Centochiodi è la storia di un uomo che tenta la strada del ritorno alle origini, sia sul versante religioso che della società civile. Sulla pellicola aleggia un’atmosfera sacrale, per una serie di motivi: innanzitutto, è stato annunciato come l’ultimo film di Ermanno Olmi, quindi una sorta di suo testamento registico. E’ evidente per larghi tratti la volontà di Olmi di imprimere al film una direzione ben precisa, ricercata attraverso dialoghi da antico testamento, situazioni, luoghi e personaggi portati all’estremo (come portate all’estremo sono le differenze tra la civiltà ed il mondo rurale). Anche la relazione amorosa viene abbozzata senza essere conclusa, attraverso uno schema inusuale (ma coerente col messaggio) che vede prevalere la comunione degli spiriti rispetto a quella dei corpi. Il protagonista soprannominato "Cristo", la figura più enigmatica di Centochiodi, compie la scelta radicale di rinnegare la conoscenza per regredire ad uno "stato di natura" che è proprio della vita agreste. Leggere tanti libri non gli ha portato che infelicità, mentre la sostanziale beatitudine del paese in cui è approdato deriva agli abitanti dalla loro ignoranza: sul mondo esterno, sui dilemmi dell’esistenza, sulle tante variabili del vivere in una grande comunità.
La polemica di Olmi verte in primo luogo sulla modernità, che non rispetta la natura e l’individuo. Come ha da dire Cristo al suo messaggio di commiato agli studenti del corso dove insegna, nel mondo odierno forse l’unica via per ritrovare la genuinità è la follia. Non a caso infatti uno dei paesani tra cui approda Cristo è mezzo-matto, ed anche gli altri col tempo diventano una sorta di suoi discepoli, che racchiudono già in se il seme della genuinità, del senso di comunanza con gli uomini e con la propria terra. Ad un tipo di religiosità delle origini si può appunto ricollegare l’altro grande tema affrontato dal film: in critica al costume moderno di una chiesa dogmatica e distante dall’uomo (la figura del monsignore), il regista indica la via di un cristianesimo evangelico, delle origini, che si diffonde con le parabole.
Cristo, proprio nel suo essere tale personaggio, incarna anche un conflitto quasi blasfemo col proprio padre. Agli arresti il protagonista si interroga davanti al monsignore sulla giustizia di Dio, che risulta distante dagli uomini nel momento in cui si diffonde in modo indiretto tramite il libro, la dottrina, il dogma. Cristo dunque si identifica come Gesù Cristo, come messaggero in terra del messaggio del vangelo.
Tra suggestioni bucoliche e citazioni Felliniane, Ermanno Olmi ha consegnato a Centochiodi la sua testimonianza spirituale. Forse un film come questo, così mistico ed allegorico, poteva solo appartenere ad una persona con i suoi anni, la sua storia ed il suo percorso di vita.

Come interpetare la conclusione del film?
Forse l’esperimento di Cristo, il suo ritorno allo stato di natura, è solo un’utopia. Nel momento in cui un uomo diventa consapevole, non può più regredire, nè tornare indietro. E’ condannato alla sua sapienza, ed alla sua infelicità.

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