Il termine "Rivalutazione", unito a "sdoganamento", fa parte ormai in pianta stabile da diversi anni del dizionario del piccolo modaiolo. Si rivaluta ovviamente ciò che era stato precedentemente svalutato, ed in particolar modo ci si riferisce con tale termine al campo artistico. Si sdogana un artista, una corrente pittorica, un film. Quanto si tratta di sdoganare, sarebbe auspicabile la massima cautela, perchè non sempre chi fu maltrattato dai contemporanei è per forza incompreso e degno di nota. Peccato che tali accorgimenti siano rari: così da una parte certe cordate neo-kitsch ‘adottano’ le vigilesse di Alvaro Vitali, mentre dall’altra persiste una certa resistenza naturale dei circoli alti della cultura, restii a ritornare su giudizi e decisioni presi vent’anni fa. Dunque, i due comportamenti antietici, l’eccessiva accondiscendenza, magari interessata, e l’eccessivo snobismo, sono gli spazi di manovra entro cui muoversi nelle delicate operazioni di recupero dai fondali oceanici del nostro bistrattato passato recente.

Il fascino per il brutto, del resto, ha una lunga storia. Dall’ellenismo alla scapigliatura, dai concorsi di bruttezza per i cani ai video di youtube con le grassone, è sempre persistita nella natura umana una certe inclinazione per la trasgressione, il piacere di addentrarsi nel torbido. Contro appunto la kalokagathìa (bellezza e -uguale- bontà), termine greco capostipite di tutto un genere, di cremine di bellezza e sculture  marmoree dalle putenda levigate. Il brutto artistico e culturale è anche un attacco all’accademismo, alla cultura ‘alta’, ai valori più elevati che essa comporta. Per fare un’opera davvero brutta, però, è necessaria anche una certa dose d’intelligenza. Fior di artisti, in primo luogo i più moderni, hanno trovato nella cosiddetta ‘arte povera’ una molteplicità di nuove idee. Un lavoro che, nonostante le apparenze, richiede una certa dose di manovre dell’intelletto.
Brutto quindi non è certo sinonimo di stupido, almeno nella maggior parte dei casi. Abbiamo detto poco sopra che il brutto ha una sua funzione, una sua ragion d’essere, nell’affronto ad un modello ‘bello’, alternativo ad esso. Raramente un artista del brutto, sia esso un regista, od uno scultore, resiste alla tentazione di richiamare il corrispondente ‘bello’ della sua opera per farne la caricatura, la parodia. Proprio perchè se il ‘bello’ sente ben forte la sua autonomia, l’opera disgustosa risponde appunto ad un certo gusto. Questo, va da sè, si è formato necessariamente attraverso il giudizio estetico sul ‘bello’, ed il canone di bellezza che gli corrisponde. Per tale motivo, l’opera brutta non ha una sua autonomia, ma trova la sua ragion d’essere nell’opposizione.
Fissato questo punto, resta da stabilire un altro importante elemento: da dove proviene l’attacco del ‘brutto’. Già, perchè anche un seguace del ‘bello’ può essere spinto a fare autocritica, o criticare il proprio circolo di ideologi.  L’altra opzione, è che l’attentatore provenga dalle file dello schieramente opposto, o per meglio dire, dallo schieramento ‘sottostante’, in una scala gerarchica che presuppone il dominio del canone estetico ‘bello’, perciò ‘alto’.

Quest’ultima premessa è la più importante, perchè ci aiuta a dirimere i nodi dello sdoganamento (in particolare mi occupo qui di quello cinematografico) con maggiore cognizione di causa. Ovviamente, non sta a me decidere cosa va bene e cosa no, ma esprimo qui la mia opinione, riguardo i criteri da adottare nella rivalutazione, secondo le caratteristiche prima individuate.
Facciamo l’esempio di due ‘filoni’ cinematografici che certi (molti altri per fortuna no) critici distratti considerano più o meno sullo stesso livello: la saga del Banfi prima maniera, quello che per l’appunto spopolava negli anni ’80, ed il Fantozzi dei primi film.
Entrambi sono personaggi esemplari, ben individuabili nel loro contesto storico e sopratutto sociale. I film con Banfi e con Villaggio fanno ridere, chi più e chi meno, attraverso il grottesco. Lavorano quindi per aggiunta, e non per sottrazione come altri tipi di comicità, sugli aspetti salienti della maschera sociale che impersonano. In entrambi i casi, questa maschera proviene dal ceto medio-basso.

Parlo ora delle differenze. La prima, e sostanziale, sta nel rapporto tra la classe sociale di appartenenza dei due personaggi, per l’appunto di estrazione popolare, e la classe dirigente, più elevata nel reddito e nella cultura. Se tale confronto rappresenta il cardine della filmografia fantozziana, è del tutto assente nel secondo caso. Se ne evince, nel caso dei film di Lino Banfi, un circolo ‘chiuso’, dove il popolino ride di sè stesso, ma senza reale coraggio, predicando quasi l’immobilismo della loro condizione di classe subalterna. Anche Fantozzi pare senza speranza; non è certo un personaggio vincente. Nel suo rapporto con il padrone, però, si ritrova un certo approfondimento, che è il perno della satira sociale che i film ed i libri di Villaggio vogliono mostrare. Il ragioniere, anche quando desidera la propria rivalsa, ne esce sconfitto, anzi umiliato; accade con il Capo mega-galattico al termine del primo film, dove Fantozzi implora ‘sua santità’ di nuotare nel suo acquario. Oppure nella tristissima scena del Natale in ufficio. Ma in entrambi i casi ad uscirne sconfitto agli occhi dello spettatore è proprio il ‘padrone’, in quanto nell’umiliazione di Fantozzi si rispecchia tutta la sua crudeltà e prepotenza. Grazie a questo secondo punto di vista, il film di Fantozzi si rivolge ad ampie fasce sociali. Di modo che, qualsiasi sia la posizione dello spettatore, egli è costretto a confrontarsi con entrambi i ruoli, quello del padrone e del servo, che probabilmente nella vita svolge a fasi alterne.
La satira di Banfi invece non ha nessun tipo di approfondimento, nè contiene una qualche lezione per lo spettatore. E’ intrattenimento puro, solo di qualità scadente. Perciò, si rivolge solo ad una fascia di spettatori, quelli ‘di bocca buona’, rinunciando così a molteplici chiavi di lettura.
D’altro canto, all’occhio esperto non può sfuggire l’intellingenza e la cultura che Villaggio sfoggia dietro le pieghe di un personaggio apparentemente rozzo come il suo ragioniere. Tali finezze esulano completamente il discorso dei film trash di Lino Banfi.
Per ricondurre i due filoni alle categorie sopra individuate, si potrebbe dire che il ‘brutto’ di Banfi rinuncia al confronto con il modello del ‘bello’, perdendo così molto valore rispetto alla satira Fantozziana, tutt’altro che autosufficiente dai suoi (parodiati) modelli colti.
Posto che non c’è ‘attacco’ dalla parte di Banfi ad alcunchè, il suo ‘brutto’ può appartenere solo ai seguaci più ‘coatti’, ostili a priori al ‘bello’ in nome di una sterile autarchia. L’attacco al ‘bello’ nei due tragici Fantozzi, invece, viene dalle file di un attento (come prima detto, ‘brutto’ non vuol dire stupido) critico del proprio culto: a favore di tale tesi, è curioso notare come Villaggio sia un appassionato di cultura e cinematografia russa. Quale migliore dissacrazione, per lui, che dire "la corazzata Potiempkin è una cagata pazzesca?"
Alla fin fine, si evince che la satira di Fantozzi è corrosiva e dissacratoria. Quella di Banfi, poichè autonoma e circolare, pressochè innocua. Se la satira si misura nel grado in cui colpisce e fa riflettere lo spettatore, risulta presto detto cosa penso sia da sdoganare e cosa no.

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