Questa mattina, ancora una volta, Liberazione ha attaccato il referendum sulla legge elettorale. Tra pochi giorni, quando si chiuderà la raccolta di firme, i promotori hanno buone speranze di raggiungere il quorum dei 500.000 nominativi, ed il quotidiano di Rifondazione Comunista ha le sue ragioni per non gradire un eventuale successo dell’iniziativa. Ma andiamo con ordine. I tre quesiti propongono le seguenti modifiche alla legge elettorale:

  • Sbarramento del 4% alla camera (goodbye Mastella? Magari…), 8% al Senato. Quindi la scomparsa dei partitini, variabili impazzite su cui oggi si reggono le coalizioni, in particolare quella di centro-sinistra.
  • Premio di maggioranza sia alla camera che al senato alla lista col maggior numero di voti. La normativa vigente prevede invece il premio solo alla camera alla coalizione, e la suddivisione del senato in base al voto per regione.
  • Abrogazione delle candidature multiple. Chi viene eletto in più seggi, oggi può decidere di prenderne uno per sè ed assegnare gli altri a quelli che, per così dire, sono i secondi classificati, all’interno della propria lista. Grazie alla propria fedeltà al feudo di appartenenza un terzo dei parlamentari si trovano alla camera ed al senato senza essere stati scelti dai cittadini.
  • Scelta del nominativo da votare. Si vota il candidato della lista, non la colazione.

Da una eventuale successo dei questiti referendari nascerebbe un equilibrio del tutto ridisegnato, dove i grandi partiti guadagnano un netto predominio a discapito degli altri. E’ naturale quindi l’inquietudine di Rifondazione, e di conseguenza del suo giornale. Qui mi soffermo.

Nel momento in cui i DS sbarcano al centro ("Una DC che guarda a sinistra": è il PD secondo Follini), Rifondazione rimane l’ultimo ventricolo in funzione del PC italiano, il più importante partito comunista d’occidente del dopoguerra. Cosa rimane della sua influenza sul territorio, sulla società, sul costume, sulla politica, sugli investimenti? La verità è che il riscontro con la base elettorale è assolutamente sproporzionato al potere che Rifondazione esercita sulla coalizione di governo. Se Togliatti aveva il 30 per cento, Giordano non raggiunge il 5. Eppure è sufficiente vedere come è caduto Prodi nel ’98, come si evolve (o si devolve) il dibattito sulla riforma delle pensioni, per comprendere come il conflitto tra componenti centriste ed ala radicale è destinato a rimanere insoluto, a generare instabilità, se non si interviene con una legislazione adeguata. Non si tratta però solo di questo: la preoccupazione più legittima di Liberazione riguarda la scomparsa delle frange estreme del parlamento, a vantaggio di partiti, quelli più corposi, che prevedibilmente guarderanno al centro con continuità, per conquistare l’elettore indeciso. Come del resto avviene già adesso. Solo che in questo momento le due forze repulsive, centrista ed estrema, lacerano la governabilità del paese.
Fin qui non ho aggiunto nulla che il più inutile dei Buonaiuti non abbia già detto: lo faccio ora, affermando che la sinistra radicale, vista come fumo negli occhi da ogni buon centrista, è davvero necessaria; un animale raro da preservare. La politica non è il qualunquismo becero di Casini. C’è in Italia un’eredità culturale di grande spessore, che non è vetero-comunismo, che non è ortodossia, che non è solo fedeltà alla linea, di cui l’attuale sinistra è incapace di riappropriarsi senza vedere fantasmi sotto il proprio letto. Il problema non sta nell’idea, nè tantomeno nel sistema elettorale. Quello di Giordano oggi è un partito vecchio, che fa gli interessi di una classe operaia che non esiste più, o meglio è invecchiata insieme al partito; e difatti, l’unico interesse di Rifondazione sembra il ricatto, per impedire qualsiasi movimento sul fronte della previdenza sociale. Abbiamo di fronte un partito miope, incapace di vedere al di là del proprio manipolo di elettori nostalgici o cassaintegrati. Almeno Di Pietro ha l’onestà di dire: con questo referendum, io scomparirò, ma è il meglio per il paese. Rifondazione è distante anni luce da un simile slancio morale (che del resto oggi è merce rara).
Il problema, dunque, è nel partito. Ed io nutro qualche speranza perchè il referendum dia una scossa. Se votare Rifondazione oggi ha un valore quasi prettamente estetico, che almeno mi facciano il piacere di un’esclamazione:"eppur si muove".

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