Archive for agosto, 2007


Nelle righe che seguono, lo so già, peccherò di superficialità, approssimazione e pregiudizio. Vorrei quindi porre come primo punto tale riferimento, che una nazione non equivale in misura perfetta ai propri cittadini. Ed il suo spirito,l’immagine che tale paese dà di sè, viene percepito diversamente a seconda che si sia da una parte o dall’altra della barricata. Detto ciò, vorrei parlare di Sicko, il nuovo film di Micheal Moore, che ha per tema la struttura della sanità americana.

Davanti alla forza poderosa dei fatti, c’è poco da fare. Come i precedenti, questo film di Moore trasuda verità, fa sentire l’urgenza di un tema tanto importante, ancora una volta centrato sui problemi dell’America. C’è però un sapore diverso, rispetto ad esempio a Bowling a Columbine. Innanzitutto viene calcata oltremodo la mano sui pregi della sanità pubblica europea e cubana. In secondo luogo, la conclusione del film si fa via via più patinata, fino a diventare melassa zuccherosa e moraleggiante, oltremodo indigesta. Quasi non si riconosce più il regista che con ironia tagliente e salutare cinismo aveva smascherato l’america dei pistoleri. Moore sembra soffrire di patriottismo al contrario. Se i suo connazionali hanno una percezione deformata del mondo al di là del proprio naso, il regista ambisce agli altrui pregi con ingenuo stupore, quasi fosse l’Europa la terra promessa. Pertanto, quando si trova a cena con americani emigrati in Francia, sembra di assistere a quella scenetta di Albanese nel suo programma di RaiTre, "Non c”è problema". I convitati ebbri d’entusiasmo e felicità si mettono a decantare quanto è bello dove vivono, e quanto è brutto il posto da cui sono fuggiti, secondo il mantra, appunto di Albanese: "Be-eene. Tutto bene! Be-eene. Tutto bene, bene, benee!". La sensazione è che invece abbiano esagerato col vino. L’escalation di iperboli servite in tavola ha appunto il tono di chiacchiera da bar, piuttosto che quello documentato e serio che sarebbe consono ad un documentario di questo livello. Come se non bastasse, il nostro amico Moore ha scovato le mosche bianche: ad esempio, il medico della mutua con la casa da un milione di dollari. Nonchè la famiglia francese che considera il pesce la prima spesa per importanza, dopo il mutuo sulla casa. E le tasse? Il prezzo che noi Europei paghiamo per la sanità pubblica? Il regista fa appena un accenno, dimenticandosi poi di approfondire. E i problemi della statalizzazione dei servizi? Come molti, sono convinto della bontà del servizio fornito dallo stato. Ma, per onestà, sarebbe bene anche dare qualche dettaglio riguardo ai difetti che tale sistema comporta, se non si vuole scadere nella oleografia. Uno spettatore potrebbe iniziare a chiedersi se è tutto oro quel che luccica.
Nella seconda parte, Moore ci mostra i pregi della sanità cubana, che del resto la porzione di mondo di cui gli Stati uniti non fanno parte già conosceva e apprezzava (si dice, del resto, che nei paesi comunisti le uniche cose che funzionano siano la sanità e l’istruzione pubblica). Ad un certo punto, c’è una svolta inaspettata, che nulla c’entra con ciò che si è visto finora. I pompieri cubani convocato la squadra di Micheal Moore, di cui fanno parte due dei soccorritori dell’11 settembre. Accolgono i ‘nemici’ americani sull’attenti; sul rompete le righe, scatta il tripudio di baci e abbracci con i colleghi pompieri, all’insegna del volemmosebbene, poi si distribuiscono magliette, scende qualche lacrima, e Moore in sottofondo ci imbonisce con facili moralismi e velleità d’ecumenismo..mentre si inquadrà un caldo tramonto sul mare! Dopo la cartolina della Francia, dopo la cartolina della Gran Bretagna e quella del Canada, ecco che arriva la cartolina di Cuba, anch’essa in formato Dèpliant, con condimento di riconciliazione e spirito di corpo (dei pompieri).
Dove, secondo me, ha sbagliato Moore in questo film? Ha fatto un errore che, da americano, era facile commettere. Ha preso un’ideologia, e l’ha sostituita con un’altra, pensando così di mettere a posto le cose. Ma la sua europa, così netta, così perfetta, non è reale, tanto quanto le parole e le promesse dei Teo-dem americani, che lui contesta. Non puoi svegliare gli americani da un torpore somministrando un allucinogeno. Traspare un’inquietudine, un’ansia della perfezione, nella ricerca ossessiva del modello vincente, del cavallo giusto, che è tipicamente americana. Un paese dove l’opione pubblica, nel giro di tre anni, è passata da essere completamente a favore ad essere completamente a sfavore di Bush, non è un’opinione pubblica credibile. E’ sintomo di creduloneria, di facile presa dell’ideologia, volta a nascondere la realtà, che non è mai così semplice, così netta, così buona o cattiva come la si vuole descrivere. Micheal Moore nel suo primo film ha fatto una buonissima cosa: ha messo in campo delle contraddizioni. Perchè la realtà è contradditoria. Nel suo ultimo film ha costruito un altarino, dai tratti quasi religiosi. Il finale melassa, quello in cui addita ad un "nuovo giorno per l’america", nel momento in cui si renderà pubblico il sistema sanitario, appare senza volerlo retorico come un proclama della casa bianca.
Una considerazionione, però, il regista l’ha azzeccata: un paese che ha vissuto in casa la guerra mondiale, non avrà mai più la stessa innocenza, lo stesso candore, la stessa ingenuità di un paese che l’ha vista con il binocolo. Per questo, fondamentale motivo, la veduta di noi europei nei confronti dell’america su molti temi è così distante, ed in difenitiva molto meno ideologica, molto più disillusa.

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Maratona Noir – Lunedì

Segnalo l’evento ai fortunati superstiti estivi che riusciranno a buttare l’occhio su questo spazio prima di stasera*. Se vi trovate in zona…

*Ultim’ora:evento spostato a lunedì sera causa maltempo.

FINALE EMILIA

Giovedì 23 agosto Centro Sportivo Comunale CINEMA SOTTO LE STELLE
MARATONA NOIR con opere di Pupi Avati:
ore 21.00: Zeder (Italia, 1983)
ore 23.00: La casa delle finestre che ridono (Italia, 1976)
ore 1.00: Tutti defunti… tranne i morti (Italia, 1977)
Colazione noir con bomboloni caldi al cioccolato

 

Il termine "Rivalutazione", unito a "sdoganamento", fa parte ormai in pianta stabile da diversi anni del dizionario del piccolo modaiolo. Si rivaluta ovviamente ciò che era stato precedentemente svalutato, ed in particolar modo ci si riferisce con tale termine al campo artistico. Si sdogana un artista, una corrente pittorica, un film. Quanto si tratta di sdoganare, sarebbe auspicabile la massima cautela, perchè non sempre chi fu maltrattato dai contemporanei è per forza incompreso e degno di nota. Peccato che tali accorgimenti siano rari: così da una parte certe cordate neo-kitsch ‘adottano’ le vigilesse di Alvaro Vitali, mentre dall’altra persiste una certa resistenza naturale dei circoli alti della cultura, restii a ritornare su giudizi e decisioni presi vent’anni fa. Dunque, i due comportamenti antietici, l’eccessiva accondiscendenza, magari interessata, e l’eccessivo snobismo, sono gli spazi di manovra entro cui muoversi nelle delicate operazioni di recupero dai fondali oceanici del nostro bistrattato passato recente.

Il fascino per il brutto, del resto, ha una lunga storia. Dall’ellenismo alla scapigliatura, dai concorsi di bruttezza per i cani ai video di youtube con le grassone, è sempre persistita nella natura umana una certe inclinazione per la trasgressione, il piacere di addentrarsi nel torbido. Contro appunto la kalokagathìa (bellezza e -uguale- bontà), termine greco capostipite di tutto un genere, di cremine di bellezza e sculture  marmoree dalle putenda levigate. Il brutto artistico e culturale è anche un attacco all’accademismo, alla cultura ‘alta’, ai valori più elevati che essa comporta. Per fare un’opera davvero brutta, però, è necessaria anche una certa dose d’intelligenza. Fior di artisti, in primo luogo i più moderni, hanno trovato nella cosiddetta ‘arte povera’ una molteplicità di nuove idee. Un lavoro che, nonostante le apparenze, richiede una certa dose di manovre dell’intelletto.
Brutto quindi non è certo sinonimo di stupido, almeno nella maggior parte dei casi. Abbiamo detto poco sopra che il brutto ha una sua funzione, una sua ragion d’essere, nell’affronto ad un modello ‘bello’, alternativo ad esso. Raramente un artista del brutto, sia esso un regista, od uno scultore, resiste alla tentazione di richiamare il corrispondente ‘bello’ della sua opera per farne la caricatura, la parodia. Proprio perchè se il ‘bello’ sente ben forte la sua autonomia, l’opera disgustosa risponde appunto ad un certo gusto. Questo, va da sè, si è formato necessariamente attraverso il giudizio estetico sul ‘bello’, ed il canone di bellezza che gli corrisponde. Per tale motivo, l’opera brutta non ha una sua autonomia, ma trova la sua ragion d’essere nell’opposizione.
Fissato questo punto, resta da stabilire un altro importante elemento: da dove proviene l’attacco del ‘brutto’. Già, perchè anche un seguace del ‘bello’ può essere spinto a fare autocritica, o criticare il proprio circolo di ideologi.  L’altra opzione, è che l’attentatore provenga dalle file dello schieramente opposto, o per meglio dire, dallo schieramento ‘sottostante’, in una scala gerarchica che presuppone il dominio del canone estetico ‘bello’, perciò ‘alto’.

Quest’ultima premessa è la più importante, perchè ci aiuta a dirimere i nodi dello sdoganamento (in particolare mi occupo qui di quello cinematografico) con maggiore cognizione di causa. Ovviamente, non sta a me decidere cosa va bene e cosa no, ma esprimo qui la mia opinione, riguardo i criteri da adottare nella rivalutazione, secondo le caratteristiche prima individuate.
Facciamo l’esempio di due ‘filoni’ cinematografici che certi (molti altri per fortuna no) critici distratti considerano più o meno sullo stesso livello: la saga del Banfi prima maniera, quello che per l’appunto spopolava negli anni ’80, ed il Fantozzi dei primi film.
Entrambi sono personaggi esemplari, ben individuabili nel loro contesto storico e sopratutto sociale. I film con Banfi e con Villaggio fanno ridere, chi più e chi meno, attraverso il grottesco. Lavorano quindi per aggiunta, e non per sottrazione come altri tipi di comicità, sugli aspetti salienti della maschera sociale che impersonano. In entrambi i casi, questa maschera proviene dal ceto medio-basso.

Parlo ora delle differenze. La prima, e sostanziale, sta nel rapporto tra la classe sociale di appartenenza dei due personaggi, per l’appunto di estrazione popolare, e la classe dirigente, più elevata nel reddito e nella cultura. Se tale confronto rappresenta il cardine della filmografia fantozziana, è del tutto assente nel secondo caso. Se ne evince, nel caso dei film di Lino Banfi, un circolo ‘chiuso’, dove il popolino ride di sè stesso, ma senza reale coraggio, predicando quasi l’immobilismo della loro condizione di classe subalterna. Anche Fantozzi pare senza speranza; non è certo un personaggio vincente. Nel suo rapporto con il padrone, però, si ritrova un certo approfondimento, che è il perno della satira sociale che i film ed i libri di Villaggio vogliono mostrare. Il ragioniere, anche quando desidera la propria rivalsa, ne esce sconfitto, anzi umiliato; accade con il Capo mega-galattico al termine del primo film, dove Fantozzi implora ‘sua santità’ di nuotare nel suo acquario. Oppure nella tristissima scena del Natale in ufficio. Ma in entrambi i casi ad uscirne sconfitto agli occhi dello spettatore è proprio il ‘padrone’, in quanto nell’umiliazione di Fantozzi si rispecchia tutta la sua crudeltà e prepotenza. Grazie a questo secondo punto di vista, il film di Fantozzi si rivolge ad ampie fasce sociali. Di modo che, qualsiasi sia la posizione dello spettatore, egli è costretto a confrontarsi con entrambi i ruoli, quello del padrone e del servo, che probabilmente nella vita svolge a fasi alterne.
La satira di Banfi invece non ha nessun tipo di approfondimento, nè contiene una qualche lezione per lo spettatore. E’ intrattenimento puro, solo di qualità scadente. Perciò, si rivolge solo ad una fascia di spettatori, quelli ‘di bocca buona’, rinunciando così a molteplici chiavi di lettura.
D’altro canto, all’occhio esperto non può sfuggire l’intellingenza e la cultura che Villaggio sfoggia dietro le pieghe di un personaggio apparentemente rozzo come il suo ragioniere. Tali finezze esulano completamente il discorso dei film trash di Lino Banfi.
Per ricondurre i due filoni alle categorie sopra individuate, si potrebbe dire che il ‘brutto’ di Banfi rinuncia al confronto con il modello del ‘bello’, perdendo così molto valore rispetto alla satira Fantozziana, tutt’altro che autosufficiente dai suoi (parodiati) modelli colti.
Posto che non c’è ‘attacco’ dalla parte di Banfi ad alcunchè, il suo ‘brutto’ può appartenere solo ai seguaci più ‘coatti’, ostili a priori al ‘bello’ in nome di una sterile autarchia. L’attacco al ‘bello’ nei due tragici Fantozzi, invece, viene dalle file di un attento (come prima detto, ‘brutto’ non vuol dire stupido) critico del proprio culto: a favore di tale tesi, è curioso notare come Villaggio sia un appassionato di cultura e cinematografia russa. Quale migliore dissacrazione, per lui, che dire "la corazzata Potiempkin è una cagata pazzesca?"
Alla fin fine, si evince che la satira di Fantozzi è corrosiva e dissacratoria. Quella di Banfi, poichè autonoma e circolare, pressochè innocua. Se la satira si misura nel grado in cui colpisce e fa riflettere lo spettatore, risulta presto detto cosa penso sia da sdoganare e cosa no.