Archive for giugno, 2007


E allora, non chiedere per chi suoni la campana. Essa suona per te.
Ieri sera ai giardini pubblici c’era Carlo Lucarelli, insieme a due musicisti e due comparse. Si parlava di Pier Paolo Pasolini; veniva riproposta, dal vivo, la puntata di Blu notte in cui si indagava sulla sua misteriosa morte.
Nelle battute finali, Lucarelli, visibilmente emozionato, parlava di come la morte di Pasolini abbia tolto qualcosa alla nostra letteratura, al nostro dibattito culturale. La poesia ed il giornalismo, forme così diverse di scrittura, che confluivano sotto veste di impegno civile, ancora prima che politico. In questo il Paolo, diceva Lucarelli, era maestro unico nel panorama italiano. Abbiamo smarrito con lui un particolare approccio alla realtà, critico, idealista, ma non ideologico. Mi spiego meglio.
Non c’è alcun dubbio che Pasolini fosse un intellettuale schierato a sinistra. Estrema sinistra, o sinistra radicale, diremmo oggi, quando le differenze tra destra e sinistra parlamentare sono diventate molto sfumate. Nel 1975, l’anno in cui è morto, non c’erano sfumature. Bisogna tenerne conto: avevi un paio di Clark, tu eri un comunista. E comunisti e fascisti se ne davano giù, a forza di Beta trentasei e via dicendo. Una dicotomia inappugnabile. Tutto era politico, e non c’era politica senza violenza.
Posto il contesto, bisogna dire che Pasolini delle dicotomie sapeva fare a meno. La sua era una visione lucida, tanto da apparire sconcertante, per quanta calma metteva nelle parole, anche le più sconvolgenti. Un poeta che conosceva il pericolo che sta dietro il luogo comune, il facile giudizio. E ne era circondato, in un clima ostile di per sè stesso, e ancora più ostile a lui, che oltre ad essere comunista (e fin qui, almeno per i ‘compagni’, passi), era pure frocio. Se oggi l’invettiva impera, quando tutto questo impegno politico, anche violento, è stato diluito fino a diventare acqua di rosa, dobbiamo pensare quanto fosse difficoltoso mantenere una certa lucidità allora, nel 1975. Forse per questa lucidità Pasolini è stato ammazzato, ma questo non me la sento di dirlo. Ma una tale lucidità, un tale impegno, un tale sentimento verso la cosa pubblica, si è visto raramente, ancora di più dopo di lui, perchè di eredi non ne ha lasciato pressochè nessuno. La scrittura, il cinema, lo stesso giornalismo, è spesso evasione. Ma più di questo, le persone sono evasione, diletto. Le persone che dicono tanto non ne capisco nulla, tanto non mi interessa, e non mi sento in grado di giudicare. Per carità, meglio che non si parli a vuoto; ma chi l’ha detto che non possiamo permetterci di giudicare? E’ una questione di gradi; quando ci vuole, ci vuole. Invece oggi, l’impegno, quello un po’ scomodo, è un relitto da ortodossia.
Vogliamo fare vittime illustri? Calvino, che pure è un grandissimo. L’elogio della leggerezza: niente di più giusto. Eppure, va bene fino ad un certo punto. Va bene finchè la leggerezza è consapevole di dovere qualcosa alla pesantezza, in termini di contenuti. Questo certo lui lo sapeva. I valori! Oggi i valori li schifiamo. E l’impegno lo schifiamo. E la realtà, quella più di tutte, la schifiamo. Vivono certe persone, esuli dal loro vissuto. Dalla realtà intorno a loro. Ma la realtà, anche se nessuno vuole ammetterlo, è tendenziosa! E’ politicizzata! Tu puoi essere amico di uno che stima Calderoli, in nome dell’umana concordia. Io non ci riesco! Il qualunquismo, l’anti-politica, la fuga nel mondo privato. Chi studia, chi ha tranquillità economica, ha il dovere di informarsi, di criticare, di far sapere agli altri chi è e soprattutto cosa non gli piace. Ci troviamo in una simile contingenza, di ignavia diffusa, di serpeggiante fatalismo, e mi piacerebbe vedere più scrittori come Pasolini. Come Saviano. Persone che si accollano il peso di un’opinione importante, di un valore da condividere, di una morale da comunicare. Ci vogliono gli uni, i leggeri, e gli altri, i pesanti. Quando Pasolini era vivo di pesantezza ce n’era troppa. Oggi ce n’è troppo poca. Ma sapere essere pesanti nel modo in cui lo fu lui, questa è davvero la cosa più difficile.

Inquietanti ricorsi storici.

"La debolezza cronica dei governi di coalizione retti da esponenti moderati; lo scontro permanente, all’interno della sinistra, tra riformisti e rivoluzionari; la ricerca, da parte della borghesia e dei reduci, di una stabilità istituzionale, di una credibile proposta governativa, di una classe dirigente patriottica e istituzionale, affrettarono il collasso dell’Italia liberale"*.
Non è un quotidiano di questi giorni, ma un libro di Storia in adozione nelle scuole superiori. L’anno in esame? Il 1922. Quello della marcia su Roma.
"Il sovrano, forse temendo la disubbidienza delle proprie truppe, forse sedotto dall’idea di inserire Mussolini in via definitiva dentro le istituzioni, decise invece di richiamarlo per affidargli la guida del governo. Il re, in questo modo, veniva meno alle regole del gioco parlamentare e cedeva, di fatto, al ricatto della piazza.*"
E’ evidente che non si traggono le somme e si forniscono risposte con questa facilità. Quello delle analogie storiche è un campo minato. Al di là di questo, se permettete, leggere queste righe sul momento mi ha un po’ intimorito^^…

*(R.Balzani, A.De Bernardi: storia del mondo contemporaneo. Pag.125)

Stiamo allevando in seno al sistema scolastico dei licei una nuova generazione di decadenti, dal ciuffo simil-ribelle e la parlata sbarazzina. Questa interessante e sottaciuta nicchia si serve della cultura classica a scopo riproduttivo, nonchè di celebrazione personale. Nel loro pantheon siedono Wilde, Huysmans, Nietzsche (ad uso improprio), D’annunzio (lui invece è proprio dove avrebbe voluto stare) ed un variegato gruppo di poeti, in prevalenza romantici e neoclassici. Il decadente da liceo classico veste con una certa originalità, ma sempre all’insegna dell’ostentazione. Si occupa per lo più di letteratura, poesia, arte, e non sembra avere interesse per nulla che non sia morto da almeno 110 anni. Abusa, insomma, del cosiddetto "fascino dell’intellettuale".
L’estetica, intesa in senso forte come filosofia e in senso debole come culto della bellezza, è una serpe tentatrice, in particolare quando ci si ritrova al ginnasio. Teniamo conto delle intemperie a cui il liceale in erba, ancora infante e volubile, è soggetto: un’ondata di snobismo borghese ed elitario; il fascino impetuoso dell’arte, della filosofia, della letteratura, all’unisono; una personalità ancora informe, che però riceve i primi colpi dello scalpello conformatore della moda, del cuccare, delle categorie, dei gruppi.
Dunque, con molti input, si presentano molte strade percorribili, molti modelli a cui aderire. Il neo-decadente è proprio uno di questi modelli.
Eleva l’arte a fondamento della vita. Predica il verso poetico come unico demiurgo della realtà intorno a lui (e chissà se il verso poetico pagerà anche il mutuo). Depreca l’ignoranza, la non-erudizione, il disinteresse, la materialità. Si tratta di una posa, un atteggiamento che non è consapevole della sua superificialità. Il frutto di una generazione che ha letto male Nietzsche e ha tralasciato molti altri. La tenerà età e l’inebriante esperienza dell’esser originali danno alla testa al neo-decadente, che perde il contatto con la realtà, diventa superficiale nel suo essere profondo, rozzo nel suo essere erudito, conformista nel suo essere anticonvenzionale. Si ricordi Pasolini, che se la prendeva sul Corriere Della Sera coi capelloni dell’ultima ora. Ogni simbolo, ogni feticcio, è destinato ad avvizzire come tale, a perdere qualsiasi valenza, qualsiasi idea, qualsiasi ragione d’essere che lo permeava alla sua nascita.
Non si può che essere indulgenti con gli esteti di oggi; l’ingenuità, la giovinezza sono dalla loro parte. E chissà che un giorno non si riscoprano marxisti.

Ho aggiornato il testo integrale di Edipo Mon Amour alla sua versione (credo) definitiva. Vi ho risparmiato l’introduzione; comunque, per chi non lo sapesse (sacrilegio!), Hiroshima mon amour è un film di Alain Resnais. Cosa c’entra con Edipo? Assolutamente nulla!
Sparuti lettori, so che siete molto timidi, ma ricordatevi che ogni commento depositato è assai gradito. La fondazione edipica, che raccoglie parricidi e incestuosi da tutto il mondo, ha bisogno del vostro contributo e del vostro sostegno. Grazie.
Lascio la bibliografia:

BIBLIOGRAFIA

Dürrenmatt Friedrich, Racconti , 2005 Universale Economica Feltrinelli

Freud Sigmund, Compendio di Psicoanalisi, 1997 Bibilioteca Bollati Boringhieri

Freud Sigmund, Intepretazione dei sogni, 1952 Roma Astrolabio

Fromm Erich, Il linguaggio dimenticato, 1995 Saggi tascabili Bompiani

Kerenyi Karl, Hillman James, Variazioni su Edipo, 1992 Minima

Levi-Strauss Claude, Antropologia strutturale,1966 Il saggiatore

Manzarek Ray, Light My fire, la mia vita con Jim Morrison, 1998 Editori Riuniti

Nietzsche Friedrich, La nascita della tragedia, 1995 Orsa Maggiore Ed

Paduano Guido, Lunga storia dell’Edipo Re, 1995 Einaudi

Propp Vladimir, Edipo alla luce del folclore, 1983 Einaudi

Sofocle, Antigone, Edipo Re, Edipo a Colono, 2003 Classici Bur

Valcarenghi Marina, Nel nome del padre: Edipo e Prometeo, 1997 Tranchida

Vernant Jean-Pierre, Edipo senza complesso, 1996 Mimesis

E questa è la fine della tesina. Per l’appunto, This is the end..


J.D.MORRISON

1.Cronaca di una serata dionisiaca.

Edipo è entrato nella storia della musica rock una sera dell’estate 1966. I Doors muovevano i loro primi passi nel locale più ‘caldo’ del Sunset trip di Los Angeles, il Wiskhey a Go-Go.

Quella sera il gruppo aveva deciso di chiudere come consuetudine con The End. Il brano, undici minuti di ritmi orientaleggianti e vortici psichedelici, fu da subito particolarmente ispirato, tanto da coinvolgere il pubblico in uno stato di mistica e ansiosa attesa. Nel cuore del buio, Jim Morrison pronunciò per la prima volta i celebri versi

 

The killer awoke before dawn
He put his boots on…

L’assassino si destò prima dell’alba

S’infilò gli stivali…

 

Gli altri componenti del gruppo non avevano mai sentito quelle parole. Morrison non era nuovo ad improvvisazioni, soprattutto quando si trovava come quella sera sotto l’effetto dell’LSD.

 

He took a face from the ancient gallery
And he walked on down the hall…

Prese una maschera dalla galleria delle antichità

E s’incamminò lungo il corridoio…

 

 

La maschera antica non può non richiamare alla mente la tragedia greca. Il cantante se ne servì per esplorare i corridoi della propria psiche. Il pubblico era ipnotizzato. Avrà a dire Manzarek[1]: “Morrison era in un altro luogo, un luogo sciamanico, e lo guardavamo tutti, in trance[2]”.

 

He went to into the room where his sister lived
And then he paid a visit to his brother…

Andò nella stanza dove viveva la sorella

E poi fece visita al fratello…

 

 

Nella memoria di Jim riaffiorarono le immagini della sorella Ann ed il fratello Andy. “Aveva costruito un labirinto, e le regole della tragedia dettavano che dovesse trovarne l’uscita.”

Egli era, prima di tutto, un buon drammaturgo. Ed era prossimo alla catarsi:

 

And then he, he walked on down the hall
And he came to a door, and he looked inside
"Father?"-"Yes, son?"-"I want to kill you!”

E poi…egli camminò lungo il corridoio

Ed arrivò ad una porta, e guardò dentro

“Padre?”-“Sì, figlio”-“Io voglio ucciderti!”

 

 

Solo Manzarek a quel punto capì dove li avrebbe condotti Morrison. Il pubblico invece era ancora ignaro di tutto. Le cubiste si erano fermate, tra i tavoli regnava un silenzio mistico.

Li teneva nel palmo della mano.



“Mother, I want to…FUCK YOU!”

“Madre, io voglio…FOTTERTI!”

 

 

Ed esplosero tutti. Batteria, organo, chitarra, all’unisono in una furia di gemiti e fischi. Assalirono gli strumenti come sacerdoti intorno al loro messia; Morrison era un satiro, sceso tra gli uomini a portare il verbo del caos e dell’ebbrezza del dio Dioniso.

 

Quella fu l’ultima sera dei Doors al Wiskhey a Go-Go. Il pubblico ancora frastornato accolse la fine del pezzo tra applausi scroscianti, mentre il proprietario del locale si lanciava fuori dai camerini inveendo contro il gruppo. Parricidio ed incesto non erano certo materiale per una sala da ballo. I Doors furono licenziati in tronco, mentre da lì a pochi mesi The End venne scolpita in coda all’album d’esordio – con il celebre verso Mother… censurato – e consegnato ai posteri come una delle più grandi canzoni della musica psichedelica.

2.Genesi della canzone. L’influenza di Nietzsche e Fromm. Tratti autobiografici.

Nell’Edipo di Jim Morrison c’è molto della sua vicenda personale, del suo difficile rapporto con la famiglia e l’autorità, ovunque essa si manifestasse.

L’ammiraglio George Morrison fu un padre poco presente ma intransigente; trattava i figli come soldati a cui dare ordini. Come Laio, egli rappresenta l’esercizio del potere, sia in famiglia che nella carriera militare. Da fonti indirette (la testimonianza di un amico) apprendiamo che in tenera età il padre stuprò il piccolo Morrison, che nel tentativo di dirlo alla madre fu preso per bugiardo[3].

Già ai tempi dell’università Jim decise di tagliare i ponti e non dare più notizie di sé. Si trasferì alla UCLA per studiare cinema. Fu allora che si avvicinò al teatro, dimostrando da subito un’innata presenza scenica e doti di istrione.

Il suo itinerario di formazione si svolse dunque lontano da casa, in una sorta di assolata Corinto della costa Ovest degli Stati Uniti, dove Jim come Edipo trovò modo di distinguersi dagli altri, primeggiando per originalità, trasgressione e comportamenti umorali ed eccentrici.

Nella sua biblioteca trovavano spazio molti dei ‘ribelli’ della letteratura: la poesia di Rimbaud e Blake, la filosofia di Nietzsche, ma anche i beat. Questa commistione di influenze si coniugava con l’interesse per la tragedia antica, in particolare per le figure di Dioniso e…Edipo. Se il primo rappresenta la sua anima sregolata e viziosa, il secondo incarna tutto l’astio di Morrison nei confronti della sua famiglia e del vivere civile. I peccati di Edipo sono proprio i più intollerabili per il perbenismo borghese che i testi dei Doors volevano attaccare.

Ma c’è dell’altro: spiega Jim in un’intervista che, nella sua visione del complesso edipico, la ribellione dell’eroe tebano è un atto cosciente. Il padre raffigura, come nella lettura pasoliniana[4], un’autorità arrogante ed intransigente. La madre rappresenta invece la terra, a cui occorre riunirsi tramite l’atto amoroso; l’incesto è dunque un atto di avvicinamento e non di repulsione, verso l’entità da cui siamo stati generati e che ci riaccoglie nel suo ventre. L’Edipo di Morrison è simile a quello matriarcale di Fromm, che scrive tra l’altro solo pochi anni prima della stesura di The End[5]. Non è escluso che il cantante dei Doors abbia letto le sue ricerche, poiché era molto ricettivo verso le tendenze più innovative del pensiero intellettuale, provenienti dai salotti beat formatisi negli anni ’50[6]. Esistono diversi punti di contatto anche con la lettura dionisiaca di Nietzsche, di cui Morrison fu grande estimatore. Di sicuro aveva letto La nascita della tragedia, incluse le pagine sul personaggio di Sofocle. Apollineo e Dionisiaco erano categorie che ben si sposavano con la sua visione del mondo e della società, così come la prospettiva di un Edipo alfiere del delirio bacchico doveva risultargli assai gradita.

 

Nell’ultima parte della sua vita, Jim Morrison si trasferì a Parigi. Come Edipo, in esilio da un regno-nazione che l’aveva adorato per anni come un Re. Nella sua Colono, trovò la morte in sordina, dopo alcuni mesi di pace e tranquillità. Ad un certo punto della carriera, si era accorto di esser diventato un’icona, per quello stesso business a cui aveva sempre cercato di ribellarsi. Non vi è anche in questo una tragica ironia della sorte?


[1] Ray Manzarek (1939- ) tastierista e fondatore dei Doors.

[2] Ray Manzarek – Light My fire, la mia vita con Jim Morrison. Le cit. sono da pag. 215 a 220.

[3] Cit. in Wikipedia IT, pagina dedicata a Jim Morrison. http://it.wikipedia.org/wiki/Jim_Morrison

[4] Il film sull’Edipo re è del 1967, lo stesso anno dell’uscita di “The Doors”.

[5] E.Fromm – Il linguaggio dimenticato. 1961

[6] Ray Manzarek – Light My fire, la mia vita con Jim Morrison, 1998 Editori Riuniti. 38° riga p.224

Si dice spesso che mai come oggi è facile comunicare. Tale affermazione presuppone però un mezzo, un comunicatore, un ascoltatore. Sul mezzo, non ci sono dubbi, siamo ben forniti. Per restare in ambito informatico, abbiamo windows messanger, chat e mailing list varie. Su questi ingegnosi programmini, che sembrano fatti apposta per il tacchinaggio e l’adescamento, occorre registrarsi, inserire i propri dati e magari un’immagine. In poche parole, mettersi in mostra, esibire la propria mercanzia. Ciò non toglie che spesso si possa barare: ho letto di recente che il 20 per cento delle informazioni immesse in questo modo sono balle, ma potrei scommettere che la percentuale è ancora superiore. Conosco coetanei che hanno una vera e propria vita in rete, sono capaci di passare ore di gaio cazzeggio e placida navigazione sui dati personali di quello o di quell’altro utente (meglio utentessa). Cosa c’è di male in tutto ciò? Al di là della perdita di tempo reale, a vantaggio di un’inutile dispendio di energie in una dimensione virtuale, il pericolo sta proprio nella comunicazione. Dicevamo all’inizio di un mezzo, un comunicatore ed un ascoltatore. Grazie ai potenti mezzi, il comunicatore difetta della caratteristica che più dovrebbe contraddistinguerlo: la capacità di osare. Dietro uno schermo non solo posso essere chiunque, ma è più facile dire quello che pensiamo. L’ebbrezza di msn scioglie la lingua, sdogana il nostro lato esibizionista, dà in definitiva assuefazione. Si rimane talmente instupiditi dalle emoticons, dai loghi, dagli avatar, dalle scritte colorate al neon, che nel momento in cui si abbandona  questo baraccone di bit ci si trova sperduti, incapaci del minimo approccio fisico. Ed il distacco aumenta, ed è più evidente,  quando si conosce dal vivo una persona che si è conosciuta prima attraverso internet. Quelli che erano amici intimi in chat, diventano tutt’un tratto imbarazzati, non spiccicano mezza parola, e sentire il suono della loro voce restituisce un vago senso di delusione. Non siamo capaci di dire le stesse cose che scriviamo, nella maggior parte dei casi. Sarebbe un buonissimo esercizio, perchè è qui che si vede l’autostima, il coraggio, la fiducia nei propri mezzi. Ebbene sì, cari tacchinatori telematici: anche a costo di prendere qualche "palo" (detto anche due di picche) da una bella pulzella, ed essere costretti a farle vedere tutto il nostro disappunto ed imbarazzo. In diretta, dal vivo.