ciclo tebano: l’Edipo a Colono e l’Antigone. La chiave di lettura del sociologo tedesco è la lettura simbolica del mito, in quanto rappresentazione figurata di archetipi millenari. Nelle teorie freudiane, Fromm nota una discrepanza tra la definizione di complesso di Edipo e la storia come viene effettivamente tramandata dalla tragedia. Difatti Edipo uccide il padre, ma non si innamora, ne è in nessun modo attratto dalla madre Giocasta. Il loro è esclusivamente un matrimonio di convenienza politica. L’ipotesi a riguardo del sociologo viene così espressa: “Il mito può essere inteso come simbolo non dell’amore incestuoso tra madre e figlio, ma della ribellione del figlio contro l’autorità del padre nella famiglia patriarcale[5]”. L’Edipo di Fromm pone dunque l’incesto in secondo piano rispetto al parricidio. Esso è solo un corollario, “uno dei simboli della vittoria del figlio che prende il posto del padre e con questo tutti i suoi privilegi[6]”. A sostegno della sua tesi il sociologo porta l’esempio dell’Edipo a Colono, dove c’è il tema dell’odio dell’eroe nei confronti dei due figli maschi, così come  il conflitto tra il padre autoritario Creonte e il figlio Emone è uno dei temi centrali dell’Antigone. In entrambi i testi dunque ritorna la tematica del contrasto generazionale, l’antagonismo tra genitore e figlio. Che significato ha l’accenno alla famiglia “patriarcale” ? Fromm inserisce la ribellione di Edipo in un contesto più ampio, di rivalsa della società matriarcale su quella basata sulla discendenza paterna. Il  padre putativo di questa tesi è lo studioso J.J.Bachofen, il cui saggio del 1861 Mutterrecht viene preso a modello[7]. Bachofen avanza l’ipotesi che all’alba dell’uomo prevalesse la società matriarcale, in quanto le unioni erano libere e il legame materno era l’unico attendibile per la discendenza.  Secondo Fromm nella figura di Edipo si possono rintracciare diversi elementi che sono peculiari degli antichi culti femminili della fertilità e della terra. Ad esempio il principio dell’importanza dell’essere-uomo, che il sociologo rintraccia nella risposta che l’eroe dà alla Sfinge. I santuari dedicati a Edipo, sia a Colono che a Eteonos in Beozia, risultano attigui a santuari di Demetra e delle Erinni, divinità femminili legate al culto delle dee della terra, tipico delle origini. Infine nel rapporto con i figli Edipo rivela una predilezione per Ismene e Antigone- che nell’Edipo a Colono loda facendo riferimento al matriarcato egiziano descritto da Erodoto- e un odio verso Eteocle e Polinice -risultato della loro violazione dei doveri filiali nel desiderio di impadronirsi del potere paterno. E Giocasta? Se ella simbolizza il principio matriarcale, risulterebbe incongruo che venga annientata anziché risultare vittoriosa. In realtà la madre si macchia della colpa di non aver adempiuto al suo dovere verso il figlio, in quanto alla nascita ha tentato di ucciderlo per salvare il marito, e di conseguenza il protrarsi del regime patriarcale. Fromm tenta giustamente di collocare la sua tesi nel quadro storico in cui Sofocle scrisse la tragedia. Nel tempo delle guerre del Peloponneso e della peste, la società ateniese vedeva in pericolo la sua indipendenza e gli stessi valori tradizionali. L’attacco giungeva anche dai sofisti, con cui Sofocle polemizza per via del loro opportunismo e gli affronti alla morale. In questa disputa il tragediografo pone come modello le antiche tradizioni religiose, che celebravano l’amore, l’uguaglianza e la giustizia, in linea con i principi matriarcali identificati da Bachofen e Fromm. E’ quindi plausibile che la predilezione di Sofocle per tali forme di tradizione abbia portato alla stesura dell’Edipo Re.


[1] Vernant – Edipo senza complesso, 1996 Mimesis, p.33 16° riga e ss.

[2] Guido Paduano, Lunga storia dell’Edipo Re, 1995 Einaudi p.72 4° riga e ss.

[3] Guido Paduano, Lunga storia dell’Edipo Re, 1995 Einaudi , p.75 e ss. 6° riga e ss.

[4] Sofocle –Edipo Re, 2003 Classici Bur, v.1 pag.163 1° riga.

[5] Fromm – Il linguaggio dimenticato, 1995 Saggi tascabili Bompiani, p.193 8° riga e ss.

[6] Fromm – Il linguaggio dimenticato, 1995 Saggi tascabili Bompiani, p.193 11° riga e ss.

[7] [Diritto Materno].Cit in Fromm – Il linguaggio dimenticato, 1995 Saggi tascabili Bompiani, p.196 2° riga

Sto scrivendo la tesina da portare all’esame di Maturità sull’argomento: Interpretazioni dell’Edipo Re tra fine ‘800 e ‘900. Di seguito riporto la prima stesura del capitolo dedicato al rapporto di Nietzsche con l’eroe greco, sperando che possa rivestire per il lettore qualche interesse e ricevere magari qualche critica e scambio di opinioni in merito.

F.W.NIETZSCHE

1.Edipo senza destino. La discontinuità con i filologi tedeschi.

Edipo, l’uomo che più ha sofferto ha scoperto l’enigma dell’uomo”. Così scrive Nietzsche nel 1872, mentre la censura accademica  osteggia ferocemente La nascita della tragedia. In un momento così difficile, segnato dal dolore e dalla solitudine, il filosofo arriva a maturare nei suoi scritti (Discorsi dell’ultimo filosofo con se stesso) la propria identificazione con l’eroe tebano. Ma già prima del 1871, anno della pubblicazione del suo primo libro, Nietzsche si era interessato alla figura di Edipo. Al liceo studiò con ogni probabilità su testi, come quello dello Schneidewin, che proponevano l’approccio più tradizionale alla tragedia sofoclea, intesa come epopea del destino (Schicksalstragoedie). Secondo tale interpretazione, Edipo è il simbolo dell’incapacità umana di opporsi ai capricci della sorte. La sua colpa è assolutamente involontaria: sono gli dei ad accanirsi contro di lui, abusando del loro arbitrio. Il completamento della tragedia nell’Edipo a Colono sancisce la conciliazione tra uomini e dei, il cui intervento si spiega nella conservazione degli equilibri del mondo.

Nell’esercitazione pre-maturità del 1864 sul primo canto corale della tragedia, pur mantenendo un approccio scolastico, il giovane Nietzsche dimostra di avere già in nuce una delle idee portanti della sua prima pubblicazione, distante dieci anni. Il testo sofocleo viene detto “prevalentemente musicale”, gli spettatori sono identificati come ascoltatori, il coro acquista totale centralità, il prologo diventa una vera e propria ouverture operistica. Con ogni probabilità egli si rifà alle teorie di R.Wagner, che vedono nella tragedia la massima espressione dell’arte totale, intesa come fusione armoniosa di tutte le arti. Ma sarà soltanto con La nascita della tragedia che il filosofo si porrà in netto contrasto con l’interpretazione dei contemporanei, sia riguardo Edipo che il resto del teatro greco. Primo e fondamentale passo è lo slittamento di contesto, dal dramma sofocleo al mito. Questa correzione, che può apparire irrilevante, è in realtà fondamentale per i commentatori successivi dell’Edipo, a cominciare da Freud.  Più a suo agio nei vasti territori del mito, Nietzsche compie un lavoro esegetico del tutto innovativo; il campo d’azione non è lo spazio angusto della poetica di Aristotele, ma il paesaggio metafisico dove si muoverà poi Zarathustra, le distese fuori dal tempo dove una figura esemplare quale è l’eroe tebano può assumere la sua ragion d’essere. La liberazione dal vincolo testuale non è arbitraria, ma fortemente voluta: l’Edipo di Nietzsche si spinge molto oltre la tragedia del destino.

2. Una sapienza dionisiaca

L’Edipo secondo il filosofo è un eroe passivo, in balia degli eventi, “ma che alla fine, in virtù del suo immenso soffrire, esercita intorno a sé un’azione magica e benefica[1]”. Egli è “condannato all’errore ed alla disgrazia, nonostante la sua saggezza”. Proprio nel desiderio di conoscenza Edipo subisce la natura in tutta la sua violenza, tramite l’incesto. Tra causa ed effetto c’è una stretta connessione: “infatti, come si potrebbe costringere la natura a cedere i suoi segreti, se non combattendola e vincendola, vale a dire con l’innaturale?”. E’ quindi la sua brama di saggezza, e non l’atto incestuoso in sé, che spinge Edipo contro l’ordine naturale. Uccidere il padre e sposare la madre non sono che passi successivi di una catena, che se iniziata porta alla sua inevitabile conclusione, a cui l’eroe si può opporre solo con un “passivo contegno”. Nietzsche lo esprime chiaramente: “Io vedo impressa questa constatazione nella terribile triade del destino edipeo: quello stesso uomo che scioglie l’enigma della sfinge biforme, deve anche infrangere i più sacri ordini naturali”. Il filosofo nutre la certezza che tra le righe il testo voglia insinuare che “la sapienza, e proprio la sapienza dionisiaca, è un fatto esecrabile”. In cosa si distingue questa sapienza, detta “dionisiaca”? Dal momento che l’aggettivo è citato solo in questo punto, senza ulteriori spiegazioni, occorre ricercare nella tragedia le motivazioni che spingono il filosofo a tale affermazione. Senza dubbio il testo sofocleo intreccia di continuo riferimenti alle divinità contrapposte Apollo e Dioniso. Sin da subito esse sono invocate dal coro[2] affinché salvino la città dalla peste. Dioniso è il protettore di Tebe, nato da Semele della stirpe dei Labdacidi. Edipo stesso viene abbandonato sul monte Citerone, sacro al dio dell’ebbrezza. Non si trascuri infine un curioso riferimento di Nietzsche ad una “antichissima tradizione popolare, vivente soprattutto in Persia”, quindi nell’oriente, secondo la quale “un mago pieno di saggezza può nascere solamente da un incesto”. Se il mago in questione è Edipo, la sua sapienza dionisiaca può derivare forse dalla stessa matrice orientale da cui proviene il culto di Dioniso. Per quanto riguarda Apollo, si consideri che è proprio l’oracolo di Delfi, votato al dio, che segna in negativo la vicenda di Edipo scatenando eventi infausti. L’atto aberrante del Re di Tebe lo contrappone all’ordine delle leggi di natura, insidiando lo spirito apollineo che dona equilibrio del mondo. Se Edipo, massimo eroe della tragedia greca, più di qualsiasi uomo ha osato opporsi alla natura, egli è di certo l’araldo di Dioniso contro il rigido rigore di Apollo.

3.Il superuomo venuto da Tebe

L’altro punto focale su cui il filosofo concentra la propria attenzione è l’opposizione di Edipo alla morale. “La sua azione può sovvertire ogni legge, ogni ordine naturale, e perfino il mondo morale, ma proprio da questa azione verrà prodotto un cerchio più alto d’azioni magiche che sulle rovine del vecchio mondo precipitato ne fondano uno nuovo”. Non si sta parlando della Grecia, né i bersagli sono i consueti Socrate ed Euripide, come in altre parti del libro. Nel tentativo di trasferire il mito su base più ampia, il filosofo allude ad una dimensione assoluta: le rovine del vecchio mondo in cui si muove Edipo potrebbero essere le stesse in cui si ritrovano gli uomini a cui viene annunciata la morte di Dio. Dunque l’eroe tragico assume i tratti del Superuomo; egli è uno Zarathustra in fase embrionale, che predica la via che l’uomo deve seguire non attraverso l’annuncio, ma con l’esempio. L’accettazione del suo immenso dolore lo porta ad affermarsi come un uomo nuovo. Infatti egli non si uccide, ma si acceca, proprio in virtù del suo desiderio di sopportazione. Con grande efficacia visiva, Nietzsche scrive di una “immagine luminosa” dopo che abbiamo gettato “lo sguardo nell’abisso”.  Il lucente Edipo ha varcato il limite che separa l’uomo dalla natura dionisiaca, il singolo dal tutto, e ne ricava le terrificanti conseguenze: l’incesto, la perdita dell’identità. Ma la sua parabola esistenziale va oltre la sofferenza; laddove la sopportazione lo ha condotto attraverso uno stadio di passività, “assai al di là della sua vita” Edipo attingerà ad una “serenità ultraterrena”, che trova il suo senso compiuto nell’epilogo dell’Edipo a Colono. Proprio la sofferenza estrema, e ciò che ne deriva, “una sublime trasfigurazione”, sembra essere quell’enigma che Nietzsche attribuisce all’uomo, e di cui Edipo, nel momento in cui è scomparso senza lasciar tracce nei boschi di Colono, ha trovato la risposta.

4.Critici di Nietzsche

Wilamowitz, filologo tedesco vissuto nella seconda metà dell’ottocento, scrisse un testo[3] contro La nascita della tragedia, accusando Nietzsche di far uso di un metodo poetico, e non scientifico ( critico – storico ). Nel sostenere le sue tesi con precisi riferimenti testuali, la valutazione del Wilamowitz dimostra di non aver compreso l’approccio sostanzialmente non-filologico di Nietzsche, dovuto allo slittamento dalla tragedia al mito.

La lunga storia dell’Edipo Re di G. Paduano critica Nietzsche nel suo giudizio sulla sapienza, in quanto investe solamente il punto di vista del Re di Tebe. “La sapienza divina, rappresentata da Tiresia, subisce invece proprio da parte di Edipo un discredito al quale non viene opposta nessuna valida difesa[4].” Anche sull’applicazione del dualismo apollineo-dionisiaco al mito il Paduano nutre alcune perplessità: “come chiamare” scrive “apollinea in senso nietzscheano la fosca e coinvolgente profondità della sacerdotessa del primo atto?[5]”. Pur non citando il filosofo direttamente, K. Kerènyi nel suo saggio sulla figura di Edipo fa notare come chi aveva trovato la soluzione all’enigma della sfinge parlasse “secondo lo spirito di Apollo, il cui tempio a Delfi, certamente già ai tempi di Sofocle, recava scolpite le parole Conosci te stesso[6]”. Edipo dunque viene investito di sapienza apollinea, in totale disaccordo con quella dionisiaca a cui accenna Nietzsche.


[1]  e cit. ss.: Nietzsche – La nascita della tragedia, 1995 Orsa Maggiore Ed., p. 56 righe 22 e ss. Fino a riga 37 di p.57

[2] Sofocle – Edipo Re, 2003 Classici Bur, vv.210-214 pag.179 1° riga e ss.

[3] Zukunftphilologie (Filologia del futuro), libello 1872

[4] Guido Paduano, Lunga storia dell’Edipo Re, 1995 Einaudi, p.122 7° riga e ss.

[5] Guido Paduano, Lunga storia dell’Edipo Re, 1995 Einaudi, p.142 1° riga e nota 44

[6] Kerenyi K. – Hillman J.- Variazioni su Edipo, 1992 Minima

Centochiodi è la storia di un uomo che tenta la strada del ritorno alle origini, sia sul versante religioso che della società civile. Sulla pellicola aleggia un’atmosfera sacrale, per una serie di motivi: innanzitutto, è stato annunciato come l’ultimo film di Ermanno Olmi, quindi una sorta di suo testamento registico. E’ evidente per larghi tratti la volontà di Olmi di imprimere al film una direzione ben precisa, ricercata attraverso dialoghi da antico testamento, situazioni, luoghi e personaggi portati all’estremo (come portate all’estremo sono le differenze tra la civiltà ed il mondo rurale). Anche la relazione amorosa viene abbozzata senza essere conclusa, attraverso uno schema inusuale (ma coerente col messaggio) che vede prevalere la comunione degli spiriti rispetto a quella dei corpi. Il protagonista soprannominato "Cristo", la figura più enigmatica di Centochiodi, compie la scelta radicale di rinnegare la conoscenza per regredire ad uno "stato di natura" che è proprio della vita agreste. Leggere tanti libri non gli ha portato che infelicità, mentre la sostanziale beatitudine del paese in cui è approdato deriva agli abitanti dalla loro ignoranza: sul mondo esterno, sui dilemmi dell’esistenza, sulle tante variabili del vivere in una grande comunità.
La polemica di Olmi verte in primo luogo sulla modernità, che non rispetta la natura e l’individuo. Come ha da dire Cristo al suo messaggio di commiato agli studenti del corso dove insegna, nel mondo odierno forse l’unica via per ritrovare la genuinità è la follia. Non a caso infatti uno dei paesani tra cui approda Cristo è mezzo-matto, ed anche gli altri col tempo diventano una sorta di suoi discepoli, che racchiudono già in se il seme della genuinità, del senso di comunanza con gli uomini e con la propria terra. Ad un tipo di religiosità delle origini si può appunto ricollegare l’altro grande tema affrontato dal film: in critica al costume moderno di una chiesa dogmatica e distante dall’uomo (la figura del monsignore), il regista indica la via di un cristianesimo evangelico, delle origini, che si diffonde con le parabole.
Cristo, proprio nel suo essere tale personaggio, incarna anche un conflitto quasi blasfemo col proprio padre. Agli arresti il protagonista si interroga davanti al monsignore sulla giustizia di Dio, che risulta distante dagli uomini nel momento in cui si diffonde in modo indiretto tramite il libro, la dottrina, il dogma. Cristo dunque si identifica come Gesù Cristo, come messaggero in terra del messaggio del vangelo.
Tra suggestioni bucoliche e citazioni Felliniane, Ermanno Olmi ha consegnato a Centochiodi la sua testimonianza spirituale. Forse un film come questo, così mistico ed allegorico, poteva solo appartenere ad una persona con i suoi anni, la sua storia ed il suo percorso di vita.

Come interpetare la conclusione del film?
Forse l’esperimento di Cristo, il suo ritorno allo stato di natura, è solo un’utopia. Nel momento in cui un uomo diventa consapevole, non può più regredire, nè tornare indietro. E’ condannato alla sua sapienza, ed alla sua infelicità.

Per far seguire alle mie affermazioni degli esempi concreti, riporto di seguito il pezzo di Serra apparso su Repubblica di oggi, nel suo talloncino personale che gli viene riservato quotidianamente dal giornale, denominato "L’amaca". Premetto che la rubrica ha un taglio volutamente satirico, per intenzione dell’autore.
L’argomento di oggi è di quelli triti e ritriti, iperabusati: Internet come ricettacolo dei mali, alla mercè di qualunque malintenzionato virtuale.

Da quel semi-analfabeta tecnologico che sono, continuo a chiedermi perchè "pubblicare" su Internet qualsiasi porcheria sia (di fatto) lecito, mentre lo stesso genere di materiale non trova sbocco sugli altri media.

Innanzitutto l’autore parte subito male, proclamando la propria ignoranza sull’argomento di cui si accinge a trattare. Viene naturale da chiedersi dunque perchè voglia proseguire imperterrito a scrivere di qualcosa che per sua stessa ammissione non conosce. Wittgenstein lo ammonirebbe: su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.
La seconda affermazione, è anch’essa opinabile: il trash non trova forse spazio negli altri media? Ma su questo si può discutere.

Immagino che la quantità smisurata della merce che viaggia su Internet sia di per sè una causa: impossibile filtrare il mare con un setaccio. E che una concausa sia l’estrema facilità di accesso a un luogo virtuale, che non ha guardie giurate alla porta, nè severe segretarie che ti costringono all’anticamera. Dove non servono cursus professionali, o raccomandazioni di parenti e amici: cosa che rende la faccenda assai democratica, ma anche alla mercè di qualunque idiota o farabutto.

Un po’ d’analisi della sintassi: i congiuntivi che costellano la prima parte di questo secondo estratto sono tutti retti da quel "Immagino" iniziale. Non per insistere, ma il tono vago e ipotetico del brano non attribuisce molta fiducia nelle convinzioni del suo autore, nè Serra fa una gran bella figura piazzando un "Immagino" ad inizio periodo; cosa immagina? e perchè parla, se immagina e non sa?
Nella seconda parte troviamo un topos tipico del giornalista: la critica sociale en passant, appena abbozzata, che racchiude nella sua breve sentenza la solita invettiva alla nostra Italietta terra di raccomandati. Il grazioso quadretto delle guardie alla porta ricorda il racconto di Kafka “Davanti alla legge”. Non so se ho visto giusto, ma non sarebbe una sorpresa: rivolto ad un pubblico medio-alto, e uomo colto lui stesso, Serra cosparge spesso i suoi articoli di aromi letterari. Anche sull’immagine di Internet come "luogo" ci sarebbe da discutere: per quanto mi riguarda la ritengo fuorviante (alla pari del "mago del computer" che si sente spesso dire), ma è tecnicamente sensata.

Tony Blair ha lanciato l’allarme (non il primo) e pretendo che almeno i maggiori gestori aumentino i controlli, e siano responsabili di quello che mettono in rete

Finalmente arriva il contenuto d’informazione.

Perchè bullismo e violenza giovanile si alimentano soprattutto di emulazione e vanteria, e vedere la propria bravata circolare per il mondo è il trofeo più ambito.

Gira e rigira, siamo infine giunti al famigerato BULLISMO. Come ho già detto, sembra che la violenza giovanile sia appannaggio dei nostri tempi. E l’ovvia equazione a cui ovvi ragionamenti conducono è che la causa di tutto sia Internet, o la televisione. Già, perchè dal punto di vista di chi "immagina", e non parlo solo di Serra, spesso i due vanno ad identificarsi, ignorando completamente l’uso interattivo del primo e del tutto passivo della seconda. Il disagio giovanile a scuola, udite udite, è sempre esistito: se non volete credere a me, crede al Libro Cuore o a Gianburrasca, oppure ai 400 colpi. Questo perchè la scuola crea disagio, perchè i giovani sono da sempre in una situazione di conflitto, perchè in ogni micro-gruppo si creano delle gerarchie e dei soprusi. Il bullismo perciò c’è da sempre, e la sua esposizione mediatica non riguarda solo Internet ma tutti i mezzi dell’informazione. Se ne parla in questo periodo perchè è di moda, perchè ne parlano tutti, perchè è facile scrivere sull’argomento una qualsiasi stupidaggine dal vago sapore buonista e pretestuosamente critico sui tempi che corrono. In questa ottica, Internet è il più facile dei bersagli. Ma è la facciata dietro al nocciolo del problema.

Non so se Blair riuscirà a spuntarla, ma sono sicuro che qualcuno, a sproposito, parlerà di "censura". E’ come accurasare di "repressione" un poliziotto che sventa una rapina, ma tant’è: la rete ha molti meriti, ma ha certamente il torto di avere alimentato molti equivoci, e qualcuno esiziale, sul concetto di libertà.

E va bene…anche se, come ha detto lui stesso all’inizio, illudersi di tenere in pugno Internet e maneggiarla a proprio piacimento è una speranza vana, per di più dispersiva di risorse che sarebbero più utili in altri ambiti. Ed ora la chicca:

La rete, ammesso che abbia dei centri nervosi noti e controllabili, dovrebbe scegliere se essere democratica o essere demagogica.

In questo ultimo estratto Michele Serra cade nell’errore di concetto più banale che si può fare, andando ad identificare il mezzo (la rete) con i suoi fruitori. Errore che molti commentatori meno avventati evitano accuratamente, affermando che il mezzo di per sè non è mai buono o cattivo, semmai lo può essere l’uso che se ne fa (un esempio tra tanti: Enrico Berlinguer in una intervista del 1984 – molto in anticipo sui tempi). Ed anche in questo caso, non si può attribuire una volontà univoca ad un universo tanto sterminato di fruitori. Questa polemica è sottaciuta per tutto il brano, quasi sussurrata a bassa voce, per poi esplodere in questa frase senza senso. Per cominciare, quando la sentenza parte con un "ammesso", è già fallace. Identificare i "centri noti e controllabili" di Internet, oltre che essere proposito estremamente vago, è semplicemente ridicolo, in quanto anche un semi-analfabeta teconlogico, come Serra si auto-proclama, arriva a comprendere che non esiste il "quartier generale" di una rete con circa 400 milioni di server. Ed anche se fosse, pensare di effettuare una qualche modifica ai contenuti di 8 miliardi di pagine a partire dai server maggiori è pura utopia. Ma non credo che Michele Serra si fosse spinto fino a qui nel suo ragionamento: probabile che questa frase sia una chiusa, una formula d’auspicio senza molte pretese.
Ancora peggio l’ultima riga: se vogliamo identificare in Vint Cerf il "padre" di Internet, possiamo attribuire a lui una qualche volontà di creare una rete democratica. Ma dalla sua nascita ad oggi Internet è sfuggito ampiamente al suo controllo. Non esiste un organo che possa rappresentare tutti coloro che utilizzano la rete, figuriamoci se la rete stessa sceglie se essere demagogica o meno. E’ come incolpare di qualcosa il computer di Mastella.

Per concludere, ho preso di mira Serra, ma ci sono esempi molto peggiori, a mio modo di vedere. Non li cito perchè non li leggo, perchè sono abbonato a Repubblica anzichè a Libero. Voglio quindi puntualizzare che le buone intenzioni sono evidenti in lui e molti altri, ma è la forma in cui si propongono che si espone facilemente a critiche come quelle che ho io messo in evidenza.
Sempre restando al giornale di oggi, posso citare un esempio di articolo d’opinione interessante, sensato, che riesce a esprimere concetti non banali su un tema che invece è molto banale ed abusato: "Quando le chiese erano piene" di Pietro Citati.

Leggendo di frequente un qualsiasi quotidiano si arriva a familiarizzare con la penna dei giornalisti che ci lavorano. Possono essere riconosciuti già da poche righe: per il tema scelto, il taglio adottato, il registro e la scelta delle parole. Personalmente, ho sempre ammirato lo stile asciutto e chiaro: il mio metro di riferimento ideale sono i Chaiers du Cinema, ma anche il grande W.Benjamin. Prendiamo invece quello che considero la controparte: Michele Serra. Giornalista di nota fama, ha collaborato a Linus e Cuore. I suoi pezzi si sono sempre distinti per la satira, il sarcasmo, la citazione colta, una certa spocchia, una certa partigianeria piuttosto fossilizzata sulle sue posizioni. Se questo stile ha un suo perchè su un giornale satirico come sono i sopra-citati, è fuori-posto in altre collocazioni. In ogni suo intervento su Repubblica Serra sembra avercela con tutto e tutti; pare di vederlo mentre batte rabbiosamente la tastiera rimuginando su quanto è cattivo questo mondo, questa società, questo paese. Per carita! L’idea di fondo è condivisibile: io stesso sono d’accordo, la maggior parte delle volte. Ma l’uso della parola, l’invettiva elaborata ed imbarocchita, che finisce per ripetere ossessivamente sempre la stessa litania: questa sua carattestica è simpatica in un primo tempo, noiosa dopo un po’, insopportabile in ultima analisi. L’articolo d’opinione è un campo minato, dove lo scrittore può perdere il senso delle proporzioni, abbandonarsi a considerazioni di carattere troppo particolare e personale; in definitiva, è facilissimo che un giornalista quando si dedica alla "spalla" parli (scriva) a vanvera. Ovviamente gli esempi di coloro che si districano con eleganza tra queste difficoltà sono un buon numero. Eppure, anche negli insospettabili, si annidano i germi della parola in libertà. Eugenio Scalfari, in quanto proprietario di Repubblica, può prendersi tutto lo spazio che ritenga opportuno. Capita però di trovarsi davanti ad un suo editoriale che comincia così: Scalfari seduto in poltrona, immaginiamo con il pled sulle ginocchia, che fa zapping e commenta "Cattiva maestra televisione". Ne avevamo proprio bisogno? Al di là della suggestione dell’incipit alla "Quarto potere", vengono sinceri dubbi sull’avanzare della demenza senile. Con tutto il rispetto per una figura di spicco della nostra editoria, che ha fatto e certe volte continua a fare la storia dell’informazione.

Ho bisogno di chiarezza. E non mi sento l’unico. Sommersi da opinioni: violenza negli stadi, eutanasia, bullismo (fenomeno che sembre essere appannaggio esclusivo del nostro lustro), le ingerenze della chiesa. Ognuno ripete i medesimi concetti, incurante se è rimasto qualcuno a curarsi della sua opinione. Non riguarda solo i giornalisti, anzi: la nostra classe politica, dal "panino" al "teatrino", ha una lunga tradizione in merito. Ci aspetteremmo però dal giornalista una maggiore lucidità; se non altro, l’acume e l’accortezza di non sparare sempre nel mucchio, su questa società bieca e meschina che nessuno sembra volere ma di cui tutti facciamo parte. Questo atteggiamento, snob, bolso e un po’ generalista, è proprio il maggior argomento con cui la società di massa contro cui si scagliano può criticare gli …intellettuali. Ho detto la parola magica!
Mentre sento rimbombare nella mia testa i medesimi concetti, che eternamente ritornano, arricchiti solo dei dovuti manierismi (Michele Serra…dai, non deludermi ancora!), ho raggiunto il livello di saturazione. Mi ci metto anch’io: quando mi leggo mi annoio da solo! Proclamo un’austherity personale.

Indubbiamente un film che non ha senso al di fuori del grande schermo. 300 fa leva sopratutto sulla sua estetica imponente, diretta discendente della grafica del fumetto di Frank Miller. Del lavoro cartaceo sono riportati fedelmente dialoghi, situazioni, ma soprattutto immagini, movimenti e tensioni. Quello che c’è di più è, manco a dirlo, davvero inutile. La vicenda della moglie di Leonida a Sparta, che si intrecca con i 300 alle Termopili, è probabilmente stata inserita sia per allungare all’ora e mezza il film, sia per creare stacco rispetto alla battaglia. Proprio quando vuole diventare una pellicola "matura", 300 tradisce però la sua essenza di fumettone: succede così che questo corollario di intrighi a corte è totalmente fuori luogo ed eccezionalmente piatto, privo di qualsiasi interesse per lo spettatore. I dialoghi sono di registro elevato; se questo ha un buon effetto durante la battaglia, ne ha uno pessimo, a dir poco comico, nel momento in cui si fa uso di sofisticate perifrasi ed arcaismi durante i momenti della vita quotidiana in città.
La parte puramente estetica e ludica è dunque, a parte la nota negativa della pezza aggiunta, più che soddisfacente. L’interpretazione del film invece non può che inquietare lo spettatore, soprattutto alla luce del quadro attuale della politica internazionale. Innanzitutto, sin dalle prime battute, traspare un messaggio molto più esplicito nel film rispetto al fumetto: le donne a Sparta hanno pari dinità agli uomini, mentre i Persiani (o meglio i musulmani?) sono eccezionalmente misogini. Nella realtà storica invece le donne grece, a maggior ragione a Sparta, erano tutt’altro che coinvolte nella vita politica. Figuriamoci se avevano pari diritti.
Questa nota può apparire quindi come una forzatura del regista; il che fa giungere il sospetto che di forzature ce ne siano altre, volte a disegnare un quadro più ampio di metafore. Chi sono gli arcadi, alleati fedeli ma un po’ incapaci? E gli ateniesi, definiti effemminati e filosofi, possono essere identificati negli europei? Giocando a questo gioco, non è difficile arrivare a comprendere chi siano gli Spartani ed i Persiani.
Altra spia d’allarme: la critica alle divintà della grecia classica, agli efori, agli oracoli (che ricorda alla lontana la diatriba sulla morte degli oracoli nel medioplatonismo e nei Dialoghi delfici dei moralia di Plutarco), nonchè alle forme di divinizzazione dei Persiani. Forme di religiosità che nel film vengono identificate indistintamente come "pagane", quando in realtà al tempo la realtà dei fatti era molto più complessa ed articolata.
Quali sono invece i valori degli Spartani? L’onore, la patria, la FAMIGLIA (molto più nel film che nel fumetto), la legge, il sangue della battaglia.
Personalmente mi chiedo chi possa essersi gasato a vedere questo film, quando i discorsi di Leonida (trucidiamo tutti in nome della giustizia e della libertà) assomigliano a tante parole spese ogni volta che si fa una guerra in questa nostra realtà.
Il voto è sei su dieci: una media tra le mirabili visioni da fumettone e le inquietanti interpretazioni che possono sorgere nello spettatore (POSSONO, non devono).

A 18 anni mi guardo intorno, perchè le elezioni amministrative sono prossime a venire. Un aspetto curioso della frammentazione dei partiti a cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio è la specializzazione in frange sociali. Come una tigre dai denti a sciabola, i mini-partiti del 2007 sono estremamente specializzati e rappresentativi di un settore della società. Così Rifondazione punta molto sulla sacralità delle pensioni, Mastella ha il suo feudo personale, e via dicendo. C’è addirittura un partito dei pensionati. Ed i giovani? Non i politici giovani, su quelli non ci spera più nessuno. Piuttosto, dove sono i partiti che rappresentano gli interessi dei giovani?
Il 1956 è stato l’anno con il più alto tasso di natalità del dopoguerra. La generazione nata negli anni del boom, a distanza di ventanni, nel 1976 diciamo, si è trovata in vistosa superiorità numerica. Si vuole capire cosa abbia spinto il vento del cambiamento negli anni ’60-’70? Una faccenda di numeri. "Five to One", dicevano i Doors. 5 a 1 era il rapporto giovani-vecchi in America in quegli anni. Una folla chiassosa, che tutti hanno dovuto prendere sul serio.
"You got guns, but we got number".
Ed oggi? Ancora una volta, è una questione puramente demografica. I giovani sono pochi di numero, e per questo il loro voto vale poco, e la loro voce non interessa a nessuno, ammesso che abbiano qualcosa di interessante da dire. Per questo motivo, non c’è un partito che si rivolga a loro; al più, si rivolgono ai genitori preoccupati perchè il figlio non trova lavoro. Siamo una minoranza silenziosa e frustrata, e non c’è presupposto anagrafico perchè questa tendenza si inverta. Aspetterò una sessantina d’anni, poi la politica mi corteggerà meglio di una signorina.