Archive for settembre, 2007


Mettiamo in chiaro una cosa: sui deputati condannati in via definitiva, Beppe Grillo ha ragione da vendere.
Eppure è singolare come la sua iniziativa manchi di lucidità, di acume e saggezza. La forma brutale in cui espone le sue confuse idee è diventato il principale argomento di discussione, sulla televisione così come nell’immaginario collettivo. Dal contenuto, il dibattito si  è spostato sulla forma. E certo per colpa sua. Evidentemente, Grillo non si accorge di quanto sia nociva ai suoi intenti la retorica dell’agitatore di piazza. Fa il gioco dei suoi detrattori, ma sopratutto non fa gioco a se stesso.
Ultimo è venuto lo sperleffo, di dubbio gusto, a Romano Prodi. Definito a suon di camomille, valium, occhi chiusi. Inutile rimarcare come sia inelegante un comico che contesti una personalità di spicco irridendo i suoi tratti fisici o la sua indole. Come se votassimo (e qualcuno lo fa) il presidente del consiglio dal fatto che ha l’occhio spiritato, il portamento elegante, oppure la mise da navigatore.
Avrei rimorsi se continuassi ancora. Il resto che avrei da dire, già molti prima di me l’hanno detto, ed in modo molto migliore. D’altronde, l’argomento è già sospeso in quel limbo che separe la moda del momento dalla moda appena passata, e non esporrei che banalità ed argomentazioni già sentite.
Se volete un parere illuminante, ma anche curioso, sull’argomento, ascoltate cosa ha detto Daniele Luttazzi. Dico curioso, perchè si tratta di un altro comico che spesso ha valicato il confine tra satira ed impegno politico. Eppure il suo giudizio è lucido, lineare, impietoso. Chapeau.
E qualcuno ci salvi da Mauro Mazza e dal tg2.

La genealogia dell’antipolitica

Ma noi ubbidiremo solo al solo e unico demagogo, colui che sa veramente quello che la gente vuole…Cetto La Qualunque!

 

"Specificatamente, qualunquamente, indistintamente, io vi dico:   cchiù pilu pe’ tutti! CCHIU’ PILU PE’ TUTTI!"

Omaggio a Marco Ferreri

M: "Ferreri, si faccia una domanda e si risponda da solo"
F: "e tu allora che cazzo ci stai a fare?"
(Marzullo intervista Ferreri a Cannes)

Prima che questo 2007 ci scappi via di mano, vorrei ricordare la morte del regista Marco Ferreri, avvenuta 10 anni fa. Un personaggio di grande umanità, assolutamente anticonformista, spudorato, sanguigno e rivoluzionario. Il suo carattere, è il carattere dei suoi film. Se lo spessore di un regista si misura dagli attori che gli sono amici e desiderano lavorare con lui, si possono citare per Ferreri i nomi di Ugo Tognazzi, Michael Piccoli, Marcello Mastroianni, tutti protagonisti di più di una sua pellicola. Se la sua grandezza dovesse tener conto dei turbamenti che ha provocato, nei guai che ha avuto con il regime Franchista e con ogni altra forma di censura, tale sarebbe un altro motivo per ritenere Ferreri un personaggio assolutamente unico del nostro panorama cinematografico.

Nel 1962, il giovane Ferreri faceva ritorno in patria. Durante il periodo spagnolo, si era barcamenato tra piccoli progetti cinematografici, in complicità con l’umorista Rafael Azcona ("El pisito", 1958; "Los chicos", 1959 ed "El cochecito", 1960), ed un lavoro di rappresentante, per conto di una ditta di obiettivi da cinepresa.
Un curriculum piuttosto insolito, che annovera tra l’altro un tentativo di Laurea in veterinaria, ed un lavoro come venditore di liquori. Ma, già prima del soggiorno in Spagna, Ferreri aveva coltivato la sua grande passione per la pellicola:  fu  produttore sul set di "Cronaca di un amore" di Antonioni, e di "Amore in città" tratto da Zavattini, nonchè editore della rivista cinematografica “Documento mensile”. Proprio quest’ultimo progetto, fallito dopo otto numeri, passerà alla storia come uno dei più originali cinegiornali realizzati in Italia.

A 34 anni, Ferreri è deciso a girare il suo primo film italiano. Sarà il decennio più fertile del regista, dove troviamo i lavori più ispirati della sua produzione. Con "L’ape regina" (1962) e "La donna scimmia" (1964) Ferreri si prende libertà espressive mai viste prima nel nostro paese. Ci troviamo di fronte a due figure femminili blasfeme, di carrivo gusto, repellenti per lo spettatore. Attorno alle quali, agisce un’umanità viziosa ed eccessiva, specchio deformato della nascente civiltà dei consumi. Il sucessivo "Dillinger è morto" (1969)" narra la non-storia di un impiegato (Michael Piccoli) dei nostri giorni, che trascorre una nottata nella sua casa. Ferreri ci mostra Piccoli che prepara da mangiare, che guarda la televisione, che accende il proiettore, che seduce la cameriera. Ogni mansione, anche quelle dove sembra provare piacere, nasconde in realtà una sottile scintilla di disperazione, quasi un urlo muto che impreca alla propria quotidianità. Tale urlo è silenzioso, in quanto silente se ne sta il personaggio, mentre intorno a lui la serva e la moglie stanno dormendo. Le azioni messe in mostra, così futili, hanno fatto parlare i critici di "iper-realtà". La notte di Piccoli è tanto reale da diventare grottesca. Lo spettatore capisce di trovarsi di fronte ad un’opera insolita, rarefatta. Ferreri vuole vederci attoniti, estraniati davanti alle sue immagini. Emblematica in proposito la scena del proiettore, quando il protagonista si appresta a guardare i filmini delle vacanze. Piccoli si agita in strani rituali davanti allo schermo, cerca di interagire con le figure proiettate, gioca con le ombre delle mani, come i bambini. Nel suo rapporto con l’immagine, la rappresentazione, emerge a tratti la vena folle del protagonista. Ma tale schizofrenia esploderà del tutto solo alla fine, dopo una catarsi lunga e sofferente, cominciata con il ritrovamento di una pistola. Pulita, oliata e pitturata di rosso (è quasi un feticcio), la pistola spara alla moglie di Piccoli. L’azione, velocizzata, destabilizza lo spettatore, perchè spezza la calma apperente del protagonista. Il film finisce con la fuga in barca di Michael Piccoli, verso un sole rosso ed irreale.
Questo è un piccolo assaggio dell’arte di Ferreri: l’arte del surreale, del grottesco, coniugata con le moderne paranoie borghesi. In questo suo tratto dominante, molti hanno visto nel regista il corrispondente nostrano di Luis Bunuel.
Il successivo "La cagna" (1972) si ricorda per la presenza di Mastroianni e Catherine Deneuve, che proprio sul set intrecciarono una delle relazioni più suggestive del cinema.
"La grande abbuffata" (1973) rappresenta il vertice di popolarità del regista, che continuò però a ricevere gli attacchi della censura, nonchè di una certa critica, mal disposta verso la sua sfrontatezza.
Per molti (ma io preferisco Dillinger), si tratta invece del suo capolavoro. La trama racconta di quattro distinti signori (e CHE signori: Mastroianni,Piccoli,Tognazzi e Noiret!), che decidono di trascorrere il fine settimana in una villa isolata, mangiando e copulando fino a morirne. E proprio così accade: i protagonisti ci lasciano uno dopo l’altro, morti di indigestione, senza apparente ragione, se non un’inguaribile noia esistenziale. La recitazione è quasi a soggetto: gli attori usano i loro veri nomi, molte scene sono frutto dell’ improvvisazione. I dolci sono mangiati per davvero, così come è vera l’arte di Tognazzi, noto buongustaio, nel prepararli. Tanti piccoli accorgimenti, che creano un’atmosfera confidenziale ed irripetibile (ancora una volta, "iper-reale"). Sullo schermo, sembra di vedere i VERI Mastroianni, Noiret, Tognazzi e Piccoli in quella magione fuori-città, ad imbastire il proprio canto del cigno. Così Ferreri mette in scena l’agonia dell’opulenza borghese; infine addirittura le prostitute, schifate, decidono di abbandonare i loro ospiti al proprio destino.

Pochi anni dopo (l’ultimo acuto è "Ciao Maschio", 1978), Ferreri si ritrovò in crisi creativa, in linea col nuovo che avanza, cioè i dissoluti anni ’80. Nel decennio, le stralunate profezie imbastite dai suoi film, dall’apocalisse all’indigestione,  sembrano avverarsi. Per il regista, invece, arriva l’oblio.

Dopo diversi tentativi di rilancio, nonchè alcuni film usciti unicamente per motivi alimentari  ( "La carne", 1991), Ferreri muore, dimenticato dai più, a Parigi, nel 1997. Nella sua carriera ha vinto un Orso d’oro a Berlino nel 1991 per "La casa del sorriso", 3 premi minori tra Berlino e Cannes, 1 David di Donatello per "Storie di ordinaria follia" nel 1983. Un palmares inferiore alla sua reale grandezza. Il suo spirito irriverente, il suo coraggio e la capacità di osare, appartengono ormai ad un’altra epoca. Ci sarebbe bisogno di altri come lui, ed ancora non ce ne sono stati. Intanto, dedico un piccolo tributo a questo grande, grandissimo regista italiano.

Classe operaia?

La Cgil è il primo sindacato in Italia con 5,5 milioni di iscritti. Di questi, quasi 3 milioni sono pensionati.

1.L’inquietante storia (vera) di Clairvius Narcisse.
Il 2 maggio del 1962, Clairvius Narcisse, un contadino di quarant’anni, morì per una febbre misteriosa nell’ospedale A.Schweitzer di Deschapelles, sull’isola di Haiti. I medici ed i familiari presenti certificarono il decesso, il corpo venne sepolto il giorno seguente.
Una mattina del 1980, diciotto anni più tardi, la sorella di Clairvius, Angelina, stava facendo la spesa al mercato. Una mano le si posò sulla spalla. Nello sconosciuto, ella riconobbe con grande sgomento il fratello deceduto.
Clairvius Narcisse raccontò di essere caduto vittima di un bokor (lo stregone malvagio di Haiti). Questi l’avrebbe stroncato con la febbre, per poi resuscitarlo e trasformarlo in uno zombi. Per tutti questi anni, ha lavorato come schiavo per il bokor, incapace di liberarsi dal vincolo imposto tramite la magia.
La storia di Narcisse ha uno sfondo importante, quello della magia voodoo ad Haiti. Il luogo è famigerato per le sue pratiche di magia, note sin dall’antichità. Accanto alla magia bianca, praticata dall’Hungan, c’è appunto quella nera, appannaggio del Bokor. I riti del voodoo, originari dell’africa, furono importati nelle Antille dagli schiavi neri. Per gli Haitiani il bokor è una figura paragonabile all’uomo nero, protagonista di storie spaventose e terrore dei bambini intorno al focolare. Ma anche per gli adulti, la magia nera è fonte di grande timore e superstizione. Qualcosa da prendere davvero sul serio. Per esempio, ad essa è dedicato un capitolo del codice penale dell’isola, che recita: "Sarà considerato tentato omicidio l’impiego contro di una persona di sostanze che, senza causare vera morte, producano coma letargico. Se in seguito a tale morte apparente la persona sarà seppellita, il fatto verrà considerato assasinio."

2.Le radici del mito.
Di etimologia incerta, il termine zombi proviene probabilmente dal congolose "nvumbi", corpo senz’anima, o "nsumbi", demonio. Le credenze popolari africane attribuivano al bokor il potere di rendere schiavo un uomo morto, costringendolo a servirlo per l’eternità. E’ facile pensare che, in tempo di tratta dei neri, una delle paure più angoscianti della popolazione fosse quella di non riacquistare la libertà nemmeno da morti.
Comre nasce uno zombi? Lo stregone sceglie la vittima da viva. Identificata la sua casa, accosta la bocca alla fessura della porta, ed aspira l’anima dello sventurato, per poi chiuderla in una bottiglia. In tal modo, il corpo senza spirito della vittima muore dopo pochi giorni. Al momento della sepoltura, il bokor richiama a sè il morto. Poichè egli detiene la sua anima, la vittima è obbligata a rispondere al richiamo. A questo punto, il bokor può contare su un servitore instancabile e fedele, privo di intelligenza e volontà. Solitamente, questo voodoo viene praticato per guadagnare un bracciante molto efficiente, oppure per una vendetta personale.

3.Al cinema col morto.
L’altro zombi, il più famoso nell’immaginario collettivo, è certamente quello cinematografico.
Snobbato ai primordi dell’industria del cinema horror, il non-morto sembrava una figura destinata a rimanere nell’ombra. Sgraziato ed analfabeta, impacciato nei movimenti, lo zombi non possedeva nè il fascino nobile di Dracula, nè la furia cieca del lupo mannaro, nè il talento drammatico del mostro di Frankestein.
Il primo esempio di zombie-movie è il misconosciuto White Zombi (1932) di Victor Halperin, con Bela Lugosi nei panni del malvagio stregone. Di qualità migliore è Ho camminato con uno zombi  (1942), di Jacques Tourneur. Il produttore Val Lewton fece un coraggioso tentativo, puntando su un mostro bistrattato dalla Hammer films, incontrastato colosso holliwoodiano dell’intrattenimento horrorifico. Il film ottenne un insperato successo, contribuendo al formarsi di un filone zombifico nella filmografia successiva, a partire dagli anni cinquanta. Nel 1966, esce La lunga notte dell’orrore di John Gilling. Perchè questo film è da ricordare? Dentro al cinematografo, nel buio della sala, c’era un ragazzino di sedici anni, di nome George A. Romero.

4.E finalmente arrivò Romero.
La notte dei morti viventi uscì in un’annata del tutto particolare: il 1968. Romero, regista pressochè esordiente, era in cerca di buoni incassi, ragion per cui decise di puntare su un soggetto particolarmente inquietante, su cui rimuginava da tempo: poche persone barricate in una casa di campagna, mentre intorno a loro i morti risorgono, e se ne vanno in giro a divorare i vivi. La trama era condita da un effettaccio dietro l’altro, tra sbudellamenti, cannibalismo ed un sottaciuto incesto. Romero mostrò tutto quello che non si era ancora visto su uno schermo, facendo cadere tabù cinematografici e morali, spesso in modo involontario. Come ad esempio nella scelta dell’attore protagonista, un nero, che i critici vollero interpretare come una coraggiosa presa di posizione, nell’ambito della lotta per i diritti civili. Invece, il misconosciuto Duane Jones aveva solo convinto il regista più degli altri attori ammessi al provino.
Per capire al meglio la portata del lavoro di Romero, è sufficiente vedere come la trama si svolga in modo inaspettato. La casa è assediata dagli zombi, di cui si ignora tutto: l’origine, l’obiettivo, le modalità del contagio. E’ un evento isolato, o si sta diffondendo in tutto il mondo? Come il suo illustre antenato, il libro di R.Matheson Io sono leggenda, il film lavora per  sottrazione. L’ambientazione è assai scarna. La desolazione aumenta l’inquietudine dello spettatore, che non trova i consueti punti di riferimento.
Ma Romero porta anche altre innovazioni: al contrario dei normali film horror, il protagonista sbaglia pressochè qualunque scelta tenti di fare. La via di salvezza viene suggerita invece da Harry, un personaggio secondario, che tra l’altro lo spettatore si rifiuta di seguire, in quanto è davvero antipatico. A volte sono scelte volontarie, altre volte no. E’ anche una questione di fortuna: il bianco e nero della pellicola, ad esempio, fu dettato da scelte economiche, piuttosto che da ragioni estetiche. Eppure, dobbiamo riconoscere che è stata la scelta più adatta per quel tipo di film.

La latent image, che produceva la pellicola, sopportò 114mila dollari di spese. Si sarebbe acconteta di coprire l’investimento. Invece il successo della notte superò ogni previsione. Dopo dieci anni, il film aveva raccolto tra i 12 e i 15 milioni di dollari al botteghino statunitense. Anche la critica, da sempre scettica verso il genere, riconobbe in seguito l’importanza del lavoro di Romero, non solo per l’horror, ma per il cinema tutto.

Al di là delle sue qualità estetiche, il film contiene un messaggio politico molto forte, di critica nei confronti del modello di vita americano. Perchè la pellicola non risultasse eccessivamente caricata, occorreva coniugare tale messaggio con gli stilemi del genere horror, quelli precedenti Romero e quelli che luì stesso creò. Proprio tale maestria di assemblaggio fece la fortuna dello zombi romeriano: una minaccia oppressiva, apparentemente impacciata, che infine cancella la viziosa civiltà dei vivi, in modo lento ma inarrestabile. Il discorso del regista si approfondisce nei due capitoli seguenti della quadrilogia zombesca (completata dal deludente La terra dei morti viventi nel 2005), usciti nel 1978 (Zombi) e 1985 (Il giorno dei morti viventi).
In Zombi alcuni superstiti della razza umana si barricano dentro un supermercato. La satira graffiante del regista prende di mira il consumismo, i lussi che i protagonisti si concedono, in una situazione di grave pericolo e desolazione. Lo stridente contrasto, tra la terra ormai possesso dei morti, ed il paradiso di plastica dove i nostri si sono rifugiati, mette in luce la genialità di Romero, capace di declinare l’immaginario orrorifico in un’allegoria della nostra società.
L’ultimo film sugli zombi degno di questo nome, Il giorno dei morti viventi, ci mostra la fine della razza umana. Un’estinzione prima morale, che biologica.  E mentre gli uomini continuano ad essere accecati dal loro egoismo, ma ormai ridotti a pochi esemplari, i morti camminano a milioni sulla terra. La sensazione, alla fin fine, è che Romero tifasse per i suoi cari zombi.

5.Il serpente e l’arcobaleno.
Prima del cinema e del mito, all’inzio della nostra indagine, c’era una storia vera. Cosa successe, dopo quell’incontro al mercato, allo zombi Clairvius Narcisse? La sua storia attirò l’interesse della BBC, che inviò ad Haiti una squadra per girare un documentario sul suo strano caso. Dal 1981, furono intervistate circa 200 persone, attestando che il sedicente zombi era proprio il vero Narcisse. Intanto, vennero alla luce altre testimonianze, di episodi analoghi accaduti a persone dell’isola. Nel 1982, il giovane antropologo canadese Wade Davis giunse ad Haiti con l’intento di fare un grosso reportage sulla vicenda (raccolto poi nel libro Il serpente e l’arcobaleno). Davis era persuaso che nelle storie raccontate ci fosse una dose di verità. Scettico sugli influssi magici, ipotizzò l’uso di una particolare droga, che induceva nella persona uno stato letargico simile alla morte. Si tratta della tetrodotossina, ossia della sostanza tossica contenuta nel pesce-palla. In proposito possono testimoniare anche i cuochi giapponesi, che muiono in un buon numero l’anno nel tentativo di cucinare il prelibato pesce. Altri sopravvivono, ma subiscono una paralisi del tutto simile a quella descritta nel rito voodoo. L’indagine di Davis, partita da questa evidente analogia tra il Giappone e i casi di Haiti, avanza l’ipotesi che lo stregone si serva di tale droga, per indurre alla morte apparente la vittima. In seguito, sull’individuo drogato agirebbe la forte suggestione. Le sue credenze gli suggeriscono di essere veramente sotto l’influsso della magia nera (e del resto, come testimonia Uma Thurman, il risveglio dalla bara deve essere un’esperienza assai destabilizzante per la psiche). Altre fonti invece propongono che la tetrodossina continui ad agire sull’individuo cosciente, inibendo la sua volontà. Resta il fatto che, una volta risvegliato, lo zombi si troverà costretto a servire l’autorità del bokor, fino a che un qualche agente esterno spezzi il sortilegio.

Questa pagina ha un infinito debito di riconoscenza al dossier sugli zombi apparso su L’almanacco della paura (Dylan Dog) 1995.
Per approfondimenti, vedi:
-Lo speciale sulla quadrilogia di Romero, dal sito filmscoop.it
http://www.filmscoop.it/speciali/la_quadrilogia_romeriana_dei_morti_viventi/default.asp
-Il serpente e l’arcobaleno, libro di Wade Davis. Da cui è tratto anche il film, omonimo, di Wes Craven.
-Io sono leggenda, libro di Richard Matheson, Fanucci Editore. Sono vampiri, e non zombi, ma il senso della vicenda rispecchia da vicino il rapporto uomo-zombi nella saga romeriana.
-La casa degli uomini perduti, Speciale Dylan Dog n.5 . Questa è letteratura. Forse il miglior albo di Dylan Dog. Riprende il libro di Matheson. Vedi anche i numerosi albi della serie regolare dedicati agli zombi.

Modena, la sua città.

Essere modenesi, in questi giorni, è un’esperienza singolare. Gli occhi di tutto il mondo ci sono addosso. I furgoni della RAI, ed addirittura della CNN, sfilano sotto casa bloccando il traffico delle strette vie del centro. Tornano in mente gli episodi, gli aneddoti, di tante persone che l’hanno incontrato, la cui vita si è intracciata alla sua, anche per pochi istanti. Io stesso conservo i segni tangibili; davanti a casa, c’è un edificio in demolizione. Qualche anno fa, al momento di far muovere le ruspe, si decise cosa farne. Pavarotti avrebbe voluto quello spazio per un teatro, ma il comune si oppose. Verrà costruito un orrido parcheggio.
In un’altra occasione ero stato inviato da un giornale all’inaugurazione dei corsi di canto lirico del conservatorio Orazio Vecchi di Modena. Alla conferenza stampa si presentò proprio il tenore, con il suo camicione sgargiante, il cappellaccio ed il foulard. Avrebbe mantenuto l’incarico di insegnante fino a pochi mesi prima del ritiro nella casa di campagna, a pochi chilometri dalla città.
Queste ore di vivo interesse, dicevo, Modena le accoglie con un po’ di vertigine. E dire che la città non ha mai amato il suo illustre concittadino, allo stesso modo in cui fu celebrato all’estero. Alcuni screzi con l’amministrazione, una risaputa spilorceria, o forse semplicemente un po’ di invidia, per chi ha saputo raggiungere tante persone con la sua voce. Nonostante tutto, l’ultimo regalo, se vogliamo, a noi Modenesi l’ha fatto proprio Pavarotti; due giorni da capitale del mondo, come probabilmente questa piccola città non meritava. Per mia personale opinione, si è dato poco, si è ricevuto tanto. Addio.