Sto scrivendo la tesina da portare all’esame di Maturità sull’argomento: Interpretazioni dell’Edipo Re tra fine ‘800 e ‘900. Di seguito riporto la prima stesura del capitolo dedicato al rapporto di Nietzsche con l’eroe greco, sperando che possa rivestire per il lettore qualche interesse e ricevere magari qualche critica e scambio di opinioni in merito.

F.W.NIETZSCHE

1.Edipo senza destino. La discontinuità con i filologi tedeschi.

Edipo, l’uomo che più ha sofferto ha scoperto l’enigma dell’uomo”. Così scrive Nietzsche nel 1872, mentre la censura accademica  osteggia ferocemente La nascita della tragedia. In un momento così difficile, segnato dal dolore e dalla solitudine, il filosofo arriva a maturare nei suoi scritti (Discorsi dell’ultimo filosofo con se stesso) la propria identificazione con l’eroe tebano. Ma già prima del 1871, anno della pubblicazione del suo primo libro, Nietzsche si era interessato alla figura di Edipo. Al liceo studiò con ogni probabilità su testi, come quello dello Schneidewin, che proponevano l’approccio più tradizionale alla tragedia sofoclea, intesa come epopea del destino (Schicksalstragoedie). Secondo tale interpretazione, Edipo è il simbolo dell’incapacità umana di opporsi ai capricci della sorte. La sua colpa è assolutamente involontaria: sono gli dei ad accanirsi contro di lui, abusando del loro arbitrio. Il completamento della tragedia nell’Edipo a Colono sancisce la conciliazione tra uomini e dei, il cui intervento si spiega nella conservazione degli equilibri del mondo.

Nell’esercitazione pre-maturità del 1864 sul primo canto corale della tragedia, pur mantenendo un approccio scolastico, il giovane Nietzsche dimostra di avere già in nuce una delle idee portanti della sua prima pubblicazione, distante dieci anni. Il testo sofocleo viene detto “prevalentemente musicale”, gli spettatori sono identificati come ascoltatori, il coro acquista totale centralità, il prologo diventa una vera e propria ouverture operistica. Con ogni probabilità egli si rifà alle teorie di R.Wagner, che vedono nella tragedia la massima espressione dell’arte totale, intesa come fusione armoniosa di tutte le arti. Ma sarà soltanto con La nascita della tragedia che il filosofo si porrà in netto contrasto con l’interpretazione dei contemporanei, sia riguardo Edipo che il resto del teatro greco. Primo e fondamentale passo è lo slittamento di contesto, dal dramma sofocleo al mito. Questa correzione, che può apparire irrilevante, è in realtà fondamentale per i commentatori successivi dell’Edipo, a cominciare da Freud.  Più a suo agio nei vasti territori del mito, Nietzsche compie un lavoro esegetico del tutto innovativo; il campo d’azione non è lo spazio angusto della poetica di Aristotele, ma il paesaggio metafisico dove si muoverà poi Zarathustra, le distese fuori dal tempo dove una figura esemplare quale è l’eroe tebano può assumere la sua ragion d’essere. La liberazione dal vincolo testuale non è arbitraria, ma fortemente voluta: l’Edipo di Nietzsche si spinge molto oltre la tragedia del destino.

2. Una sapienza dionisiaca

L’Edipo secondo il filosofo è un eroe passivo, in balia degli eventi, “ma che alla fine, in virtù del suo immenso soffrire, esercita intorno a sé un’azione magica e benefica[1]”. Egli è “condannato all’errore ed alla disgrazia, nonostante la sua saggezza”. Proprio nel desiderio di conoscenza Edipo subisce la natura in tutta la sua violenza, tramite l’incesto. Tra causa ed effetto c’è una stretta connessione: “infatti, come si potrebbe costringere la natura a cedere i suoi segreti, se non combattendola e vincendola, vale a dire con l’innaturale?”. E’ quindi la sua brama di saggezza, e non l’atto incestuoso in sé, che spinge Edipo contro l’ordine naturale. Uccidere il padre e sposare la madre non sono che passi successivi di una catena, che se iniziata porta alla sua inevitabile conclusione, a cui l’eroe si può opporre solo con un “passivo contegno”. Nietzsche lo esprime chiaramente: “Io vedo impressa questa constatazione nella terribile triade del destino edipeo: quello stesso uomo che scioglie l’enigma della sfinge biforme, deve anche infrangere i più sacri ordini naturali”. Il filosofo nutre la certezza che tra le righe il testo voglia insinuare che “la sapienza, e proprio la sapienza dionisiaca, è un fatto esecrabile”. In cosa si distingue questa sapienza, detta “dionisiaca”? Dal momento che l’aggettivo è citato solo in questo punto, senza ulteriori spiegazioni, occorre ricercare nella tragedia le motivazioni che spingono il filosofo a tale affermazione. Senza dubbio il testo sofocleo intreccia di continuo riferimenti alle divinità contrapposte Apollo e Dioniso. Sin da subito esse sono invocate dal coro[2] affinché salvino la città dalla peste. Dioniso è il protettore di Tebe, nato da Semele della stirpe dei Labdacidi. Edipo stesso viene abbandonato sul monte Citerone, sacro al dio dell’ebbrezza. Non si trascuri infine un curioso riferimento di Nietzsche ad una “antichissima tradizione popolare, vivente soprattutto in Persia”, quindi nell’oriente, secondo la quale “un mago pieno di saggezza può nascere solamente da un incesto”. Se il mago in questione è Edipo, la sua sapienza dionisiaca può derivare forse dalla stessa matrice orientale da cui proviene il culto di Dioniso. Per quanto riguarda Apollo, si consideri che è proprio l’oracolo di Delfi, votato al dio, che segna in negativo la vicenda di Edipo scatenando eventi infausti. L’atto aberrante del Re di Tebe lo contrappone all’ordine delle leggi di natura, insidiando lo spirito apollineo che dona equilibrio del mondo. Se Edipo, massimo eroe della tragedia greca, più di qualsiasi uomo ha osato opporsi alla natura, egli è di certo l’araldo di Dioniso contro il rigido rigore di Apollo.

3.Il superuomo venuto da Tebe

L’altro punto focale su cui il filosofo concentra la propria attenzione è l’opposizione di Edipo alla morale. “La sua azione può sovvertire ogni legge, ogni ordine naturale, e perfino il mondo morale, ma proprio da questa azione verrà prodotto un cerchio più alto d’azioni magiche che sulle rovine del vecchio mondo precipitato ne fondano uno nuovo”. Non si sta parlando della Grecia, né i bersagli sono i consueti Socrate ed Euripide, come in altre parti del libro. Nel tentativo di trasferire il mito su base più ampia, il filosofo allude ad una dimensione assoluta: le rovine del vecchio mondo in cui si muove Edipo potrebbero essere le stesse in cui si ritrovano gli uomini a cui viene annunciata la morte di Dio. Dunque l’eroe tragico assume i tratti del Superuomo; egli è uno Zarathustra in fase embrionale, che predica la via che l’uomo deve seguire non attraverso l’annuncio, ma con l’esempio. L’accettazione del suo immenso dolore lo porta ad affermarsi come un uomo nuovo. Infatti egli non si uccide, ma si acceca, proprio in virtù del suo desiderio di sopportazione. Con grande efficacia visiva, Nietzsche scrive di una “immagine luminosa” dopo che abbiamo gettato “lo sguardo nell’abisso”.  Il lucente Edipo ha varcato il limite che separa l’uomo dalla natura dionisiaca, il singolo dal tutto, e ne ricava le terrificanti conseguenze: l’incesto, la perdita dell’identità. Ma la sua parabola esistenziale va oltre la sofferenza; laddove la sopportazione lo ha condotto attraverso uno stadio di passività, “assai al di là della sua vita” Edipo attingerà ad una “serenità ultraterrena”, che trova il suo senso compiuto nell’epilogo dell’Edipo a Colono. Proprio la sofferenza estrema, e ciò che ne deriva, “una sublime trasfigurazione”, sembra essere quell’enigma che Nietzsche attribuisce all’uomo, e di cui Edipo, nel momento in cui è scomparso senza lasciar tracce nei boschi di Colono, ha trovato la risposta.

4.Critici di Nietzsche

Wilamowitz, filologo tedesco vissuto nella seconda metà dell’ottocento, scrisse un testo[3] contro La nascita della tragedia, accusando Nietzsche di far uso di un metodo poetico, e non scientifico ( critico – storico ). Nel sostenere le sue tesi con precisi riferimenti testuali, la valutazione del Wilamowitz dimostra di non aver compreso l’approccio sostanzialmente non-filologico di Nietzsche, dovuto allo slittamento dalla tragedia al mito.

La lunga storia dell’Edipo Re di G. Paduano critica Nietzsche nel suo giudizio sulla sapienza, in quanto investe solamente il punto di vista del Re di Tebe. “La sapienza divina, rappresentata da Tiresia, subisce invece proprio da parte di Edipo un discredito al quale non viene opposta nessuna valida difesa[4].” Anche sull’applicazione del dualismo apollineo-dionisiaco al mito il Paduano nutre alcune perplessità: “come chiamare” scrive “apollinea in senso nietzscheano la fosca e coinvolgente profondità della sacerdotessa del primo atto?[5]”. Pur non citando il filosofo direttamente, K. Kerènyi nel suo saggio sulla figura di Edipo fa notare come chi aveva trovato la soluzione all’enigma della sfinge parlasse “secondo lo spirito di Apollo, il cui tempio a Delfi, certamente già ai tempi di Sofocle, recava scolpite le parole Conosci te stesso[6]”. Edipo dunque viene investito di sapienza apollinea, in totale disaccordo con quella dionisiaca a cui accenna Nietzsche.


[1]  e cit. ss.: Nietzsche – La nascita della tragedia, 1995 Orsa Maggiore Ed., p. 56 righe 22 e ss. Fino a riga 37 di p.57

[2] Sofocle – Edipo Re, 2003 Classici Bur, vv.210-214 pag.179 1° riga e ss.

[3] Zukunftphilologie (Filologia del futuro), libello 1872

[4] Guido Paduano, Lunga storia dell’Edipo Re, 1995 Einaudi, p.122 7° riga e ss.

[5] Guido Paduano, Lunga storia dell’Edipo Re, 1995 Einaudi, p.142 1° riga e nota 44

[6] Kerenyi K. – Hillman J.- Variazioni su Edipo, 1992 Minima

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