Archive for dicembre, 2007


La lettera, che riporto qui nella sua versione integrale, è opera del docente di filosofia teoretica della facoltà di Siena, il noto Sandro Nannini. La sua argomentazione verte su un problema fondamentale e drammatico, cioè la scelta delle materie all’interno del piano di studi della laurea in filosofia. Dico fondamentale, perchè può essere davvero frustrante per uno studente sudare i suoi crediti su insegnamenti che nulla ha a che vedere col proprio corso di laurea. Dico drammatico, perchè la filosofia è materia dalle molte sfumature ed impostazioni, e per tale motivo i sistemi universitari europei seguono spesso linee di pensiero diverse.
La scelta è sostanzialmente binaria: o filosofia va a braccetto con le materie umanistiche, od invece si integra con le materie scientifiche.
Come sostiene il buon Nannini, i laureati di filosofia trovano posto sopratutto nelle scuole medie inferiori e superiori. Per facilitare il loro inserimento in questo mercato del lavoro, il corso deve prevedere l’acquisizione di crediti nelle materie umanistiche quali lettere e storia, di modo che lo studente sarà poi abilitato ad insegnare queste due materie, oltre che filosofia.
Dico subito che non sono d’accordo, per diversi motivi. Primo, in tale modo si appiattisce lo sbocco del corso di laurea in un’unica direzione, quella dell’insegnamento. Secondo, si preclude qualsiasi altra strada; tanto per citarne una, la programmazione informatica, che non sarebbe utopia se fosse permesso qualche insegnamento di logica e matematica in più.
Terzo, ci sono tutti coloro che, come me, non friggono dalla voglia di entrare nel sistema scolastico, noto labirinto di frustrazione e svilimento per l’essere umano. Cosa dovrebbe garantire un corso come filosofia, che per le sue caratteristiche non si presta certo ad essere un pass per il mondo del lavoro? Inanzitutto libertà: poichè questa laurea non serve a niente sulla carta, che almeno serva a qualcosa nella nostra testa. Ci serva a studiare ciò che vogliamo studiare. Francamente, neanche l’ultimo degli sconsiderati si iscriverebbe a filosofia con il preciso obiettivo di lavorare grazie al proprio titolo di studio, di questi tempi. Ed allora fateci studiare ciò che vogliamo; questo si traduce, nella pratica, in un piano di studi molto più flessibile, dove le opzioni non riguardino sono le materie umanistiche, ma anche la matematica, la fisica ed i sistemi informatici. Tutti ambiti di studio fortemente imparentati con la filosofia, molto più di letteratura russa, geografia e materie di questo genere, che già compaiono nel piano di studi qui a Siena. La scienza è uno spunto fondamentale per la speculazione filosofica. Sono fortemente convinto, anzi, che dovrebbe essere obbligatoria, alla faccia della cricca clericalista ed anti-scientista che infesta l’università così come ogni anfratto d’Italia. Alla Platone:"non entri chi non sa di geometria".
Tuttavia, trovo che imporre una scelta così in discontinuità col presente sarebbe di sconforto per chi invece non ha il mio stesso entusiasmo verso tali posizioni. Sarebbe un’imposizione, così come è un’imposizione l’attuale formula, che prevede almeno 10 crediti di letteratura italiana, 10 di storia e 10 di lettere classiche nel primo anno di filosofia. E allore, che tutto (o quasi) sia a scelta dello studente: e’ così difficile rendere questi programmi di studio più flessibili? Mi giunge il sospetto che l’università abbia bisogno di sostenere certi professori senza studenti, e che la didattica venga progettata in base a criteri gerarchici, piuttosto che nel rispetto delle reali esigenze degli iscritti. Spero vivamente di sbagliarmi, perchè di persone valide nel corpo universitario ce ne sono eccome, e sarebbe meglio che le loro idee emergessero.

Riassumendo: qualora ci siano studenti che abbiano in mente una fulgida carriera di insegnamento nelle scuole, gli si dia la possibilità di acquisire tutti i crediti che vogliono nelle materie umanistiche. Ma questo non scalfisca il fondamentale diritto allo studio che hanno anche tutti gli altri iscritti al corso.
Quindi, piani di studio flessibili, che includano fra le opzioni sia materie umanistiche che scientifiche.

Fine del corso di laurea in filosofia?

Lettera di Sandro Nannini in parziale dissenso con l’appello di Carlo Cellucci sullasorte del corso di laurea in filosofia.

Cari Colleghi,
l’appello diffuso ieri da Carlo Cellucci, pur contenendo dei punti che condivido pienamente,mi sembra tuttavia che in questo momento possa ingenerare confusione ed essere in ultimaanalisi nocivo per le sorti della filosofia nell’università italiana. Ritengo che il documentoapprovato qualche settimana fa alla unanimità (dopo una lunga discussione che avevacercatto di comporre i vari punti di vista in campo) dal Comitato della Consulta universitariaper gli studi filosofici fosse più utile ed equilibrato. Esso, riguardo alle questioni toccate oggi dall’appello di Cellucci, s’incentrava sudue punti (mi scuso di non avere su dischetto il testo e quindi di non poterlo inviare perattachment): per un verso, nel rivendicare l’autonomia della filosofia rispetto a tutte le altrediscipline, sottolineava la necessità che gli studenti iscritti a filosofia venissero lasciati liberidi costruire il loro piano di studio, in modo da poter coniugare gli studi filosofici sia con lediscipline umanistiche sia con quelle scientifiche; dall’altro, tuttavia, ribadiva l’esigenza che,mediante un congruo grado di sovrapposizione tra le lauree triennali in lettere, filosofia estoria, fosse consentito ai laureati in filosofia (dopo il biennio specialistico e la Scuola dispecializzazione per insegnanti) d’insegnare anche lettere (purché ovviamente avesseroacquisito i crediti richiesti da quella classe di abilitazione). Ora, in base alle notizie, purframmentarie, che sono in mio possesso, mi sembra che la bozza in discussione presso lacommissione ministeriale che sta redigendo il decreto per il riordino dell’area umanistica, purnon garantendo ancora nessuno dei due obiettivi summnezionati, lasci tuttavia ancora spazioper un intervento utile. Anzitutto, su 180 crediti nei tre anni,45 saranno determinati dallesingole sedi e di altri 15 lo studente potrà disporre liberamente: un terzo dei crediti èsostanzialmente libero e quindi c’è molto spazio per inserire nei piani di studio tutte lematerie scientifiche possibili e immaginabili. Tuttavia, poiché nell’area delle materie integrative(psicologia, pedagogia, arte ecc ecc.,20 crediti) non vengono menzionate le scienze e lamatematica, occorre chiedere con forza che anche queste materie vengano aggiunteall’elenco. Sin qui mi pare di non avere alcun dissenso con l’appello di Cellucci. Il dissenso emerge invece rispetto ai 20 creditiche, complessivamente, vengono destinati all’italiano, al latino (o greco) e alla storia.Quantitativamente non sono molti 20 crediti su 180! Ma capisco che la questione è diprincipio, non di quantità. Si teme inoltre che costringere gli studenti di filosofia ad acquisirequalche credito in latino, possa dirottarli verso ‘scienze della comunicazione’. Capisco. Ma,d’altro canto, è difficile sostenere che si può insegnare lettere senza aver dato neppure unesamuccio di italiano e latino. Quanto a storia poi, per ora, è necessaria anche per insegnarefilosofia. La scelta che abbiamo di fronte è quindi molto chiara: o accettiamo un minimo disovrapposizione obbligatoria con le discipline umanistiche oppure dobbiamo dire addio alla richiesta che i laureati in filosofia possano insegnare anche lettere.Cellucci ed altri optano decisamente per il secondo corno dell’alternativa, proponedo ancheper l’Italia il modello inglese (e tedesco) dei Joint Degrees, secondo il quale la filosofiadovrebbe combinarsi liberamente con tutte le discipline. Ciò consentirebbe, per un verso, diaprire ai filosofi professioni nuove (un logico ad es. potrebbe divenire un informatico) in uncontesto nel quale ormai solo il 30% dei laureati in filosofia trova posto nella scuola e, per unaltro, sarebbe in sintonia con la riforma imminente dei cicli scolastici, che introdurrà unlegame tra filosofia e scienze e estenderà nsegnamento della filosofia a tutta la scuola
permetto qui di dissentire per le seguenti ragioni: 1) è fuorviante dire che SOLO il 30% dei filosofi trova posto nella scuola; convieneinvece dire che BEN il 30% lo fa; la scuola è ancora lo sbocco professionale maggioritario(altri sbocchi è auspicabile che si aggiungano ad essa, non che si sotituiscano) 2) di quel 30%credo,a occhio e croce (purtroppo non dispongo di statistiche aggiornate, ma un po’ di eperienza qui puòaiutare), che almeno il 20% o 25%, ad essere prudenti, insegni lettere nelle medie inferiori;3) l’estensione della filosofia alla scuola superiore è ovviamente auspicabilissima, ma temoche si tratterà comunque di una materia destinata all’ultimo triennio, con poche ore adisposizione (e quindi poche cattedre) e mescolata, come è già previsto per gli istitutiprofessionali, a sociologia, psicologia, economia e non mi ricordo che altro (fra l’altro tuttaquesta ‘roba’ può essere insegnata anche dai laureati in scienze della comunicazione,psicologia, pedagogia ecc.); 4) gli sbocchi ‘alternativi’ sono preziosi, ma non devono essereenfatizzati: è difficile pensare ad es. che la laurea in filosofia divenga la strada maestra perfare i programmatori; il grosso dei laureati in filosofia che non trova posto nella scuola,quando non resta disoccupato, continua ad operare in settori, come le biblioteche, ilgiornalismo, le case editrici ecc. che richiedono una formazione prevalentemente umanistica; 5) il confronto conaltri paesi può risultare fuorviante; anzitutto il sistema dei Joint Degrees è di difficileintroduzione in Italia, per ragioni storiche (non a caso non se ne fa parola in nessundocumento ministeriale, che io sappia); in secondo luogo quel sistema è una ciambella disalvataggio per i filosofi in paesi dove la filosofia o non è insegnata nelle scuole (come nelRegno Unito) o (come in Germania) ‘insegnamento richiede un titolo (il Lehramt) che èparallelo e indipendente dalla laurea (Magister); in quelle condizioni, l’unico modo perinvogliare gli studenti a iscriversi a filosofia (ciò è evidentissimo nei depliants delleuniversità inglesi!) è sostenere che tale materia conferisce una generica ‘acutezza di ragionamento’ che sarà poi ovunque apprezzata sul mercato del lavoro (ciò spiega perché glistudenti sono invitati nei primi anni a cimentarsi con risposte originali ai grandi problemimetafisici prima di aver letto una sola riga di Aristotele o di Cartesio!). Vogliamo ridurcianche noi a questo? Penso perciò che difendere il diritto dei laureati in filosofia a insegnare lettere sia unobiettivo centrale e purtroppo non ancora conquistato. Se il prezzo da pagare perraggiungerlo fosse contenuto in 20 crediti su 180, credo che non dovremmo esitare adaccettare un tale compromesso. Temo anche che l’appello di Cellucci, pur muovendo dallanobilissima e legittima esigenza di difendere l’autonomia della filosofia rispetto a qualsiasialtra disciplina, finisce in realtà per indebolire la posizione dei filosofi entro le Facoltà diLettere (delle quali continueremo a far parte, ci piaccia o no) senza offrire nessuna effettiva contropartita altrove. Per questo, pur nel rispetto di tutticoloro che la pensano diversamente e a rischio di trovarmi in minoranza, io non mi sonosentito di firmare quell’appello.

Un saluto cordiale
Sandro Nannini

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Autoironia. All’ennesimo esempio di come tale concetto continui a sfuggire alla comprensione di una psiche femminile, ho voluto addentrarmi nelle ragioni logiche di questo fatto, croce e delizia dei rapporti di coppia, all’origine di tremende incomprensioni e ridicole scenate.
Dicasi autoironia il sapersi prendere in giro; mettere a nudo i propri difetti ed i propri limiti. L’autoironia è apotropaica, perchè allontana la tracotanza; tanto che, spesso, i pieni di sè non riescono a non prendersi sul serio, neanche per un attimo. L’autoironia, nel suo essere "auto", quindi rivolta a sè, implica due sfumature di significato: può voler dire che la persona x fa ironia su se stessa, o che la persona y fa ironia sulla persona x. Nel secondo caso, possiamo dire che x è autoironico se abbastanza intelligente da farsi una risata su giuste seppur sagaci osservazioni.

Proprio su questo termine, "giusto", entriamo nel nocciolo della questione: se l’autoironia è un atteggiamento, scaturisce in riposta ad una qualche affermazione, che sia io od un altro a farla. Come tutte le affermazioni apofantiche, quella in esame è formata da almeno un soggetto ed un predicato, e può essere vera o falsa. Ha un valore di verità; cosa che invece non accade con le preghiere (un drink perfavore!), gli ordini (a cuccia!), e questo genere di affermazioni, che non sono nè vere ne false.
Facciamo un attimo un salto indietro. Nel definire le osservazioni "giuste seppur sagaci", ho accettato implicitamente una mia personale convinzione, che espongo ora: non ci si deve sentire offesi da affermazioni vere. Fare una critica senza fondamento, questo sì che è un atto "ingiusto". Ma guardiamo invece a quest’altro caso: y muove una critica ad x su un fatto inequivocabilmente vero. L’inequivocabilità è data dal fatto che il valore di verità positivo dell’affermazione è accettato da entrambe le parti, x ed y. Poste queste premesse, la critica è giusta, nel senso che esprime una verità. Allora, in tal caso, y non deve sentirsi offeso, quando piuttosto pronto a raccogliere la mozione come un fatto positivo, di automiglioramento, e ringraziare nel suo profondo l’onestà dell’interlocutore. E se proprio Y gli ha detto "ti puzza l’alito", X può prendersela anche, ma fa certamente più bella figura a farsi una bella risata ed accettare serenamente le cattive condizioni della sua igene orale.
Preciso anche che tale concetto di ‘giusto’, riferito ad una frase, esula la sua pertinenza, il suo cattivo gusto. Per quanto possa essere sconveniente il contesto, il suo contenuto di verità dona all’osservazione critica una legittimità primitiva e assoluta. Posso comprendere come su questo punto non si possa essere d’accordo; tuttavia, trovo che il presunto ‘bon ton’ sia la via maestra verso l’ipocrisia, mentre invece il mio ragionamento vuole tendere proprio ad una maggiore trasparenza degli scambi linguistici.

A questo punto, il lettore con una punta di sadismo potrebbe chiedermi:"Fin qua, posso anche accettarlo. Ma perchè ti sei voluto far del male premettendo che una buona maggioranza di donne non possiede autoironia?"
Al che, tento una difesa: poniamo che questo sia un testo letterario, non scientifico, che non voglia far altro che divertire, e non esprimere verità fondamentali sull’agire umano (come se il divertimento non fosse una verità fondamentale dell’agire umano..). Poniamo anche che tu, lettore, sia una fortunata esponente del sesso femminile: se trovi giusto il contenuto del mio discorso, accetti le sue conclusioni, quindi non puoi sentirti offesa, in virtù della ‘legge’ sopra affermata. Altrimenti, saresti la solita permalosa, e non faresti che avvalorare la mia teoria!
Allora, mi dico, sta tutto nel fare accettare come "giusta" questa bizzarra teoria, e avrò l’esigente pubblico femminile dalla mia parte, o meglio, stretto in una morsa logica. Proviamoci.

Per citare un noto libricino di H.G.Frankfurt, le affermazioni che non sono nè vere nè false, ma DOVREBBERO esserlo, sono per lo più delle STRONZATE. Mi spiego meglio: quando il politico di turno deve recitare il discorso pubblico per una qualche commemorazione, mette in fila una sequenza di frasi senza senso. Nell’insieme, possono apparire all’uditore distratto come vere, ma nella sostanza non sono nè vere nè false, vuoi per la superificialità, vuoi perchè il politico in questione della statua a Maramotti non sa nulla (un po’ come Vianello in quel film con Totò, "Sua eccellenza si ferma a cena"), vuoi per il timore di nimicarsi qualcuno con affermazioni decise. Il discorso è in questo caso disinteressato al proprio valore di verità. Il punto non è affermare e sostenere la verità delle mie affermazioni; lo scopo è, invece, realizzare un preciso fine. Il discorso ha una sua ragion d’essere (forse la ragion di stato, o di convenienza), che esula però il suo affermare cose vere.
Lo ribadisco ancora per chiarezza: il problema delle stronzate, non è che dicano cose false. In questo caso, se non altro dovrebbero confrontarsi con la verità. Il problema, invece, è che si disenterassano della suddetta verità. E per questo, una stronzata è più pericolosa di una bugia. Anche perchè spesso mira a precisi obiettivi.
Ma il valore di verità è in pericolo anche quando c’è di mezzo la ruffianeria, la lode sperticata. Anche qui, il motore dell’azione è la convenienza, l’interesse.
Spesso l’insincerità (intesa non come affermare il falso, ma come nel dire stronzate) si accompagna all’arzigogolo, al ricamo che tiene insieme il tutto: la forma, senza la sostanza.

Ora arrivo alle donne: generazioni di uomini si sono chiesti come mai tra di loro riscuota tanto successo il tipo ‘bastardo ma dolce’. Per intendersi, quello che prima le mette le corna, ma poi pensa di ricomporretutto sussurrando parole dolci e mandando cioccolatini. La cosa grave, è che i suoi intenti riscuotono molto spesso un’inatteso (per noialtri) successo.
Il comportamento di questa tipologia di uomo ha certe affinità con il discorso del politico: mira ad un preciso obiettivo, cioè il perseguimento del proprio interesse, tradotto nel proprio piacere. Secondo tale interesse, egli dopo il tradimento trova comodo re-infilarsi nel familiare letto della fidanzata. Le blandizie che mette in atto dopo la scappatella per farsi perdonare non sono interessate a mettere in chiaro le cose, nè le spinge un qualche senso di lealtà verso la consorte. Egli in realtà non perde mai di vista il suo principale obiettivo; per raggiungerlo, ricama una bella e zuccherosa ‘forma’ sulla sua grande stronzata. E la verità, la sostanza…vogliamo aggiungerci l’etica? Non interessa. L’imperativo è: ‘indorare la pillola’.

D’altronde, il truffatore esiste perchè c’è chi si lascia truffare. Nel nostro caso, il caro bastardo trova vita facile con quel tipo di donne che porta all’estremo certi congeniti tratti femminili: l’egocentrismo, l’autocommiserazione, la permalosità, ed infine una innata capacità di bersi qualunque stupidaggine, se è stata zuccherata al punto giusto.
I primi tre caratteri che ho evidenziato portano agli antipodi rispetto al concetto proposto all’inizio, cioè l’autoironia. Questo tipo di donna è pronto a mangiare il malcapitato che osi dirle la verità, se questa è sgradevole. Il problema è che, grazie ad una grande capacità di auto-convincimento, ella è convinta che ogni verità sgradevole sia una falsa verità. Quindi una bugia. Ma allora, cosa è per lei verità? Il suo senso della misura non è completamente inibito, ma per così dire annebbiato dalla sfera emozionale. Quindi, verità è ciò che fa piacere sentirsi dire: il bastardo che torna con i cioccolatini e le belle parole, quella sì che è una dolce verità!
Ma questa donna non è certo una stupida: nei momenti di lucidità avverte l’onestà di chi le sta intorno, chi dice il vero, e lo fa per lei, e chi dice stronzate, e lo fa per i suoi scopi. Solo, il resto del tempo, quindi la maggior parte, trova un certo sollievo nella comodità della forma. Non pensando che alla lunga la sostanza la vince, "la verità ti fa male lo so" (Aghia Sophia, CCCP).
Un modo per sopportare meglio la verità, che come ogni cosa sincera della vita è il più delle volte dolorosa, è affrontarla con una certa dose di ironia. Tra stronzate e giuste critiche, la quantità di informazioni che riceviamo ogni giorno è troppa per assegnare ad ognuna di esse lo stesso, spropositato valore. Certe volte, è meglio soprassedere. Certe altre, è meglio fermarsi un attimo a riflettere, perchè forse c’è del vero in quello che sento. Certe altre, ci si ride sopra per non piangere. Ma ognuna di queste azioni muove da un unico principio, l’inscindibile binomio di leggerezza ed amor del vero che ho passato sotto il nome di autoironia.

Questa autoironia, a cui all’inizio abbiamo dato una connotazione generica, si è presto trasformata in un paradigma misogino. Non bisogna tuttavia vederla solo in quest’ottica: tratti femminili come quelli sopra descritti sono presenti anche in molti uomini. Troverei anzi impietoso ridurre queste mie affermazioni ad una sterile battaglia tra sessi. Piuttosto, trovo che l’autorionia sia qualcosa di più, un bene prezioso, un valore universale del nostro essere animali (uomini, mi pare sinceramente troppo). E da Ariosto a Calvino, mi guardo indietro e trovo persone che di questa ‘leggera gravità'(o gravosa leggerezza) hanno fatto uno stile di scrittura e di vita. E tutto ciò mi conforta. Se contro la morte nulla ci è dato di fare, almeno "seppelliteci con una risata".