M: "Ferreri, si faccia una domanda e si risponda da solo"
F: "e tu allora che cazzo ci stai a fare?"
(Marzullo intervista Ferreri a Cannes)

Prima che questo 2007 ci scappi via di mano, vorrei ricordare la morte del regista Marco Ferreri, avvenuta 10 anni fa. Un personaggio di grande umanità, assolutamente anticonformista, spudorato, sanguigno e rivoluzionario. Il suo carattere, è il carattere dei suoi film. Se lo spessore di un regista si misura dagli attori che gli sono amici e desiderano lavorare con lui, si possono citare per Ferreri i nomi di Ugo Tognazzi, Michael Piccoli, Marcello Mastroianni, tutti protagonisti di più di una sua pellicola. Se la sua grandezza dovesse tener conto dei turbamenti che ha provocato, nei guai che ha avuto con il regime Franchista e con ogni altra forma di censura, tale sarebbe un altro motivo per ritenere Ferreri un personaggio assolutamente unico del nostro panorama cinematografico.

Nel 1962, il giovane Ferreri faceva ritorno in patria. Durante il periodo spagnolo, si era barcamenato tra piccoli progetti cinematografici, in complicità con l’umorista Rafael Azcona ("El pisito", 1958; "Los chicos", 1959 ed "El cochecito", 1960), ed un lavoro di rappresentante, per conto di una ditta di obiettivi da cinepresa.
Un curriculum piuttosto insolito, che annovera tra l’altro un tentativo di Laurea in veterinaria, ed un lavoro come venditore di liquori. Ma, già prima del soggiorno in Spagna, Ferreri aveva coltivato la sua grande passione per la pellicola:  fu  produttore sul set di "Cronaca di un amore" di Antonioni, e di "Amore in città" tratto da Zavattini, nonchè editore della rivista cinematografica “Documento mensile”. Proprio quest’ultimo progetto, fallito dopo otto numeri, passerà alla storia come uno dei più originali cinegiornali realizzati in Italia.

A 34 anni, Ferreri è deciso a girare il suo primo film italiano. Sarà il decennio più fertile del regista, dove troviamo i lavori più ispirati della sua produzione. Con "L’ape regina" (1962) e "La donna scimmia" (1964) Ferreri si prende libertà espressive mai viste prima nel nostro paese. Ci troviamo di fronte a due figure femminili blasfeme, di carrivo gusto, repellenti per lo spettatore. Attorno alle quali, agisce un’umanità viziosa ed eccessiva, specchio deformato della nascente civiltà dei consumi. Il sucessivo "Dillinger è morto" (1969)" narra la non-storia di un impiegato (Michael Piccoli) dei nostri giorni, che trascorre una nottata nella sua casa. Ferreri ci mostra Piccoli che prepara da mangiare, che guarda la televisione, che accende il proiettore, che seduce la cameriera. Ogni mansione, anche quelle dove sembra provare piacere, nasconde in realtà una sottile scintilla di disperazione, quasi un urlo muto che impreca alla propria quotidianità. Tale urlo è silenzioso, in quanto silente se ne sta il personaggio, mentre intorno a lui la serva e la moglie stanno dormendo. Le azioni messe in mostra, così futili, hanno fatto parlare i critici di "iper-realtà". La notte di Piccoli è tanto reale da diventare grottesca. Lo spettatore capisce di trovarsi di fronte ad un’opera insolita, rarefatta. Ferreri vuole vederci attoniti, estraniati davanti alle sue immagini. Emblematica in proposito la scena del proiettore, quando il protagonista si appresta a guardare i filmini delle vacanze. Piccoli si agita in strani rituali davanti allo schermo, cerca di interagire con le figure proiettate, gioca con le ombre delle mani, come i bambini. Nel suo rapporto con l’immagine, la rappresentazione, emerge a tratti la vena folle del protagonista. Ma tale schizofrenia esploderà del tutto solo alla fine, dopo una catarsi lunga e sofferente, cominciata con il ritrovamento di una pistola. Pulita, oliata e pitturata di rosso (è quasi un feticcio), la pistola spara alla moglie di Piccoli. L’azione, velocizzata, destabilizza lo spettatore, perchè spezza la calma apperente del protagonista. Il film finisce con la fuga in barca di Michael Piccoli, verso un sole rosso ed irreale.
Questo è un piccolo assaggio dell’arte di Ferreri: l’arte del surreale, del grottesco, coniugata con le moderne paranoie borghesi. In questo suo tratto dominante, molti hanno visto nel regista il corrispondente nostrano di Luis Bunuel.
Il successivo "La cagna" (1972) si ricorda per la presenza di Mastroianni e Catherine Deneuve, che proprio sul set intrecciarono una delle relazioni più suggestive del cinema.
"La grande abbuffata" (1973) rappresenta il vertice di popolarità del regista, che continuò però a ricevere gli attacchi della censura, nonchè di una certa critica, mal disposta verso la sua sfrontatezza.
Per molti (ma io preferisco Dillinger), si tratta invece del suo capolavoro. La trama racconta di quattro distinti signori (e CHE signori: Mastroianni,Piccoli,Tognazzi e Noiret!), che decidono di trascorrere il fine settimana in una villa isolata, mangiando e copulando fino a morirne. E proprio così accade: i protagonisti ci lasciano uno dopo l’altro, morti di indigestione, senza apparente ragione, se non un’inguaribile noia esistenziale. La recitazione è quasi a soggetto: gli attori usano i loro veri nomi, molte scene sono frutto dell’ improvvisazione. I dolci sono mangiati per davvero, così come è vera l’arte di Tognazzi, noto buongustaio, nel prepararli. Tanti piccoli accorgimenti, che creano un’atmosfera confidenziale ed irripetibile (ancora una volta, "iper-reale"). Sullo schermo, sembra di vedere i VERI Mastroianni, Noiret, Tognazzi e Piccoli in quella magione fuori-città, ad imbastire il proprio canto del cigno. Così Ferreri mette in scena l’agonia dell’opulenza borghese; infine addirittura le prostitute, schifate, decidono di abbandonare i loro ospiti al proprio destino.

Pochi anni dopo (l’ultimo acuto è "Ciao Maschio", 1978), Ferreri si ritrovò in crisi creativa, in linea col nuovo che avanza, cioè i dissoluti anni ’80. Nel decennio, le stralunate profezie imbastite dai suoi film, dall’apocalisse all’indigestione,  sembrano avverarsi. Per il regista, invece, arriva l’oblio.

Dopo diversi tentativi di rilancio, nonchè alcuni film usciti unicamente per motivi alimentari  ( "La carne", 1991), Ferreri muore, dimenticato dai più, a Parigi, nel 1997. Nella sua carriera ha vinto un Orso d’oro a Berlino nel 1991 per "La casa del sorriso", 3 premi minori tra Berlino e Cannes, 1 David di Donatello per "Storie di ordinaria follia" nel 1983. Un palmares inferiore alla sua reale grandezza. Il suo spirito irriverente, il suo coraggio e la capacità di osare, appartengono ormai ad un’altra epoca. Ci sarebbe bisogno di altri come lui, ed ancora non ce ne sono stati. Intanto, dedico un piccolo tributo a questo grande, grandissimo regista italiano.

Annunci