Penultima puntata sull’Edipo Re.

F.DÜRRENMATT[1]

1. Il lato oscuro di Edipo.

La Morte di una pizia sconvolge il lettore impreparato, nella misura in cui gli era cara la visione tradizionale di un mito sacro ed intoccabile. Al posto dell’eroe dignitoso e vittima del destino, si propone un Edipo ‘malvagio’, consapevole e pure desideroso di uccidere suo padre e andare a letto con sua madre. Giocasta del resto ammette che “innumerevoli uomini l’hanno montata[2]”, per non parlare di Prometeo, “quel beone […] che preferisce attribuire la sua cirrosi epatica alle aquile di Zeus piuttosto che all’alcool”, e di Tantalo, “che esagera a dismisura il supplizio che gli procurano le normali restrizioni dietetiche[3]”.

Come si può notare da questi pochi esempi, Dürrenmatt ci presenta con il consueto piglio irrisorio e dissacrante una grecità spogliata di qualsiasi grandezza, ridotta a parapiglia tra uomini biechi e infami. In primis i veggenti: Tiresia si rivela un doppiogiochista, che manovra i responsi dell’oracolo per ingenti somme di denaro su commissione dei potenti. La stessa Pannichide, la pizia delfica protagonista del racconto, non svolge il suo ruolo secondo norma: le profezie vengono inventate di sana pianta, solo per il personale ludibrio. In entrambi non c’è traccia della funzione sacrale, né alcuna fede negli dei. Prevale piuttosto la ragione, intesa in senso negativo, come pragmatismo votato al tornaconto personale – nel caso di Tiresia – ed alla totale sfiducia in una qualche provvidenza benefica di Pannichide. Atei e amorali sono anche gli altri personaggi, che pure nella tragedia di Sofocle avevano una propria dignità nella sventura. La pizia in un primo momento prova disgusto e biasima le varie figure che le si presentano davanti. Man mano che apprende sconcertanti verità, il suo giudizio risulta però incapace di articolarsi in modo incisivo, lasciando sempre più spazio al cinismo delle parole di Tiresia. L’assenza di etica significa lo smarrimento di un tessuto sociale, che possa instaurare un rapporto di solidarietà  tra gli uomini. Essi sono in balia del caso, ma in modo ancora più drammatico del mito, poiché non c’è salvezza per chi ne resta vittima. Del resto, come può redimersi chi, come Edipo, non si è neppure pentito? Lo stesso discorso vale per gli altri. L’uomo drago Meneceo si è buttato dalle mura di Tebe perché non poteva pagare i suoi debiti, e non certo per servire la città col suo sacrificio. La stessa Giocasta non si è impiccata come tutti credono, bensì è stata una guardia gelosa a toglierle la vita.

Considerazioni di carattere morale esulano il punto di vista dell’autore, tanto che il sopraccitato pentimento non solo non ha luogo, ma non viene richiesto dai personaggi e tanto meno da chi scrive. In assenza di un’etica non può esserci il peccato, così come nel dominio del caso non possono realizzarsi gli eventi che sedicenti razionalisti come Tiresia pretendono di manipolare con il solo ausilio della propria scaltrezza. La casualità, dunque, si discosta dal destino, che pure prefigura un ordine naturale prefissato, come qualcosa di inconciliabile con la morale. Difatti, tale schema presuppone una verità unica, incontestabile, che non tutti scorgono ma che a tutti è comune. Ed invece, come vedremo, tale verità univoca nella “morte di una pizia” viene a mancare.

2.Insospettati e perversi meccanismi del caso.

La tragedia di Sofocle si pone dal punto di vista della famiglia reale di Tebe. La focalizzazione è interna, rivolta agli spettatori passivi di eventi già accaduti, mentre l’oracolo, vero motore dell’azione, resta sullo sfondo. Al contrario, il racconto di Dürrenmatt si incentra proprio sul santuario di Delfi: il luogo dove tutto ha avuto inizio diventa la sede di giudizio nel momento in cui tutto ha fine, cioè alla morte della Pizia, responsabile di tanti mali per la stirpe di Cadmo. Pannichide è la singolare giudice che si ritrova ad accogliere i testimoni: è abbozzata con tratti “moderni”, dotata di senso pratico e sfiducia nel ruolo che riveste. E’ forse l’unica veramente inconsapevole dei disegni del caso, poiché fu lei ad inventare il responso di Edipo senza pensare alle conseguenze.

Le conseguenze, che invece si verificano, sono del tutto incredibili: l’empietà di Edipo ha avuto luogo, ma non nel modo che ci è stato tramandato. Da spettatori onniscienti, Dürrenmatt ci trasforma in personaggi della sua tragedia. Come l’eroe tebano Sofocleo al principio è certo della sua condizione, e questa certezza man mano viene sgretolata, così in questa versione del mito il lettore viene man mano disorientato, si sente preso in giro. Le dinamiche del caso agiscono infatti ad un livello superiore a quello del lettore stesso: Edipo ha comunque ucciso suo padre per una coincidenza, come in Sofocle, ma ciò avviene attraverso un’altra coincidenza, di cui siamo noi le vittime. Nel suo monologo Giocasta individua il padre del protagonista in una guardia del palazzo; egli viene ucciso dal figlio, poiché faceva parte della scorta di Laio nell’incontro al trivio. In seguito, a Pannichide appare la Sfinge. Ella ci svela di essere la vera madre, che ha operato uno scambio di neonati nel momento in cui sia il suo figlio che quello nato dall’adulterio di Giocasta stavano per essere destinati alla morte sul Citerone. Nonostante fosse a conoscenza dell’accaduto, la Sfinge narra di come si è unita al figlio, senza porre domande per non riceverne, perché non voleva “metterlo in imbarazzo”. La vera madre vede dunque il codice morale, che vieta l’incesto, unicamente come un impiccio, così come Edipo. Egli non sa del legame di sangue, ma conosce il voto di castità delle sacerdotesse. Ciò nonostante, “fece finta di non sapere[4]”. Questa omertà nei confronti della tradizione e del rigore è una sorta di schermo: così come poteva essere l’inconsapevolezza un’attenuante nel momento in cui Edipo commetteva i suoi atti scellerati nella tragedia di Sofocle. Ma le sorprese sul conto dell’eroe non sono finite. Abbiamo già accennato alla sua azione consapevole e volontaria di commettere parricidio ed incesto, senza però citarne le cause. Nel suo monologo leggiamo: “fu con un senso di trionfo che andai a letto con mia madre, e continuai a farlo e rifarlo, e le piantai con maligna soddisfazione quattro figli nel ventre, perché così volevano gli dei”. C’è dunque una volontà di punire la madre (presunta, poiché è la Sfinge la vera madre…ironia della sorte!), perché responsabile dell’abbandono. Nei riguardi degli dei, l’azione dell’eroe è tutt’altro che devota, come apprendiamo in seguito: “non lo faccio per magnificare la potenza degli dei, ma per irriderli[5]”. Un atteggiamento non dissimile da quello della stessa Giocasta, che afferma di essersi vendicata di Laio “in omaggio al responso degli dei[6]”. Il sacrilegio diventa un atto di sfida ad un sistema di valori in cui nessuno più sembra riconoscersi, quasi una ribellione. C’è in questo un curioso parallelismo con l’Edipo dionisiaco di Nietzsche, che si opponeva alla legge naturale di Apollo. Appare invece superata la prospettiva di Freud: l’atto incestuoso non ha più ragione di essere mascherato o soppresso. Per così dire, l’inconscio ha preso il sopravvento e la mente di Edipo agisce in obbedienza agli istinti, svincolata da qualsiasi impedimento di carattere morale.

3.Il concetto di verità.

Abbiamo già evidenziato come Dürrenmatt non condanni i suoi greci cinici e immorali.

Qual è allora l’opinione dell’autore riguardo alla tragedia di Edipo?

Egli affida il suo messaggio a Tiresia e Pannichide, i poli dialettici su cui ruota l’indagine. Il loro scopo, non voluto ma dettato dalla circostanza delle apparizioni, diventa quello di ricostruire gli eventi accaduti, di ritrovare la verità. Nel carosello di personaggi e colpi di scena trovare il bandolo della matassa diventa però un miraggio, di cui Pannichide sembra incapace di sbrogliare le trame. Il caso difatti, al contrario del destino, non ha un intreccio predefinito che ne possa far intravedere lo schema generale. Nell’evolversi della vicenda Tiresia funge da spirito guida, disincantato ed apparentemente più a conoscenza della dinamica dei fatti rispetto alla pizia. La sua saggezza lo porta ad affermare, con tono paterno, che “solo l’ignoranza del futuro ci rende sopportabile il presente[7]”. Un concetto già espresso in Sofocle, che non rinunciava però a dare all’uomo la facoltà di rendersi interprete del proprio destino, nel momento in cui lo conosceva e riusciva ad accettarlo. Tale atteggiamento è improponibile per l’Edipo che abbiamo visto nel racconto; preso com’è dagli istinti, dalla vendetta, dal risentimento, egli non coglierebbe mai la portata di un disegno così ampio. Dopo aver ricevuto l’oracolo, Edipo ha ucciso come primo uomo l’auriga ed amato come prima donna la Sfinge. Perché dunque non ha avuto il sospetto di aver commesso in quel momento il parricidio e l’incesto? Egli “preferiva essere il figlio di un re piuttosto che d’un cocchiere.[8]” Ogni personaggio fa sua una determinata verità, quella che più lo soddisfa. Per l’uomo dunque, è meglio non sapere. Anche perché “la verità esiste solo nei limiti in cui la lasciamo in pace.[9]” Pertanto non c’è nulla da ricercare, perché dove non esiste il destino non può esistere la verità.


[1] Nel testo si fa riferimento all’opera con titolo originale Das Sterben Der Pythia (anno di prima pubblicazione 1976)

[2] F.Durrenmatt – Racconti , Universale Economica Feltrinelli 2005, P.240 r.24

[3] p.242 r.20 e ss.

[4] F.Durrenmatt – Racconti , Universale Economica Feltrinelli 2005, P.238 r.44

[5] P.239 r.17

[6] P.240 r.16

[7] p.241 r.24

[8] p.251 r.1

[9] p.251 r.23

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