A 18 anni mi guardo intorno, perchè le elezioni amministrative sono prossime a venire. Un aspetto curioso della frammentazione dei partiti a cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio è la specializzazione in frange sociali. Come una tigre dai denti a sciabola, i mini-partiti del 2007 sono estremamente specializzati e rappresentativi di un settore della società. Così Rifondazione punta molto sulla sacralità delle pensioni, Mastella ha il suo feudo personale, e via dicendo. C’è addirittura un partito dei pensionati. Ed i giovani? Non i politici giovani, su quelli non ci spera più nessuno. Piuttosto, dove sono i partiti che rappresentano gli interessi dei giovani?
Il 1956 è stato l’anno con il più alto tasso di natalità del dopoguerra. La generazione nata negli anni del boom, a distanza di ventanni, nel 1976 diciamo, si è trovata in vistosa superiorità numerica. Si vuole capire cosa abbia spinto il vento del cambiamento negli anni ’60-’70? Una faccenda di numeri. "Five to One", dicevano i Doors. 5 a 1 era il rapporto giovani-vecchi in America in quegli anni. Una folla chiassosa, che tutti hanno dovuto prendere sul serio.
"You got guns, but we got number".
Ed oggi? Ancora una volta, è una questione puramente demografica. I giovani sono pochi di numero, e per questo il loro voto vale poco, e la loro voce non interessa a nessuno, ammesso che abbiano qualcosa di interessante da dire. Per questo motivo, non c’è un partito che si rivolga a loro; al più, si rivolgono ai genitori preoccupati perchè il figlio non trova lavoro. Siamo una minoranza silenziosa e frustrata, e non c’è presupposto anagrafico perchè questa tendenza si inverta. Aspetterò una sessantina d’anni, poi la politica mi corteggerà meglio di una signorina.

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