Essere modenesi, in questi giorni, è un’esperienza singolare. Gli occhi di tutto il mondo ci sono addosso. I furgoni della RAI, ed addirittura della CNN, sfilano sotto casa bloccando il traffico delle strette vie del centro. Tornano in mente gli episodi, gli aneddoti, di tante persone che l’hanno incontrato, la cui vita si è intracciata alla sua, anche per pochi istanti. Io stesso conservo i segni tangibili; davanti a casa, c’è un edificio in demolizione. Qualche anno fa, al momento di far muovere le ruspe, si decise cosa farne. Pavarotti avrebbe voluto quello spazio per un teatro, ma il comune si oppose. Verrà costruito un orrido parcheggio.
In un’altra occasione ero stato inviato da un giornale all’inaugurazione dei corsi di canto lirico del conservatorio Orazio Vecchi di Modena. Alla conferenza stampa si presentò proprio il tenore, con il suo camicione sgargiante, il cappellaccio ed il foulard. Avrebbe mantenuto l’incarico di insegnante fino a pochi mesi prima del ritiro nella casa di campagna, a pochi chilometri dalla città.
Queste ore di vivo interesse, dicevo, Modena le accoglie con un po’ di vertigine. E dire che la città non ha mai amato il suo illustre concittadino, allo stesso modo in cui fu celebrato all’estero. Alcuni screzi con l’amministrazione, una risaputa spilorceria, o forse semplicemente un po’ di invidia, per chi ha saputo raggiungere tante persone con la sua voce. Nonostante tutto, l’ultimo regalo, se vogliamo, a noi Modenesi l’ha fatto proprio Pavarotti; due giorni da capitale del mondo, come probabilmente questa piccola città non meritava. Per mia personale opinione, si è dato poco, si è ricevuto tanto. Addio.

Annunci