Leggendo di frequente un qualsiasi quotidiano si arriva a familiarizzare con la penna dei giornalisti che ci lavorano. Possono essere riconosciuti già da poche righe: per il tema scelto, il taglio adottato, il registro e la scelta delle parole. Personalmente, ho sempre ammirato lo stile asciutto e chiaro: il mio metro di riferimento ideale sono i Chaiers du Cinema, ma anche il grande W.Benjamin. Prendiamo invece quello che considero la controparte: Michele Serra. Giornalista di nota fama, ha collaborato a Linus e Cuore. I suoi pezzi si sono sempre distinti per la satira, il sarcasmo, la citazione colta, una certa spocchia, una certa partigianeria piuttosto fossilizzata sulle sue posizioni. Se questo stile ha un suo perchè su un giornale satirico come sono i sopra-citati, è fuori-posto in altre collocazioni. In ogni suo intervento su Repubblica Serra sembra avercela con tutto e tutti; pare di vederlo mentre batte rabbiosamente la tastiera rimuginando su quanto è cattivo questo mondo, questa società, questo paese. Per carita! L’idea di fondo è condivisibile: io stesso sono d’accordo, la maggior parte delle volte. Ma l’uso della parola, l’invettiva elaborata ed imbarocchita, che finisce per ripetere ossessivamente sempre la stessa litania: questa sua carattestica è simpatica in un primo tempo, noiosa dopo un po’, insopportabile in ultima analisi. L’articolo d’opinione è un campo minato, dove lo scrittore può perdere il senso delle proporzioni, abbandonarsi a considerazioni di carattere troppo particolare e personale; in definitiva, è facilissimo che un giornalista quando si dedica alla "spalla" parli (scriva) a vanvera. Ovviamente gli esempi di coloro che si districano con eleganza tra queste difficoltà sono un buon numero. Eppure, anche negli insospettabili, si annidano i germi della parola in libertà. Eugenio Scalfari, in quanto proprietario di Repubblica, può prendersi tutto lo spazio che ritenga opportuno. Capita però di trovarsi davanti ad un suo editoriale che comincia così: Scalfari seduto in poltrona, immaginiamo con il pled sulle ginocchia, che fa zapping e commenta "Cattiva maestra televisione". Ne avevamo proprio bisogno? Al di là della suggestione dell’incipit alla "Quarto potere", vengono sinceri dubbi sull’avanzare della demenza senile. Con tutto il rispetto per una figura di spicco della nostra editoria, che ha fatto e certe volte continua a fare la storia dell’informazione.

Ho bisogno di chiarezza. E non mi sento l’unico. Sommersi da opinioni: violenza negli stadi, eutanasia, bullismo (fenomeno che sembre essere appannaggio esclusivo del nostro lustro), le ingerenze della chiesa. Ognuno ripete i medesimi concetti, incurante se è rimasto qualcuno a curarsi della sua opinione. Non riguarda solo i giornalisti, anzi: la nostra classe politica, dal "panino" al "teatrino", ha una lunga tradizione in merito. Ci aspetteremmo però dal giornalista una maggiore lucidità; se non altro, l’acume e l’accortezza di non sparare sempre nel mucchio, su questa società bieca e meschina che nessuno sembra volere ma di cui tutti facciamo parte. Questo atteggiamento, snob, bolso e un po’ generalista, è proprio il maggior argomento con cui la società di massa contro cui si scagliano può criticare gli …intellettuali. Ho detto la parola magica!
Mentre sento rimbombare nella mia testa i medesimi concetti, che eternamente ritornano, arricchiti solo dei dovuti manierismi (Michele Serra…dai, non deludermi ancora!), ho raggiunto il livello di saturazione. Mi ci metto anch’io: quando mi leggo mi annoio da solo! Proclamo un’austherity personale.

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