Gli archivi RAI, moderna versione della biblioteca di babele, vivono in queste settimane la loro notte di Halloween. Sketch e trasmissioni vecchie di quarant’anni tornano dall’oltretomba per infestare il palinsesto televisivo, sofferente di solitudine, dopo che i telespettatori sono per lo più fuggiti al mare. Ci sono il "Varietà" di RaiUno, alquanto fiacco, dove dominano Verdone, Vianello e Sanremo. C’è la "Superstoria last Revision", bellissimo programma di RaiTre, che recupera, sotto la colonna sonora di C’era una volta in America, frammenti di storia politica italiana. Infine Blob: Enrico Ghezzi e la sua squadra sono palesemente in spiaggia. Hanno lasciato a casa solo il registratore acceso, che ci proietta Ad libitum filmati del 1977, senza molta logica, quasi per un sadico scherzo dell’incuria.
Evidenetemente, non c’è poi molto di cui entusiasmarsi. Anche se il bianco e nero conserva un certo fascino, e certe testimonianze sulle giovani coscienze come la mia fanno ancora la loro ‘sporca’ impressione.
Stringendo, il tuffo nel passato ha una duplice funzione: boulevard nostalgia, e critica sociale comparata. La prima è la strada più scontata, che su di me non attecchisce, per ragioni anagrafiche, seppure non possa ignorare una certa mitomania che mi inibisce a tratti la facoltà di ragionare. La seconda opzione è certo più affascinante, anche se non certo molto originale. Prendiamola così com’è e facciamo un’osservazione, fra le molte che si potrebbero fare quando si confronta un’epoca (quella del bianco e nero) con un’altra (quella odierna). Mi è rimasta particolarmente impressa, nel mio peregrinare televisivo, una sequenza di blob, in cui c’è uno Sketch con protagonisti un uomo d’affari e un cameriere nero, ‘teneramente’ apostrofato come "Bongo". Vorrei soffermarmi sulla sensibilità nei confronti delle frange ‘deboli’ della società, su come è cambiata in questi anni, in modo assai drastico.

La sensibilità, negli anni ’50, è quella brutaledi una società inconsapevolemente bigotta, ancora contadina, dalle credenze quasi medievali. Semplifichiamo: l’omosessuale si chiama invertito e l’invalido storpio, monco, handicappato.
La generazione successiva, i Baby Boomer, non ha vissuto in prima persona la guerra, e per questo vede i propri genitori come dei pezzenti, per di più reazionari. Restiamo nell’ambito del linguaggio, che identifica la percezione della realtà: mentre altre differenze si sono fatte più marcate, la terminologia resta più o meno uguale a quella tradizionale, e viene vissuta con la stessa brutale indifferenza. Nel senso che si "insulta" in buona fede, perchè lo si ritiene un uso normale, ed in definitiva innocuo. Penso a "Non si sevizia un paperino", film di Lucio Fulci dal titolo stravagante, girato negli anni ’70. Il protagonista chiama una bambina sordomuta "subnormale". E’ un termine che oggi ci pare offensivo, ci lascia interdetti e contrariati. Invece nel contesto viene espresso con naturalezza, anzi accompagnato da manifestazioni d’affetto. Proprio perchè non era sinonimo di disprezzo.
Le prime ‘battaglie’ linguistiche in proposito cominciano proprio negli anni ’70 (basti pensare al movimento femminista, per citare un’altra categoria discriminata), e si accompagna ad altre campagne di sensibilizzazione, vedi per esempio quella sui malati mentali, con riferimento a "qualcuno volò sul nido del cuculo" e la legge Basaglia.

Torniamo a "Non si sevizia un paperino". Colpisce in questo film la discrepanza tra il linguaggio, ai nostri occhi offensivo, e le azioni effettive dei personaggi, che sono invece di totale disponibilità e comprensione per la bambina sordomuta.
Questa archeologia dell’offesa, vista agli occhi dei contemporanei, investe dunque in misura maggiore le parole delle azioni. Questo vale ovviamente in misura diversa caso per caso, ed in talune circostanze, vedi nei confronti degli omosessuali, a pesanti ingiurie si accompagnavano pesanti azioni fisiche.
Si tratta di una delle conquiste della globalizzazione: quando hai molti "altro" davanti, cominci a pensare anche dal loro punto di vista, ti appaiono un po’ meno alieni, cominci a preoccuparti anche del loro rapporto con ciò che pensi e che dici. Per cui si cominciano a misurare le parole, in nome di quello che Ratzinger chiamerebbe Relativismo, e che possiamo semplicemente definire come soggettività. Il processo si è protatto fino alle estreme conseguenze, cioè a tradurre in ipocrita perbenismo un velato disprezzo e distanza, tramite espressioni neutre ed eufemismi, del tipo "diversamente abile".

C’è però un’altra opinione a riguardo, forse più affascinante. Semplicemente, oggi abbiamo più "balle". La vita è meno dura, e, grazie al progresso, il benessere è diffuso in occidente. Quindi, possiamo dedicarci ai dettagli. Alle minuzie. A misurare col bilancino quello che la necessità ci portava a stabilire a braccia. Un discorso che vale anche per l’alimentazione, per l’igene. Basti pensare a come era una casa nel ’47 e com’è nel 2007. Quando non sai cosa mangerai il giorno dopo, ti preoccupi meno della vitamina C in quello che mangi oggi.
Discorso analogo, in modo audace, si può trasferire nell’ambito del linguaggio. La sensibilità è maturata quando si ha avuto il tempo di dedicarsi a questo problema. Detta così sembra un’ipotesi semplicistica, ma ha una sua geniale scorrevolezza. Anche i movimenti in difesa degli animali, in questa ottica, diventano il segno dei tempi. Per questo, il nostro mondo asettico e igenizzato ci fa rigettare l’idea di un maiale sgozzato, benchè apprezziamo il prosciutto che troviamo in quelle belle confezioni bianco latte, in quei supermercati con i colori delle nuvole del paradiso lavazza. Abbiamo il tempo ed il modo, oggi, di preoccuparci anche degli animali. Non credo che i mei nonni, od anche solo mio padre, che ha trascorso l’infanzia in campagna, abbiano problemi a tirare il collo ad una gallina o sgozzare un maiale, a scopo nutritivo. Io invece ce l’avrei. Ancora una volta, l’immagine mentale, ed il linguaggio che ne scaturisce, si deve confrontare con l’azione materiale. Quanto più la prima diventa intricata ed articolata, trova difficoltà ad abbracciare la nostra natura più primitiva. L’istinto accompagna la necessità. Il pensiero accompagna l’ozio. E di ozio, come potete vedere dalla lunghezza e la dispersività di questo scritto, al momento sono piuttosto fornito.

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