Nelle righe che seguono, lo so già, peccherò di superficialità, approssimazione e pregiudizio. Vorrei quindi porre come primo punto tale riferimento, che una nazione non equivale in misura perfetta ai propri cittadini. Ed il suo spirito,l’immagine che tale paese dà di sè, viene percepito diversamente a seconda che si sia da una parte o dall’altra della barricata. Detto ciò, vorrei parlare di Sicko, il nuovo film di Micheal Moore, che ha per tema la struttura della sanità americana.

Davanti alla forza poderosa dei fatti, c’è poco da fare. Come i precedenti, questo film di Moore trasuda verità, fa sentire l’urgenza di un tema tanto importante, ancora una volta centrato sui problemi dell’America. C’è però un sapore diverso, rispetto ad esempio a Bowling a Columbine. Innanzitutto viene calcata oltremodo la mano sui pregi della sanità pubblica europea e cubana. In secondo luogo, la conclusione del film si fa via via più patinata, fino a diventare melassa zuccherosa e moraleggiante, oltremodo indigesta. Quasi non si riconosce più il regista che con ironia tagliente e salutare cinismo aveva smascherato l’america dei pistoleri. Moore sembra soffrire di patriottismo al contrario. Se i suo connazionali hanno una percezione deformata del mondo al di là del proprio naso, il regista ambisce agli altrui pregi con ingenuo stupore, quasi fosse l’Europa la terra promessa. Pertanto, quando si trova a cena con americani emigrati in Francia, sembra di assistere a quella scenetta di Albanese nel suo programma di RaiTre, "Non c”è problema". I convitati ebbri d’entusiasmo e felicità si mettono a decantare quanto è bello dove vivono, e quanto è brutto il posto da cui sono fuggiti, secondo il mantra, appunto di Albanese: "Be-eene. Tutto bene! Be-eene. Tutto bene, bene, benee!". La sensazione è che invece abbiano esagerato col vino. L’escalation di iperboli servite in tavola ha appunto il tono di chiacchiera da bar, piuttosto che quello documentato e serio che sarebbe consono ad un documentario di questo livello. Come se non bastasse, il nostro amico Moore ha scovato le mosche bianche: ad esempio, il medico della mutua con la casa da un milione di dollari. Nonchè la famiglia francese che considera il pesce la prima spesa per importanza, dopo il mutuo sulla casa. E le tasse? Il prezzo che noi Europei paghiamo per la sanità pubblica? Il regista fa appena un accenno, dimenticandosi poi di approfondire. E i problemi della statalizzazione dei servizi? Come molti, sono convinto della bontà del servizio fornito dallo stato. Ma, per onestà, sarebbe bene anche dare qualche dettaglio riguardo ai difetti che tale sistema comporta, se non si vuole scadere nella oleografia. Uno spettatore potrebbe iniziare a chiedersi se è tutto oro quel che luccica.
Nella seconda parte, Moore ci mostra i pregi della sanità cubana, che del resto la porzione di mondo di cui gli Stati uniti non fanno parte già conosceva e apprezzava (si dice, del resto, che nei paesi comunisti le uniche cose che funzionano siano la sanità e l’istruzione pubblica). Ad un certo punto, c’è una svolta inaspettata, che nulla c’entra con ciò che si è visto finora. I pompieri cubani convocato la squadra di Micheal Moore, di cui fanno parte due dei soccorritori dell’11 settembre. Accolgono i ‘nemici’ americani sull’attenti; sul rompete le righe, scatta il tripudio di baci e abbracci con i colleghi pompieri, all’insegna del volemmosebbene, poi si distribuiscono magliette, scende qualche lacrima, e Moore in sottofondo ci imbonisce con facili moralismi e velleità d’ecumenismo..mentre si inquadrà un caldo tramonto sul mare! Dopo la cartolina della Francia, dopo la cartolina della Gran Bretagna e quella del Canada, ecco che arriva la cartolina di Cuba, anch’essa in formato Dèpliant, con condimento di riconciliazione e spirito di corpo (dei pompieri).
Dove, secondo me, ha sbagliato Moore in questo film? Ha fatto un errore che, da americano, era facile commettere. Ha preso un’ideologia, e l’ha sostituita con un’altra, pensando così di mettere a posto le cose. Ma la sua europa, così netta, così perfetta, non è reale, tanto quanto le parole e le promesse dei Teo-dem americani, che lui contesta. Non puoi svegliare gli americani da un torpore somministrando un allucinogeno. Traspare un’inquietudine, un’ansia della perfezione, nella ricerca ossessiva del modello vincente, del cavallo giusto, che è tipicamente americana. Un paese dove l’opione pubblica, nel giro di tre anni, è passata da essere completamente a favore ad essere completamente a sfavore di Bush, non è un’opinione pubblica credibile. E’ sintomo di creduloneria, di facile presa dell’ideologia, volta a nascondere la realtà, che non è mai così semplice, così netta, così buona o cattiva come la si vuole descrivere. Micheal Moore nel suo primo film ha fatto una buonissima cosa: ha messo in campo delle contraddizioni. Perchè la realtà è contradditoria. Nel suo ultimo film ha costruito un altarino, dai tratti quasi religiosi. Il finale melassa, quello in cui addita ad un "nuovo giorno per l’america", nel momento in cui si renderà pubblico il sistema sanitario, appare senza volerlo retorico come un proclama della casa bianca.
Una considerazionione, però, il regista l’ha azzeccata: un paese che ha vissuto in casa la guerra mondiale, non avrà mai più la stessa innocenza, lo stesso candore, la stessa ingenuità di un paese che l’ha vista con il binocolo. Per questo, fondamentale motivo, la veduta di noi europei nei confronti dell’america su molti temi è così distante, ed in difenitiva molto meno ideologica, molto più disillusa.

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