Nel libro di Lee Smolin "L’universo senza stringhe" si legge un’interessante spunto di dibattito: la ricerca fisica sarebbe ferma agli anni ’80, cioè alla formulazione (o sarebbe meglio dire Proliferazione) delle diverse teorie delle Stringhe. L’autore si interroga, prima di entrare nel merito, sui motivi che hanno sospinto tale modello fisico tanto in alto nella considerazione degli accademici. Motivazioni che sono più spesso dettate dalle convinzioni personali e dalle circostanze emotive, piuttosto che da risultati d’osservazione.
Le circostanze emotive di cui parlo sarebbero il desiderio di una unificazione della relatività e della fisica delle particelle, del grande e del piccolo; un modello che spieghi con lo stesso lessico la gravità e i comportamenti dell’atomo.
La scelta di ‘puntare’ tutto sulla teoria delle Stringhe ha le sue ragioni. Il fascino indiscutibile dell’idea (tanto da scomodare la letteratura e la poesia), l’eleganza e la semplicità (apparente) dei suoi fondamenti. Dagli anni ’80 in poi, le crescenti attenzioni riservate agli stringhisti  hanno comportato la sottrazione di energie (leggasi assegnazione di finanziamenti e premi) alle altre correnti di pensiero.
La teoria, denuncia Smolin, è diventata quasi un miraggio: la grande speranza della fisica, che tuttavia continua a sfuggire alla presa della verifica sperimentale; già, perchè il principale problema delle stringhe è proprio questo: le congetturiamo, ma siamo in estrema difficoltà nel rapportare tale modello con ciò che effettivamente possiamo osservare nella realtà.

IL metodo sperimentale, si usa dire, contraddistingue la Scienza dalla fede. Tuttavia, c’è una ben più sottile distinzione che voglio fare.
Senza il metodo sperimentale, ben poca differenza ci sarebbe tra la fisica e una qualsiasi altra ontologia.
Difatti, la grande maggioranza delle ontologie non fisiche (quindi, ad esempio, della filosofia) sono platoniste. Ciò significa che reificano oggetti astratti, quali ad esempio gli insiemi, le classi di insiemi, e le idee nella concezione platonica originaria. A questo modo di pensiero si oppone la corrente minoritaria nominalista, che suppone un solo grado di scarto tra linguaggio e mondo. Ogni oggetto del mondo ha un suo corrispondente (è denotato) nel primo livello del linguaggio, mentre ciò che sta ai livelli successivi di linguaggio (ad esempio le classi di insiemi) non ha relazioni se non con altri elementi linguistici. Quindi, si tratta di una modellizzazione più attenta a prendersi certi "impegni ontologici" (Quine), rispetto alle ontologie platoniste. Tutto ciò è, ovviamente, molto semplificato. Il dibattito tra nominalismo e platonismo, che presentano al loro interno varie sotto-correnti di pensiero, meriterebbe ben altro approfondimento.

Per tornare a qualche riga fa, dicevo che anche la Fisica è una ontologia. Cioè, tenta un discorso intorno alle cose che ci sono nel mondo. La mia convinzione è che la principale differenza tra fisica e ontologie filosofiche sta proprio nella verifica sperimentale; la scienza nasce come osservazione dei fenomeni, ed il legame tra teoria e verifica si è mantenuto molto saldo nel tempo, più saldo che nella speculazione filosofica (che pur partiva dalla stessa analisi della realtà – nei cosiddetti presocratici, filosofia e fisica andavano a coincidere). La fisica dei primordi nasce dunque da considerazioni di carattere sopratutto induttivo. Dall’analogia di comportamento tra i diversi fenomeni, ricavo la considerazione generale.
Con il progredire della scienza, si è arrivati all’inzio del ‘900 a confrontarsi con problemi di osservazione. Infatti, la relatività e la meccanica quantistica prendono in considerazione aspetti della realtà di cui i nostri sensi hanno conoscenza limitata; proprio per questa ragione siamo arrivati a considerare per ultimi questi modelli. Partiti dall’osservazione delle cose più evidenti, siamo giunti all’enormemente piccolo, all’enormemente veloce, e così via.
La teoria delle stringhe porta questa difficoltà di osservazione alle estreme conseguenze: tanto che neanche esperimenti indiretti sembrano dare risultati coerenti in proposito. Si è arrivati al punto in cui la teoria ha sorpassato la tecnologia, quando questa è messa a disposizione dell’osservazione dei fenomeni. Proprio su tale difficoltà si fonda il parziale scetticismo di Smolin nei confronti delle Stringhe.

Ma quali sono i timori più viscerali, le conseguenze più nefaste della perdita della controprova sperimentale?
Si ritorna al discorso ontologico. Il problema è proprio nel rapporto tra linguaggio e realtà, in questo caso tra teoria e realtà. Se sottraiamo il metodo scientifico alla fisica, essa si riconverte ad un’ontologia, non meno speculativa di altri sistemi platonisti, con il costante rischio di popolare la realtà di enti astratti a cui abbiamo incautamente riconosciuto uno statuto di esistenza.
In chiusura voglio riportare una massima che mi dicono tramandata dal prof.Enzo Melandri di Bologna: più potenziamo la realtà, meno abbiamo bisogno dall’altra parte di un linguaggio complesso; più arricchiamo il linguaggio, e più semplificata sarà la realtà che disegneremo nel mondo.
Pertanto, uno spunto interessante sarebbe riconsiderare i rapporti di forza tra linguaggio e mondo: i rapporti di equilibrio tra ciò che è astratto, ciò che è reale, e ciò che è linguaggio.

-Nella foto: Stanislaw Lesniewski (1886 – 1939), importante esponente del nominalismo polacco
-Questa pagina presenterà, ne sono certo, imprecisioni nell’esposizione dei problemi fisici e filosofici, dal momento che sono appassionato ma non abbastanza profondo conoscitore della materia: pregherei chiunque ne rilevi di segnalarmelo.

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