Autoironia. All’ennesimo esempio di come tale concetto continui a sfuggire alla comprensione di una psiche femminile, ho voluto addentrarmi nelle ragioni logiche di questo fatto, croce e delizia dei rapporti di coppia, all’origine di tremende incomprensioni e ridicole scenate.
Dicasi autoironia il sapersi prendere in giro; mettere a nudo i propri difetti ed i propri limiti. L’autoironia è apotropaica, perchè allontana la tracotanza; tanto che, spesso, i pieni di sè non riescono a non prendersi sul serio, neanche per un attimo. L’autoironia, nel suo essere "auto", quindi rivolta a sè, implica due sfumature di significato: può voler dire che la persona x fa ironia su se stessa, o che la persona y fa ironia sulla persona x. Nel secondo caso, possiamo dire che x è autoironico se abbastanza intelligente da farsi una risata su giuste seppur sagaci osservazioni.

Proprio su questo termine, "giusto", entriamo nel nocciolo della questione: se l’autoironia è un atteggiamento, scaturisce in riposta ad una qualche affermazione, che sia io od un altro a farla. Come tutte le affermazioni apofantiche, quella in esame è formata da almeno un soggetto ed un predicato, e può essere vera o falsa. Ha un valore di verità; cosa che invece non accade con le preghiere (un drink perfavore!), gli ordini (a cuccia!), e questo genere di affermazioni, che non sono nè vere ne false.
Facciamo un attimo un salto indietro. Nel definire le osservazioni "giuste seppur sagaci", ho accettato implicitamente una mia personale convinzione, che espongo ora: non ci si deve sentire offesi da affermazioni vere. Fare una critica senza fondamento, questo sì che è un atto "ingiusto". Ma guardiamo invece a quest’altro caso: y muove una critica ad x su un fatto inequivocabilmente vero. L’inequivocabilità è data dal fatto che il valore di verità positivo dell’affermazione è accettato da entrambe le parti, x ed y. Poste queste premesse, la critica è giusta, nel senso che esprime una verità. Allora, in tal caso, y non deve sentirsi offeso, quando piuttosto pronto a raccogliere la mozione come un fatto positivo, di automiglioramento, e ringraziare nel suo profondo l’onestà dell’interlocutore. E se proprio Y gli ha detto "ti puzza l’alito", X può prendersela anche, ma fa certamente più bella figura a farsi una bella risata ed accettare serenamente le cattive condizioni della sua igene orale.
Preciso anche che tale concetto di ‘giusto’, riferito ad una frase, esula la sua pertinenza, il suo cattivo gusto. Per quanto possa essere sconveniente il contesto, il suo contenuto di verità dona all’osservazione critica una legittimità primitiva e assoluta. Posso comprendere come su questo punto non si possa essere d’accordo; tuttavia, trovo che il presunto ‘bon ton’ sia la via maestra verso l’ipocrisia, mentre invece il mio ragionamento vuole tendere proprio ad una maggiore trasparenza degli scambi linguistici.

A questo punto, il lettore con una punta di sadismo potrebbe chiedermi:"Fin qua, posso anche accettarlo. Ma perchè ti sei voluto far del male premettendo che una buona maggioranza di donne non possiede autoironia?"
Al che, tento una difesa: poniamo che questo sia un testo letterario, non scientifico, che non voglia far altro che divertire, e non esprimere verità fondamentali sull’agire umano (come se il divertimento non fosse una verità fondamentale dell’agire umano..). Poniamo anche che tu, lettore, sia una fortunata esponente del sesso femminile: se trovi giusto il contenuto del mio discorso, accetti le sue conclusioni, quindi non puoi sentirti offesa, in virtù della ‘legge’ sopra affermata. Altrimenti, saresti la solita permalosa, e non faresti che avvalorare la mia teoria!
Allora, mi dico, sta tutto nel fare accettare come "giusta" questa bizzarra teoria, e avrò l’esigente pubblico femminile dalla mia parte, o meglio, stretto in una morsa logica. Proviamoci.

Per citare un noto libricino di H.G.Frankfurt, le affermazioni che non sono nè vere nè false, ma DOVREBBERO esserlo, sono per lo più delle STRONZATE. Mi spiego meglio: quando il politico di turno deve recitare il discorso pubblico per una qualche commemorazione, mette in fila una sequenza di frasi senza senso. Nell’insieme, possono apparire all’uditore distratto come vere, ma nella sostanza non sono nè vere nè false, vuoi per la superificialità, vuoi perchè il politico in questione della statua a Maramotti non sa nulla (un po’ come Vianello in quel film con Totò, "Sua eccellenza si ferma a cena"), vuoi per il timore di nimicarsi qualcuno con affermazioni decise. Il discorso è in questo caso disinteressato al proprio valore di verità. Il punto non è affermare e sostenere la verità delle mie affermazioni; lo scopo è, invece, realizzare un preciso fine. Il discorso ha una sua ragion d’essere (forse la ragion di stato, o di convenienza), che esula però il suo affermare cose vere.
Lo ribadisco ancora per chiarezza: il problema delle stronzate, non è che dicano cose false. In questo caso, se non altro dovrebbero confrontarsi con la verità. Il problema, invece, è che si disenterassano della suddetta verità. E per questo, una stronzata è più pericolosa di una bugia. Anche perchè spesso mira a precisi obiettivi.
Ma il valore di verità è in pericolo anche quando c’è di mezzo la ruffianeria, la lode sperticata. Anche qui, il motore dell’azione è la convenienza, l’interesse.
Spesso l’insincerità (intesa non come affermare il falso, ma come nel dire stronzate) si accompagna all’arzigogolo, al ricamo che tiene insieme il tutto: la forma, senza la sostanza.

Ora arrivo alle donne: generazioni di uomini si sono chiesti come mai tra di loro riscuota tanto successo il tipo ‘bastardo ma dolce’. Per intendersi, quello che prima le mette le corna, ma poi pensa di ricomporretutto sussurrando parole dolci e mandando cioccolatini. La cosa grave, è che i suoi intenti riscuotono molto spesso un’inatteso (per noialtri) successo.
Il comportamento di questa tipologia di uomo ha certe affinità con il discorso del politico: mira ad un preciso obiettivo, cioè il perseguimento del proprio interesse, tradotto nel proprio piacere. Secondo tale interesse, egli dopo il tradimento trova comodo re-infilarsi nel familiare letto della fidanzata. Le blandizie che mette in atto dopo la scappatella per farsi perdonare non sono interessate a mettere in chiaro le cose, nè le spinge un qualche senso di lealtà verso la consorte. Egli in realtà non perde mai di vista il suo principale obiettivo; per raggiungerlo, ricama una bella e zuccherosa ‘forma’ sulla sua grande stronzata. E la verità, la sostanza…vogliamo aggiungerci l’etica? Non interessa. L’imperativo è: ‘indorare la pillola’.

D’altronde, il truffatore esiste perchè c’è chi si lascia truffare. Nel nostro caso, il caro bastardo trova vita facile con quel tipo di donne che porta all’estremo certi congeniti tratti femminili: l’egocentrismo, l’autocommiserazione, la permalosità, ed infine una innata capacità di bersi qualunque stupidaggine, se è stata zuccherata al punto giusto.
I primi tre caratteri che ho evidenziato portano agli antipodi rispetto al concetto proposto all’inizio, cioè l’autoironia. Questo tipo di donna è pronto a mangiare il malcapitato che osi dirle la verità, se questa è sgradevole. Il problema è che, grazie ad una grande capacità di auto-convincimento, ella è convinta che ogni verità sgradevole sia una falsa verità. Quindi una bugia. Ma allora, cosa è per lei verità? Il suo senso della misura non è completamente inibito, ma per così dire annebbiato dalla sfera emozionale. Quindi, verità è ciò che fa piacere sentirsi dire: il bastardo che torna con i cioccolatini e le belle parole, quella sì che è una dolce verità!
Ma questa donna non è certo una stupida: nei momenti di lucidità avverte l’onestà di chi le sta intorno, chi dice il vero, e lo fa per lei, e chi dice stronzate, e lo fa per i suoi scopi. Solo, il resto del tempo, quindi la maggior parte, trova un certo sollievo nella comodità della forma. Non pensando che alla lunga la sostanza la vince, "la verità ti fa male lo so" (Aghia Sophia, CCCP).
Un modo per sopportare meglio la verità, che come ogni cosa sincera della vita è il più delle volte dolorosa, è affrontarla con una certa dose di ironia. Tra stronzate e giuste critiche, la quantità di informazioni che riceviamo ogni giorno è troppa per assegnare ad ognuna di esse lo stesso, spropositato valore. Certe volte, è meglio soprassedere. Certe altre, è meglio fermarsi un attimo a riflettere, perchè forse c’è del vero in quello che sento. Certe altre, ci si ride sopra per non piangere. Ma ognuna di queste azioni muove da un unico principio, l’inscindibile binomio di leggerezza ed amor del vero che ho passato sotto il nome di autoironia.

Questa autoironia, a cui all’inizio abbiamo dato una connotazione generica, si è presto trasformata in un paradigma misogino. Non bisogna tuttavia vederla solo in quest’ottica: tratti femminili come quelli sopra descritti sono presenti anche in molti uomini. Troverei anzi impietoso ridurre queste mie affermazioni ad una sterile battaglia tra sessi. Piuttosto, trovo che l’autorionia sia qualcosa di più, un bene prezioso, un valore universale del nostro essere animali (uomini, mi pare sinceramente troppo). E da Ariosto a Calvino, mi guardo indietro e trovo persone che di questa ‘leggera gravità'(o gravosa leggerezza) hanno fatto uno stile di scrittura e di vita. E tutto ciò mi conforta. Se contro la morte nulla ci è dato di fare, almeno "seppelliteci con una risata".

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