Sto scrivendo la tesina da portare all’esame di Maturità sull’argomento: Interpretazioni dell’Edipo Re tra fine ‘800 e ‘900. Di seguito riporto la prima stesura del capitolo dedicato alla celebre esegesi di S.Freud ed alle critice ed osservazioni a riguardo di J.P.Vernant, G.Paduano e E.Fromm. Spero che possa rivestire per il lettore qualche interesse e di ricevere magari qualche critica e scambio di opinioni in merito.


S.FREUD

  GIOCASTA:
 Ma perché sgomentarsi, se in balìa
della fortuna sono i casi umani,
 che l’uomo non potrà mai preconoscere?
 E’ più saggio affidarsi alla ventura,
come si può; né tu temere le nozze
 con tua madre. Non giacquero molti in sogno
 con la loro madre? E vivono sgomenti
 forse per i loro sogni? No, se vogliono
 condurre la vita senza troppi affanni.

(Edipo Re, vv.977-983)

 

 

1.Celebri sogni edipici

Il mito ha rappresentato per la psicanalisi sin dai suoi albori un forte motivo d’interesse. In particola modo per il filone junghiano, esso è un paradigma, una via per chiarire, ma soprattutto far affiorare, i desideri che hanno popolato da sempre l’inconscio umano. Da queste premesse si spiega l’interesse per la tragedia di Freud, che non era certo un filologo, né aveva inizialmente la precisa volontà di studiare il mito di Edipo. La sua interpretazione dell’eroe tebano deriva da un’analogia che egli compie tra il contenuto della tragedia ed i sogni dei suoi pazienti. Divisi tra chi la sostiene (pochi) e chi l’avversa (molti), tutti coloro che commentarono in seguito l’Edipo dovettero confrontarsi con le teorie freudiane. Anche solo per questo motivo, nonché per la fama che conserva tutt’oggi, l’interpretazione del medico austriaco rimane una pietra miliare nella critica moderna.

 

Tra Parigi e Vienna alla fine dell’Ottocento, il medico neurologo S.Freud studia pazienti sani o affetti da nevrosi, in particolare nelle loro esperienze oniriche. Uno dei soggetti più ricorrenti, come riferisce nell’Interpretazione dei sogni, è la morte del genitore del medesimo sesso[1]. Partendo dalla norma secondo cui il sogno rappresenta un desiderio non del presente ma del passato, egli fa risalire all’infanzia la volontà per il bambino del parricidio o matricidio. Nella casistica maschile, per sostituirsi al padre ed acquistare prestigio in una società patrilineare, nella casistica femminile, allo scopo di raggiungere l’indipendenza sessuale negata dalla madre. I due complessi infantili, poi rimossi dall’inconscio in età adolescenziale, prendono il nome di Complesso di Edipo e complesso di Elettra.

2.A tu per tu con la propria nevrosi

La prospettiva di Freud si concentra esclusivamente sull’elaborazione sofoclea, non mostrando di conoscere le altre versioni del mito. Come altri suoi contemporanei, e Niezsche prima di lui, Freud rigetta l’interpretazione corrente della “tragedia del destino”: la vicenda di Edipo è totalmente ripiegata nel contesto familiare e risultano assenti sia il contesto cittadino che il rapporto con la divinità.

Il fine della tragedia è la scoperta del proprio inconscio, delle nostre porzioni di pensiero che la morale ha schermato e ci impedisce di concepire. Con una superficialità spesso criticata, Freud individua in questo motore l’unico, universale effetto tragico. L’Edipo Re non sarebbe che una conseguenza di questa norma generale: esso mette in atto i desideri infantili di ogni essere umano, così come se si fossero realizzati. Scrive nell’Interpretazione dei sogni: “Se Edipo Re è in grado di scuotere l’uomo moderno come ha scosso i greci suoi contemporanei, ciò non può che significare che l’effetto della tragedia greca non è basato sul contrasto tra destino e volontà umana, ma sulla particolarità della materia sulla quale questo contrasto viene mostrato.[…] Il suo destino ci scuote soltanto perché avrebbe potuto diventare anche il nostro, perché prima della nostra nascita l’oracolo ha pronunciato ai nostri riguardi la stessa maledizione.[2]” La tragedia dunque non rappresenta il complesso dell’eroe, ma quello dello spettatore, che giace sopito dall’infanzia. Come fa notare G.Paduano (Lunga storia dell’Edipo Re) il punto di partenza non è più Edipo, ma il successo del testo sofocleo che ne parla[3]. Non a caso Freud pone più volte l’accento sulla ricezione della tragedia, davanti alla quale “proviamo un orrore profondo, nutrito da tutta la forza della rimozione che da allora in poi hanno subito i nostri desideri”. Per questo motivo, secondo lo psicanalista, l’Edipo riesce a commuovere lo spettatore di ogni epoca, come invece le tragedie moderne del destino non riescono a fare.

L’interpretazione freudiana si arricchisce di significati quando egli si confronta con il monito di Tiresia riguardo la brama di conoscenza di Edipo, che gli ha portato “orribili flutti di sventura”. Scrive nell’Interpretazione dei Sogni : “è un’ammonizione che colpisce noi stessi e il nostro orgoglio, noi che a parer nostro siamo diventati cosi saggi e così potenti, dall’epoca dell’infanzia in poi.” E’ dunque un monito rivolto agli spettatori, che vivono “inconsapevoli dei desideri che offendono la morale”. Nel momento in cui essi ci vengono svelati, nel meccanismo tragico, “probabilmente noi tutti vorremmo distogliere lo sguardo dalle scene dell’infanzia”.

 

In seguito a questa formulazione, nuove osservazioni sulla tragedia di Sofocle compaiono nel Compendio di Psicoanalisi. Il processo che incammina Edipo verso la verità viene paragonato alla seduta psicoanalitica, attraverso cui il paziente scopra la propria dimensione inconscia che l’Io aveva rimosso. Difatti nel momento in cui l’ubriaco al banchetto lo apostrofa come “bastardo”[4],  Edipo sente qualcosa insinuarsi nel profondo, quasi a toccare stati d’animo che aveva rimosso. L’atto dell’accecamento diventa in questa ottica la punizione che il Super-ego di Edipo infligge all’eroe stesso, in virtù del suo senso di colpa[5].

 

Appurate le varie sfaccettature della teoria freudiana, cade nel vuoto anche l’obiezione usualmente rivolta, cioè che Edipo non è consapevole dell’identità della donna che sposa e dell’uomo che uccide. A maggior ragione, il desiderio, proprio perché inconscio, non necessita di essere palese. Tanto più che, essendo prerogativa degli spettatori, la pulsione edipica non deve riguardare per forza l’eroe stesso.


[1] Freud – Intepretazione dei sogni, 1952 Roma Astrolabio, Ciclo “Psiche e coscienza”, p.197 riga 35 e ss.

[2] Freud – Intepretazione dei sogni, 1952 Roma Astrolabio, Ciclo “Psiche e coscienza”, p.209 17° riga e ss. Per le cit. successive da p.209 a p.212

[3] Guido Paduano, Lunga storia dell’Edipo Re, 1995 Einaudi, p.17 27° riga e ss.

[4] Sofocle –Edipo Re, 2003 Classici Bur, vv.779-786 pag.219 7° riga e ss.

[5] Freud – Compendio di Psicoanalisi, 1997 Bibilioteca Bollati Boringhieri, p.68 1° riga e ss., 2° nota a piè pagina

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