Altra pappardella sull’Edipo Re. Questa volta si tratta della critica di Vladimir Propp, con appendice relativa a Levi-Strauss. Come al solito ricevo volentieri pareri e soprattutto eventuali correzioni.

V.J.PROPP

1.Un Edipo tout-court

Vladimir Propp si è occupato del mito di Edipo nel suo studio Edipo alla luce del folclore (Editore Einaudi 1974). In questo caso parlare di “mito” è quanto mai appropriato, in quanto l’indagine dell’etnografo russo si distingue proprio per l’ampiezza dei suoi riferimenti: “nel folclore l’intreccio di Edipo” scrive “è noto sotto forma di fiaba, leggenda, canto epico, canto lirico e libro popolare”[1]. Così come Sofocle concentra la tragedia in un unico momento della vicenda, quello dell’indagine, Propp distende le pieghe dei fatti accaduti ad Edipo, trattando diffusamente non solo del suo atto aberrante ma anche di altri aspetti spesso trascurati, come l’infanzia presso Corinto ed il percorso iniziatico. Liberato dal vincolo della tragedia, che imponeva a Sofocle di concentrarsi nel punto più drammatico, il mito di Edipo può essere trattato come una fiaba, dove convergono spunti e radici culturali diverse per provenienza geografica e momento storico. Secondo tale impostazione, Propp suddivide la narrazione in “sintagmi”, le unità tematiche basilari nel racconto fiabesco.

2.La profezia, la dinamica degli eventi: parricidio ed incesto come fusione di diverse tradizioni

Nel codice fiabesco le profezie si avverano sempre. Solitamente sono i genitori ad esserne a conoscenza, mentre il figlio, che ne sarà vittima, è ignaro. Nel caso di Edipo, invece, del primo oracolo -quello sul parricidio- sono al corrente Laio e Giocasta, mentre del secondo -riguardante l’incesto con la madre- viene informato l’eroe stesso. Nell’oracolo non si fa menzione dell’ascesa di Edipo al trono di Tebe; è questa invece un’informazione fondamentale, che spiega secondo Propp la duplice matrice degli atti aberranti del protagonista. Nelle fiabe più antiche c’è traccia di un costume storicamente esistito, dove il potere del Re si perpetuava attraverso il matrimonio della figlia con uno straniero, designato ad erede. In linea con quanto accade ad Edipo, il genero procedeva  con l’assassinio del vecchio Re, in modo da acquisirne da subito il potere, prima che lo spegnersi delle forze fisiche del monarca fosse di danno all’intero regno. L’ostilità del padre è rivolta dunque allo straniero, ed attraverso lui alla figlia stessa. Non c’è motivo di tale sentimento invece nella tradizione che si instaura successivamente, perché il potere passa direttamente dal Re al figlio. Questa forma di avvicendamento infatti non ha i connotati violenti del precedente; il figlio viene visto come una ricchezza per la famiglia, piuttosto che una minaccia.

Il mito di Edipo fonde le due fasi storiche della successione al potere: dalla prima eredita l’astio tra il padre-Re e l’erede-genero, che porta all’uccisione traumatica del primo, dalla seconda recupera la discendenza diretta da padre a figlio. D’altronde una volta che questa tradizione ha preso il sopravvento non c’è più motivo perché il figlio uccida il padre. Per questo motivo il delitto di Edipo viene occultato; come giustificazione viene introdotto l’elemento della casualità e dell’ inconsapevolezza. In quest’ottica si spiega anche perché la profezia non citi l’ascesa al trono dell’eroe: il fatto che il figlio prenda il posto del genitore sul trono è del tutto naturale, mentre l’elemento saliente risiede nel parricidio, diventato pratica irregolare.

Come spiegare invece il matrimonio con la madre? Il cammino tradizionale dell’eroe fiabesco esige che il protagonista si sposi con la figlia del re, in quanto requisito necessario per accedere al trono. Nel momento in cui il potere passa da padre a figlio, il ruolo rivestito dalla figlia viene meno. Se ella non trasmette più il potere, il matrimonio diventa privo di valore. Il mito di Edipo perpetua l’obbligo di contrarre il matrimonio, ma alla luce della tradizione più recente non ha senso che avvenga con la figlia del re. Sarà invece la vedova del sovrano, in mancanza di alternative, a rappresentare il potere che il futuro regnante dovrà assicurarsi. Il sistema patriarcale impone inoltre all’erede di stare presso la casa paterna, mentre l’antico sistema prescriveva lo spostamento verso la fidanzata, al fine di accedere al potere che è del suocero: Edipo in effetti fa ritorno a Tebe, ma essa è allo stesso tempo regno del padre e residenza della fidanzata, soddisfacendo entrambe le imposizioni. Altra ipotesi da prendere in considerazione è l’influenza di un ulteriore retaggio del codice antico, ovvero il matrimonio tra consanguinei: il Re può sposare la figlia, oppure fare in modo che il proprio figlio maschio sposi la sorella, in modo da impedire ad un eventuale genero di prendere il potere. Propp rivela però come sia più plausibile la spiegazione data in precedenza, in quanto legami incestuosi nello schema folclorico si sviluppano solo in circostanze problematiche per la successione, legate alla morte improvvisa di uno o più personaggi.

3.La strada verso Tebe: Edipo prima dell’Edipo Re.

L’abbandono del giovane Edipo ricalca una tradizione fiabesca assai consolidata: si tratta di un rito iniziatico, dove l’elemento naturale ‘inghiotte’ il futuro capo al fine di mettere alla prova la sua tempra, prima che egli assuma il suo ruolo di comando. Le montagne desertiche dove viene abbandonato Edipo sono una variazione Sofoclea, che si discosta dai più diffusi elementi delle sponde di un fiume e della foresta. Se nelle versioni più arcaiche del mito il trovatello viene recuperato dai pastori, quando da una società basata sull’allevamento si passa alla scala gerarchica con al vertice il Re ecco che lo stesso ruolo viene svolto dalla famiglia reale. Nella tragedia di Sofocle Edipo viene consegnato ai regnanti di Corinto in virtù dei segni che porta addosso: la foratura dei piedi è il marchio del cammino iniziatici compiuto, nonché un elemento di riconoscimento in vista di un destino da Re. Tradizionalmente il bambino viene accudito da una belva, il cui ruolo viene però ridimensionato nel tempo. L’Edipo sofocleo appartiene ad una fase successiva, dove la bestia è stata sostituita da una donna; prova tangibile della transizione è il nome d’animale che possiede la nutrice in alcuni miti di raccordo da una tradizione all’altra. Merope è connotata in modi diversi a seconda delle versioni: talora è la madre presunta, altre volte la madre carnale o la nonna (si ricordi che questa caratterizzazione riguarda il folclore, e non l’inconscio di Edipo). Scrive Propp: “osserviamo un incrocio del motivo del bambino educato lontano dai genitori con il motivo, più antico, del bambino educato dalla madre carnale lontano dal padre[2]”. Se la prima condizione è tipica della famiglia matrilineare, dove la distanza da entrambi i genitori significa in primo luogo distanza dalla madre, nel secondo caso siamo evidentemente in presenza di una tradizione di tipo patriarcale. Infatti l’assenza del padre svolge un ruolo chiave nella narrazione, in quanto spinge il figlio ad avventurarsi in cerca del genitore.

4.L’iter dell’eroe: prima apoteosi, smascheramento, seconda apoteosi

Una volta completata la maturazione, Edipo deve avviarsi a compiere il suo destino, diventare Re di Tebe. Egli giunge nel regno della futura sposa solo al mondo, esprimendo così una realtà antichissima, dove il capo tribù si distaccava dal gruppo familiare di origine per giungere ad un altro. Propp crede di poter leggere nella ‘carriera’ di Edipo due momenti di esaltazione separati dalla fase tragica dello smascheramento (questa teoria fu molto osteggiata da parte di altri studiosi che proponevano invece un continuo climax ascendente). Nella cosiddetta ‘prima apoteosi’, Edipo si trova sul trono, godendo del favore popolare. Questo momento corrisponde, nel codice della favola, all’approdo finale dell’eroe che diventa Re dopo aver sconfitto il mostro (La Sfinge), superato prove e trabocchetti, ed infine sposato la principessa.

Lo smascheramento dell’incesto e parricidio di Edipo corrisponde di fatto al nucleo della tragedia così come Sofocle la propone. In essa il processo di indagine avviene molto lentamente, per gradi, al fine di salvare la tensione emotiva e l’effetto tragico. Il folclore invece risolve la questione più rapidamente: è il marchio, i buchi nei piedi di Edipo, il discrimine fondamentale che scioglie la vicenda e da cui scaturisce il riconoscimento. A questo punto il personaggio eroico è lacerato da una duplicità intrinseca: da un lato egli è macchiato dalle sue azioni, dall’altro è il Re e grande benefattore di Tebe, il liberatore dalla Sfinge. In questo momento Propp considera il ripetersi della struttura della prima apoteosi di Edipo, secondo il convincimento che nella fiaba la seconda parte riprenda i sintagmi della prima, e come tale possa essere sezionata.

La seconda apoteosi si snoda nel seguente modo. Dopo lo smascheramento Edipo lascia di nuovo la casa, così come l’aveva abbandonata da giovane. Il motivo successivo, in cui l’elemento naturale ‘inghiotte’ il protagonista, viene rielaborato per condurre all’eroicizzazione di Edipo, alla sua redenzione. Nella fiaba, egli verrebbe divorato da una belva. In questo caso particolare, bisogna considerare la duplice fattezza morale del protagonista già messa in evidenza: Edipo non è tanto un eroe quanto uno scellerato, ed è necessario che egli venga inghiottito dalla terra, in conformità col ruolo primario che essa riveste nella nuova civiltà agricola. Questo passaggio richiama da vicino la sepoltura in una tomba; tuttavia Edipo va oltre la morte, trasfigurandosi ed avviando per così dire un processo di deificazione. Nelle ultime pagine del saggio Propp accosta la figura di Edipo proprio al martire cristiano, cogliendo le suggestioni che in effetti tale lettura fornisce. Nella Grecia antica però l’eroe tebano non diventa il protettore dei sofferenti, bensì “il difensore della città dai pericoli militari”[3]. Nel caso di Edipo, infatti, il ‘miracolo’ sta proprio nella capacità di proteggere Atene dai nemici.

5.L’analisi strutturale di Lévi-Strauss

Per certi versi simile all’approccio etnologico di Propp è quello antropologico di Lévi-Strauss, che verte però su una costruzione più sintetica e meno variegata del mito. In termini generali, lo studioso francese vede nella narrazione mitica un tentativo di mediazione tra le grandi opposizioni della natura umana. Ad esempio, nel mito di Edipo viene esposto il contrasto tra due antitetiche concezioni della generazione dell’uomo. Da una parte, la sua nascita dalla madre Terra, in continuità col mondo vegetale. Dall’altra, il susseguirsi delle discendenze, nel ciclo di vita e di morte. Per spiegarsi meglio, Lévi-Strauss disegna una tabella in cui ogni colonna è detta unità mitemica e corrisponde ad un aspetto del mito di Edipo La prima e la terza colonna sono in correlazione così come la seconda e la quarta. Il rapporto di parentela sopravvalutato sta ad indicare quella circostanza in cui i rapporti famigliari diventano più intimi di quanto sia normale o consentito dalla tradizione. La sua corrispondenza con la distruzione del mostro si spiega in funzione del prevalere di una dimensione generativa dell’uomo sull’altra: uccidere il mostro significa fare danno all’universo naturale, e quindi tentare di sfuggire all’autoctonia dell’uomo, cioè alla sua genesi dalla madre terra. Meno immediata l’altra corrispondenza: se la seconda colonna è semplicemente il contro-altare della prima, la quarta invece esprime la comunanza che hanno i più importanti Labdacidi nella possibile etimologia del nome. Nella mitologia, come nota lo studioso, l’uomo appena nato dalla terra viene spesso rappresentato come incapace o goffo a camminare (ad esempio nella tradizione asiatica o delle tribù dei pellerossa). Così Edipo, Laio e Labdaco portano in loro il segno della madre terra, e di conseguenza l’impossibilità di sfuggire completamente ad esso.

 

Rapporti di parentela sopravvalutati

Rapporti di parentela sottovalutati

Mostri e loro distruzione     (negazione dell’autoctonia)

Nomi propri che indicano una difficoltà a camminare. Persistenza dell’autoctonia.

(a) Cadmo cerca sua sorella Europa rapita da Zeus

 

(b) Cadmo uccide il drago e ne semina i denti

 

 

(c) Gli sparti si sterminano vicendevolmente

 

 

 

 

 

(d) Labdaco, (padre di Laio) = Zoppo

 

 

 

(e) Lai o ( padre di Edipo)= sbilenco

(h) Edipo sposa Giocata, sua madre

(g) Edipo uccide suo padre Laio

 

(f) Edipo = Piede Gonfio

(l) Antigone seppellisce Polinice, suo fratello, violando il divieto

(i) Eteocle uccide suo fratello Polinice

 

 

   Tabella riproposta da Levi-Strauss – Antropologia strutturale,1966 Il saggiatore, p.240. Le lettere dell’alfabeto recuperano la sequenza cronologica degli eventi descritti


[1] Propp – Edipo alla luce del folclore, 1983 Einaudi, p.87 26° riga e ss.

[2] Propp – Edipo alla luce del folclore, 1983 Einaudi, p.112 26° riga e ss.

[3] Propp – Edipo alla luce del folclore, 1983 Einaudi, p.134 7° riga e ss.

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