E allora, non chiedere per chi suoni la campana. Essa suona per te.
Ieri sera ai giardini pubblici c’era Carlo Lucarelli, insieme a due musicisti e due comparse. Si parlava di Pier Paolo Pasolini; veniva riproposta, dal vivo, la puntata di Blu notte in cui si indagava sulla sua misteriosa morte.
Nelle battute finali, Lucarelli, visibilmente emozionato, parlava di come la morte di Pasolini abbia tolto qualcosa alla nostra letteratura, al nostro dibattito culturale. La poesia ed il giornalismo, forme così diverse di scrittura, che confluivano sotto veste di impegno civile, ancora prima che politico. In questo il Paolo, diceva Lucarelli, era maestro unico nel panorama italiano. Abbiamo smarrito con lui un particolare approccio alla realtà, critico, idealista, ma non ideologico. Mi spiego meglio.
Non c’è alcun dubbio che Pasolini fosse un intellettuale schierato a sinistra. Estrema sinistra, o sinistra radicale, diremmo oggi, quando le differenze tra destra e sinistra parlamentare sono diventate molto sfumate. Nel 1975, l’anno in cui è morto, non c’erano sfumature. Bisogna tenerne conto: avevi un paio di Clark, tu eri un comunista. E comunisti e fascisti se ne davano giù, a forza di Beta trentasei e via dicendo. Una dicotomia inappugnabile. Tutto era politico, e non c’era politica senza violenza.
Posto il contesto, bisogna dire che Pasolini delle dicotomie sapeva fare a meno. La sua era una visione lucida, tanto da apparire sconcertante, per quanta calma metteva nelle parole, anche le più sconvolgenti. Un poeta che conosceva il pericolo che sta dietro il luogo comune, il facile giudizio. E ne era circondato, in un clima ostile di per sè stesso, e ancora più ostile a lui, che oltre ad essere comunista (e fin qui, almeno per i ‘compagni’, passi), era pure frocio. Se oggi l’invettiva impera, quando tutto questo impegno politico, anche violento, è stato diluito fino a diventare acqua di rosa, dobbiamo pensare quanto fosse difficoltoso mantenere una certa lucidità allora, nel 1975. Forse per questa lucidità Pasolini è stato ammazzato, ma questo non me la sento di dirlo. Ma una tale lucidità, un tale impegno, un tale sentimento verso la cosa pubblica, si è visto raramente, ancora di più dopo di lui, perchè di eredi non ne ha lasciato pressochè nessuno. La scrittura, il cinema, lo stesso giornalismo, è spesso evasione. Ma più di questo, le persone sono evasione, diletto. Le persone che dicono tanto non ne capisco nulla, tanto non mi interessa, e non mi sento in grado di giudicare. Per carità, meglio che non si parli a vuoto; ma chi l’ha detto che non possiamo permetterci di giudicare? E’ una questione di gradi; quando ci vuole, ci vuole. Invece oggi, l’impegno, quello un po’ scomodo, è un relitto da ortodossia.
Vogliamo fare vittime illustri? Calvino, che pure è un grandissimo. L’elogio della leggerezza: niente di più giusto. Eppure, va bene fino ad un certo punto. Va bene finchè la leggerezza è consapevole di dovere qualcosa alla pesantezza, in termini di contenuti. Questo certo lui lo sapeva. I valori! Oggi i valori li schifiamo. E l’impegno lo schifiamo. E la realtà, quella più di tutte, la schifiamo. Vivono certe persone, esuli dal loro vissuto. Dalla realtà intorno a loro. Ma la realtà, anche se nessuno vuole ammetterlo, è tendenziosa! E’ politicizzata! Tu puoi essere amico di uno che stima Calderoli, in nome dell’umana concordia. Io non ci riesco! Il qualunquismo, l’anti-politica, la fuga nel mondo privato. Chi studia, chi ha tranquillità economica, ha il dovere di informarsi, di criticare, di far sapere agli altri chi è e soprattutto cosa non gli piace. Ci troviamo in una simile contingenza, di ignavia diffusa, di serpeggiante fatalismo, e mi piacerebbe vedere più scrittori come Pasolini. Come Saviano. Persone che si accollano il peso di un’opinione importante, di un valore da condividere, di una morale da comunicare. Ci vogliono gli uni, i leggeri, e gli altri, i pesanti. Quando Pasolini era vivo di pesantezza ce n’era troppa. Oggi ce n’è troppo poca. Ma sapere essere pesanti nel modo in cui lo fu lui, questa è davvero la cosa più difficile.

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