Archive for luglio, 2007


Gli archivi RAI, moderna versione della biblioteca di babele, vivono in queste settimane la loro notte di Halloween. Sketch e trasmissioni vecchie di quarant’anni tornano dall’oltretomba per infestare il palinsesto televisivo, sofferente di solitudine, dopo che i telespettatori sono per lo più fuggiti al mare. Ci sono il "Varietà" di RaiUno, alquanto fiacco, dove dominano Verdone, Vianello e Sanremo. C’è la "Superstoria last Revision", bellissimo programma di RaiTre, che recupera, sotto la colonna sonora di C’era una volta in America, frammenti di storia politica italiana. Infine Blob: Enrico Ghezzi e la sua squadra sono palesemente in spiaggia. Hanno lasciato a casa solo il registratore acceso, che ci proietta Ad libitum filmati del 1977, senza molta logica, quasi per un sadico scherzo dell’incuria.
Evidenetemente, non c’è poi molto di cui entusiasmarsi. Anche se il bianco e nero conserva un certo fascino, e certe testimonianze sulle giovani coscienze come la mia fanno ancora la loro ‘sporca’ impressione.
Stringendo, il tuffo nel passato ha una duplice funzione: boulevard nostalgia, e critica sociale comparata. La prima è la strada più scontata, che su di me non attecchisce, per ragioni anagrafiche, seppure non possa ignorare una certa mitomania che mi inibisce a tratti la facoltà di ragionare. La seconda opzione è certo più affascinante, anche se non certo molto originale. Prendiamola così com’è e facciamo un’osservazione, fra le molte che si potrebbero fare quando si confronta un’epoca (quella del bianco e nero) con un’altra (quella odierna). Mi è rimasta particolarmente impressa, nel mio peregrinare televisivo, una sequenza di blob, in cui c’è uno Sketch con protagonisti un uomo d’affari e un cameriere nero, ‘teneramente’ apostrofato come "Bongo". Vorrei soffermarmi sulla sensibilità nei confronti delle frange ‘deboli’ della società, su come è cambiata in questi anni, in modo assai drastico.

La sensibilità, negli anni ’50, è quella brutaledi una società inconsapevolemente bigotta, ancora contadina, dalle credenze quasi medievali. Semplifichiamo: l’omosessuale si chiama invertito e l’invalido storpio, monco, handicappato.
La generazione successiva, i Baby Boomer, non ha vissuto in prima persona la guerra, e per questo vede i propri genitori come dei pezzenti, per di più reazionari. Restiamo nell’ambito del linguaggio, che identifica la percezione della realtà: mentre altre differenze si sono fatte più marcate, la terminologia resta più o meno uguale a quella tradizionale, e viene vissuta con la stessa brutale indifferenza. Nel senso che si "insulta" in buona fede, perchè lo si ritiene un uso normale, ed in definitiva innocuo. Penso a "Non si sevizia un paperino", film di Lucio Fulci dal titolo stravagante, girato negli anni ’70. Il protagonista chiama una bambina sordomuta "subnormale". E’ un termine che oggi ci pare offensivo, ci lascia interdetti e contrariati. Invece nel contesto viene espresso con naturalezza, anzi accompagnato da manifestazioni d’affetto. Proprio perchè non era sinonimo di disprezzo.
Le prime ‘battaglie’ linguistiche in proposito cominciano proprio negli anni ’70 (basti pensare al movimento femminista, per citare un’altra categoria discriminata), e si accompagna ad altre campagne di sensibilizzazione, vedi per esempio quella sui malati mentali, con riferimento a "qualcuno volò sul nido del cuculo" e la legge Basaglia.

Torniamo a "Non si sevizia un paperino". Colpisce in questo film la discrepanza tra il linguaggio, ai nostri occhi offensivo, e le azioni effettive dei personaggi, che sono invece di totale disponibilità e comprensione per la bambina sordomuta.
Questa archeologia dell’offesa, vista agli occhi dei contemporanei, investe dunque in misura maggiore le parole delle azioni. Questo vale ovviamente in misura diversa caso per caso, ed in talune circostanze, vedi nei confronti degli omosessuali, a pesanti ingiurie si accompagnavano pesanti azioni fisiche.
Si tratta di una delle conquiste della globalizzazione: quando hai molti "altro" davanti, cominci a pensare anche dal loro punto di vista, ti appaiono un po’ meno alieni, cominci a preoccuparti anche del loro rapporto con ciò che pensi e che dici. Per cui si cominciano a misurare le parole, in nome di quello che Ratzinger chiamerebbe Relativismo, e che possiamo semplicemente definire come soggettività. Il processo si è protatto fino alle estreme conseguenze, cioè a tradurre in ipocrita perbenismo un velato disprezzo e distanza, tramite espressioni neutre ed eufemismi, del tipo "diversamente abile".

C’è però un’altra opinione a riguardo, forse più affascinante. Semplicemente, oggi abbiamo più "balle". La vita è meno dura, e, grazie al progresso, il benessere è diffuso in occidente. Quindi, possiamo dedicarci ai dettagli. Alle minuzie. A misurare col bilancino quello che la necessità ci portava a stabilire a braccia. Un discorso che vale anche per l’alimentazione, per l’igene. Basti pensare a come era una casa nel ’47 e com’è nel 2007. Quando non sai cosa mangerai il giorno dopo, ti preoccupi meno della vitamina C in quello che mangi oggi.
Discorso analogo, in modo audace, si può trasferire nell’ambito del linguaggio. La sensibilità è maturata quando si ha avuto il tempo di dedicarsi a questo problema. Detta così sembra un’ipotesi semplicistica, ma ha una sua geniale scorrevolezza. Anche i movimenti in difesa degli animali, in questa ottica, diventano il segno dei tempi. Per questo, il nostro mondo asettico e igenizzato ci fa rigettare l’idea di un maiale sgozzato, benchè apprezziamo il prosciutto che troviamo in quelle belle confezioni bianco latte, in quei supermercati con i colori delle nuvole del paradiso lavazza. Abbiamo il tempo ed il modo, oggi, di preoccuparci anche degli animali. Non credo che i mei nonni, od anche solo mio padre, che ha trascorso l’infanzia in campagna, abbiano problemi a tirare il collo ad una gallina o sgozzare un maiale, a scopo nutritivo. Io invece ce l’avrei. Ancora una volta, l’immagine mentale, ed il linguaggio che ne scaturisce, si deve confrontare con l’azione materiale. Quanto più la prima diventa intricata ed articolata, trova difficoltà ad abbracciare la nostra natura più primitiva. L’istinto accompagna la necessità. Il pensiero accompagna l’ozio. E di ozio, come potete vedere dalla lunghezza e la dispersività di questo scritto, al momento sono piuttosto fornito.

Tra i suoi detrattori (ma anche tra i sostenitori meno attenti) Marco Travaglio viene considerato un giornalista fazioso perchè dice cose "di sinistra": dopotutto, scrive su Repubblica e sull’Unità. E’ interessante ricordare invece come Travaglio sia cresciuto sotto la guida di Indro Montanelli, che l’ha chiamato a lavorare al "Giornale" ne 1988. E’ indubbio che la conoscenza del grande giornalista abbia influenzato il giovane Travaglio nel formarsi della sua opinione politica. Certuni, come Giuliano Ferrara, insistono ancora oggi a dire che egli è un reazionario, che trova nel giustizialismo e nella magistratura il punto di riferimento fondamentale del vivere civile. Abbiamo di fronte dunque un conservatore, fiducioso  nelle istituzioni, in particolare giudiziare. E proprio nelle inchieste giudiziarie Travaglio troverà terreno fertile per il suo giornalismo negli anni a venire.

Cosa sta a significare questo preambolo? Montanelli ed il giovane Travaglio possono essere considerati due esponenti di quella corrente della destra, oggi quasi scomparsa, detta "legalitaria". Cioè, che crede in un austero e rigoroso rispetto delle regole e delle istituzioni. Trovo che sia la posizione più interessante e coerente della destra storica.
L’anomalia berlusconiana ha ribaltato il tavolo e costretto tutti a giocare con le sue carte. Chi è oggi a tenere le redini della legalità, a destra come a sinistra? Neanche Fini, che è uno di quelli che idealmente vorrebbero avvicinarsi di più. Invece, come ebbe a dire proprio Montanelli, "gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello".  Chi, al contrario, non usa il manganello, ma la vil pecunia, è Berlusconi. Proprio su questo personaggio incontriamo il punto di rottura, tra la posizione della destra legalitaria e la destra moderna. Il motivo per cui Montanelli e Travaglio, di destra, sono stati tra i più fieri oppositori di Berlusconi.

Non voglio fare illazioni, teorie del complotto. Basta leggere un libro del succitato Travaglio, per accorgersi della gravità delle accuse che egli rivolge al Cavaliere. Ci sono una serie di fatti. Di documenti. Di dichiarazioni. Di confessioni. Di atti della magistratura. Di sentenze, ai danni di Previti. Tutti indicatori di una verità, che Lucarelli chiamerebbe la verità storica o morale, che i giudici non sono mai riusciti ad accertare, vuoi per la prescrizione dei reati, vuoi per le leggi ad personam, vuoi perchè il personaggio in questione è estremamente accorto nelle sue manovre.
Sembra di essere in una di quelle trame della P2, dove da ogni parte arrivano spifferi, che gridano al golpe, al complotto, al piano di rinascita democratica. E Berlusconi, cosa c’entra? Possedeva la tessera 1816. Cito, a titolo di esempio, la Cisalpina Overseas Nassau Bank, con cui la famiglia Berlusconi ebbe rapporti agli albori della carriera imprenditoriale di Silvio. Nel consiglio di amministrazione figuravano i massoni Gelli, Calvi, Sindona. La stessa banca è stata indicata da Sindona e altri pentiti come responsabile del riciclaggio di denaro sporco di provenienza mafiosa.
Non è tuttora stato possibile stabilire quali siano le fonti degli ingenti capitali di cui disponeva il giovane Berlusconi, poichè, quando fu interrogato in merito dal pm Ingroia, si avvalse della facoltà di non rispondere.
Questi intrallazzi ad inizio carriera gettano nuova luce sulle indagini successive, riguardo ai legami tra Cosa nostra e Dell’Utri, e tra Mangano ed il suo datore di lavoro Berlusconi.
Qui mi fermo, perchè ci sarebbe da riempire pagine e pagine con i fascicoli riguardanti Sivlio.

Da pochi esempi, si può facilmente intuire cosa disturbava Montanelli della figura di Berlusconi. Chissà cosa direbbe oggi, quando egli è il capo della destra italiana, quella che secondo il giornalista avrebbe dovuto essere garante dell’ordine, della legalità nel nostro paese. Ed il fatto più grave è che molti tra i più giovani, me compreso, che non hanno avuto esperienza di un altro clima politico, possano essere convinti che la destra italiana sia solo questa. Nessuno parla, nessuno fa domande; eppure ci dovrebbero essere gravi capi d’imputazione su Berlusconi, proprio a partire dall’opinione pubblica. Invece voci come quella di Travaglio vengono sentite con la stessa predisposizione che si adotta verso i giornali scandalistici, quelli dove si parla di alieni e di Elvis che ha sparato a Kennedy a Dallas.

Infine, pubblico per intero l’intervista di Borsellino, uno dei più importanti giudici impegnati nella lotta anti-mafia, rilasciata quattro giorni prima della strage di Capaci, e due mesi prima dell’attentato in cui perse la vita. E’ un pezzo di storia, che pochi conoscono, seppellito negli archivi Rai.
Come disse Travaglio nella trasmissione di Luttazzi prima che silurassero il comico, dichiarazioni come queste oggi fanno una certa impressione. Perchè sono le ultime parole di una persona che ha pagato con la vita per le sue azioni, le sue opinioni, le sue parole. Volete l’ultima prova del mio ragionamento iniziale? Se Borsellino fosse un giudice qualunque, ed oggi rilasciasse una simile intervista, sarebbe additato come una delle famigerate "toghe rosse". Invece votata il Movimento Sociale. Che, ricordiamolo, fu sempre impegnato nella lotta alla mafia in Sicilia.

Borsellino
Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come "uomo d’onore" appartenente a Cosa Nostra.

Giornalista
"Uomo d’onore" di che famiglia?

Borsellino
L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.

Giornalista
E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?

Borsellino
Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli.

Giornalista
Comunque lei in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.

Borsellino
Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga.

Giornalista
Dell’Utri non c’entra in questa storia?

Borsellino
Dell’Utri non è stato imputato del maxi processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.

Giornalista
A Palermo?

Borsellino
Sì, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.

Giornalista
Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?

Borsellino
Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, di entrambi.

Giornalista
I fratelli

Borsellino
Sì.

Giornalista
Quelli della Publitalia?

Borsellino
Sì.

Giornalista
Perché c’è nell’inchiesta della San Valentino, un’intercettazione fra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli.

Borsellino
Beh, nella conversazione inserita nel maxi-processo, si parla di cavalli da consegnare in albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo.

Giornalista
C’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade.

Borsellino
Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose, si è parlato addirittura in un certo periodo almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime, la famiglia di Stefano Bontade sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200, si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.

Giornalista
Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?

Borsellino
So dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato pesonalmente.

Giornalista
Perché quanto pare, Rapisarda, Dell’Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia.

Borsellino
Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell’Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.

Giornalista
Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?

Borsellino
All’inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa, un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.

Giornalista
Lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?

Borsellino
è normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.

Giornalista
Mangano era un pesce pilota?

Borsellino
Sì, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia.

Giornalista
Si dice che abbia lavorato per Berlusconi?

Borsellino
Non le saprei dire in proposito o anche se le debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito. Non conosco quali atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.

Giornalista
C’è un’inchiesta ancora aperta?

Borsellino
So che c’è un’inchiesta ancora aperta.

Giornalista (in francese)
Su Mangano e Berlusconi a Palermo?

Borsellino
Sì.

Su http://www.societàcivile.it trovate il decreto d’archiviazione del 3 maggio 2002 del gip di Caltanissetta per le stragi Falcone e Borsellino dopo le indagini su Berlusconi (Alfa) e Dell’Utri (Beta).E’ un documento interessante, ed inquietante. Come si legge nella home del sito, societacivile.it  fa parte del fantomatico
«network telematico di delegittimazione» oggetto dei dossieraggi del Sismi di Nicolò Pollari e Pio Pompa dal 2001.

Abuso del mio potere su questo spazio per farmi pubblicità da solo.
Ho messo su youtube il seguente video, così, per provare il collegamento tra telecamera e computer.
http://it.youtube.com/watch?v=BpHc4V-e8h8
Spero di migliorare nei prossimi.

Questa mattina, ancora una volta, Liberazione ha attaccato il referendum sulla legge elettorale. Tra pochi giorni, quando si chiuderà la raccolta di firme, i promotori hanno buone speranze di raggiungere il quorum dei 500.000 nominativi, ed il quotidiano di Rifondazione Comunista ha le sue ragioni per non gradire un eventuale successo dell’iniziativa. Ma andiamo con ordine. I tre quesiti propongono le seguenti modifiche alla legge elettorale:

  • Sbarramento del 4% alla camera (goodbye Mastella? Magari…), 8% al Senato. Quindi la scomparsa dei partitini, variabili impazzite su cui oggi si reggono le coalizioni, in particolare quella di centro-sinistra.
  • Premio di maggioranza sia alla camera che al senato alla lista col maggior numero di voti. La normativa vigente prevede invece il premio solo alla camera alla coalizione, e la suddivisione del senato in base al voto per regione.
  • Abrogazione delle candidature multiple. Chi viene eletto in più seggi, oggi può decidere di prenderne uno per sè ed assegnare gli altri a quelli che, per così dire, sono i secondi classificati, all’interno della propria lista. Grazie alla propria fedeltà al feudo di appartenenza un terzo dei parlamentari si trovano alla camera ed al senato senza essere stati scelti dai cittadini.
  • Scelta del nominativo da votare. Si vota il candidato della lista, non la colazione.

Da una eventuale successo dei questiti referendari nascerebbe un equilibrio del tutto ridisegnato, dove i grandi partiti guadagnano un netto predominio a discapito degli altri. E’ naturale quindi l’inquietudine di Rifondazione, e di conseguenza del suo giornale. Qui mi soffermo.

Nel momento in cui i DS sbarcano al centro ("Una DC che guarda a sinistra": è il PD secondo Follini), Rifondazione rimane l’ultimo ventricolo in funzione del PC italiano, il più importante partito comunista d’occidente del dopoguerra. Cosa rimane della sua influenza sul territorio, sulla società, sul costume, sulla politica, sugli investimenti? La verità è che il riscontro con la base elettorale è assolutamente sproporzionato al potere che Rifondazione esercita sulla coalizione di governo. Se Togliatti aveva il 30 per cento, Giordano non raggiunge il 5. Eppure è sufficiente vedere come è caduto Prodi nel ’98, come si evolve (o si devolve) il dibattito sulla riforma delle pensioni, per comprendere come il conflitto tra componenti centriste ed ala radicale è destinato a rimanere insoluto, a generare instabilità, se non si interviene con una legislazione adeguata. Non si tratta però solo di questo: la preoccupazione più legittima di Liberazione riguarda la scomparsa delle frange estreme del parlamento, a vantaggio di partiti, quelli più corposi, che prevedibilmente guarderanno al centro con continuità, per conquistare l’elettore indeciso. Come del resto avviene già adesso. Solo che in questo momento le due forze repulsive, centrista ed estrema, lacerano la governabilità del paese.
Fin qui non ho aggiunto nulla che il più inutile dei Buonaiuti non abbia già detto: lo faccio ora, affermando che la sinistra radicale, vista come fumo negli occhi da ogni buon centrista, è davvero necessaria; un animale raro da preservare. La politica non è il qualunquismo becero di Casini. C’è in Italia un’eredità culturale di grande spessore, che non è vetero-comunismo, che non è ortodossia, che non è solo fedeltà alla linea, di cui l’attuale sinistra è incapace di riappropriarsi senza vedere fantasmi sotto il proprio letto. Il problema non sta nell’idea, nè tantomeno nel sistema elettorale. Quello di Giordano oggi è un partito vecchio, che fa gli interessi di una classe operaia che non esiste più, o meglio è invecchiata insieme al partito; e difatti, l’unico interesse di Rifondazione sembra il ricatto, per impedire qualsiasi movimento sul fronte della previdenza sociale. Abbiamo di fronte un partito miope, incapace di vedere al di là del proprio manipolo di elettori nostalgici o cassaintegrati. Almeno Di Pietro ha l’onestà di dire: con questo referendum, io scomparirò, ma è il meglio per il paese. Rifondazione è distante anni luce da un simile slancio morale (che del resto oggi è merce rara).
Il problema, dunque, è nel partito. Ed io nutro qualche speranza perchè il referendum dia una scossa. Se votare Rifondazione oggi ha un valore quasi prettamente estetico, che almeno mi facciano il piacere di un’esclamazione:"eppur si muove".