Archive for febbraio, 2008


Come si spiega una percezione?

Se sento suonare il campanello, apro la porta. Questa sequenza di atti, comuni nel nostro quotidiano, consistono in una percezione del mondo esterno (odo il suono del campanello) e conseguente rielaborazione decisionale della nostra mente. Essa ci dice: c’è qualcuno alla porta, vai ad aprire.

La posizione materialista

Tale processo viene ricondotto dalle neuro-scienze ad una serie di impulsi di natura fisico-chimica. Infatti, accade che le vibrazioni sonore (il rumore del campanello) investano il nostro apparato uditivo, da cui una rete di impulsi neuronali invia l’informazione al cervello, che a sua volta decide tramite invio di impulsi di muovere il sistema muscolare, nell’atto di andare ad aprire la porta.
Secondo questa visione, che possiamo chiamare fisicalista o materialista, il processo percettivo e conseguente reazione è interamente riconducibile al mondo fisico: c’è una scienza che lo spiega, con maggiore o minore dovizia di dettagli, in base allo stato attuale degli studi in materia.

In tale prospettiva, ci sono diversi quesiti a cui il materialista è chiamato a rispondere:
1.prima della scoperta delle molecole, l’uomo credeva che l’acqua fosse una sostanza di indefinita natura. In seguito, ha appurato che è una composizione di due atomi di H e uno di O. Ma tale scoperta scientifica, quanto ci dice su ciò che proviamo quando gustiamo il sapore dell’acqua? Allo stesso modo, se uno scienziato un po’ perverso mi aprisse il cervello per vedere cosa succede dentro quando l’orecchio sente il campanello, vedrà solo una massa grigia. Se applica delle apparecchiature, potrà evidenziare un’attività neuronale, cioè gli impulsi che portano ad una regione del mio cervello l’informazione del suono del campanello. Ma nè questo scienziato, nè alcuna apparecchiatura per ora può dirci nulla sul contenuto di tale informazione. Non possiamo così sapere se due persone che sentono lo stesso campanello, percepiscono lo stesso suono, oppure un suono ‘diverso’ a cui però assegnano lo stesso nome di ‘campanello’. Al di là della comune convenzione di chiamare quel suono in tale modo, nessuno ci può assicurare che la qualità dell’informazione, così come la sua natura, siano conosciute in modo uguale ad entrambi i cervelli degli ascoltatori.
Il primo è dunque un problema sulla natura dell’informazione percepita.
2.Un’altra questione riguarda il passaggio dalla ricezione del suono del campanello all’atto di muoversi ed andare ad aprire. Possiamo ricondurlo interamente ad una sequenza di impulsi neuronali e movimenti del nostro corpo? Possiamo cioè appiattire le azioni di quella che chiamiamo ‘mente’ alle funzioni del cervello, quindi a prestazioni corporee?
L’argomento è meno banale di quanto sembri: infatti, se giudichiamo l’azione di andare ad aprire la porta come il risultato di mutamenti chimici, neghiamo all’uomo un potere decisionale; infatti, la sua azione è dettata dal determinarsi consequenziale di rapporti di causa-effetto tra i processi chimici del nostro corpo.
Se ci vogliamo ‘salvare in corner’ e supportare una visione di tipo probabilistico dei processi fisici (alla Heisenberg per intenderci), dovremmo comunque ammettere che la nostra azione di aprire la porta è dettata da una componente più o meno grande di caso ed una di necessità. Ma casualità non significa certo libertà dell’individuo.
Il quesito numero due verte dunque sulla questione del libero arbitrio.

La posizione dualista

Altri filosofi pensano invece che la natura della percezione non sia riconducibile interamente a processi fisici. Questi intendono l’azione umana come una cooperazione di mente e corpo, dove l’una è separata dall’altro, nonchè posta su un diverso piano, che potremmo definire metafisico.
Ricostruiamo la dinamica degli eventi secondo tale visione:
Suona il campanello, l’apparato uditivo percepisce le onde sonore e invia impulsi al cervello.
A questo punto, lasciamo uno spazio vuoto.
Più avanti nel procedimento, il cervello ha inviato l’impulso ai muscoli di muoversi e di andare ad aprire la porta.
Il dualista dice: dove c’è lo spazio vuoto, è accaduto un miracolo. Cioè l’azione umana si è spostata da un piano fisico ad uno metafisico, e la mente è intervenuta a comandare al corpo l’azione di andare alla porta.
Questa posizione risolve il problema sollevato riguardo il libero arbitrio.
Resta tuttavia oscuro il primo problema, riguardo la natura della percezione. In proposito, bisognerebbe interrogare un supposto dio che avrebbe infuso negli uomini una comune ricezione delle cose naturali, assicurando a due diversi ascoltatori lo stesso identico suono del campanello.

Inoltre, possiamo sollevare un ulteriore problema, che investe la posizione dualista.
Il primo principio della termodinamica ci dice che l’energia si conserva, qualsiasi trasformazione avvenga. Ma se supponiamo lo ‘spazio vuoto’ tra la percezione e l’azione, dove interviene la mente, supponiamo un salto nel mondo metafisico.
Dove è andata a finire l’enegia dell’atto percettivo?
E da dove prende l’energia l’impulso neuronale che invia il movimento ai muscoli?
C’è una violazione del principio di conservazione dell’energia. I moti interni del nostro corpo vengono risucchiati da una mente di natura incerta, che ha anche la virtù di produrre un surplus di energia nel mondo fisico (un buon vaccino per l’entropia!).

Possibili vie d’uscita

Entrambe le posizioni presentano dunque pregi e difetti.
Vorrei comunque illustrare altre posizioni, un po’ ‘eretiche’, di pensatori che si sono cimentati sul problema.
Mi concentrerò su assunti di base di tipo materialista, per due motivi. Il primo, è che mi rispecchio maggiormente in tale posizione. Il secondo, perchè il dualismo presuppone una realtà metafisica, e quando entriamo nel misticismo tutto è plausibile, ma tutto è anche molto opinabile.

Il primo ‘eretico’ a cui faccio accenno è R.Penrose (libro di riferimento:"la mente dell’imperatore"). La sua teoria ritiene di aver conciliato la gravità di Einstein con la meccanica quantistica. La ‘coscienza’, cioè quell’entità che abbiamo fino ad ora descritto come ‘mente’, si troverebbe secondo Penrose nei microtuboli (parti della cellula), generata da fenomeni quantici. A parte pochi seguaci, i fisici sono tuttavia molto scettici nei riguardi delle sue congetture.

Il secondo è J.Searle, il quale pensa che la coscienza sia un fatto biologico. La mente dunque emerge dall’attività celebrale; egli auspica una fisica nuova, che renda conto di tale stato di cose.

Infine, le mie simpatie vanno a favore della posizione di J.Eccles. Secondo il neurologo, i salti quantici dell’equazione di Schrodinger lasciano ‘spazio di manovra’ sufficiente per l’azione del miracoloso passaggio dalla percezione all’azione. La nostra ignoranza nei confronti di tale nesso sarebbero da imputare allo spazio di indeterminatezza lasciato dalla teoria fisica.

Ci sarebbe molto altro da dire, ma direi che già questo quadro d’insieme sia molto impegnativo e suggestivo.
Un’ultima considerazione: agli albori del novecento, i filosofi e i fisici si interrogavano sulla natura della vita umana, dividendosi sulla metafisica dei processi genetici. Dopo "Che cos’è la vita" (il libro di E.Schrodinger) e la scoperta del DNA, è oggi ampiamente spiegabile buona parte dei processi biologici legati alla genetica e alla generazione di nuovi esseri umani.
E’ plausibile pensare che analoghe nebbie, legate alla natura della ‘coscienza’, siano allo stesso modo diradabili dalla ricerca fisica, chimica e biologica. Tenendo sempre presente la suggestiva, quanto difficile, ipotesi di una teoria unficatrice della fisica che spieghi anche il dualismo tra corpo e mente umana.
I rapidi progressi della neurologia, ma anche le grandi zone ancora inesplorate della nostra mente, lasciano credere che la tale scienza possa presto formulare ipotesi convincenti in questo senso.

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"Nei dodici punti di Veltroni c’è tutto tranne l’essenziale. Ci trova il congedo di paternità, il Sud che diventa un hub, l’energia pulita con il sole e con il vento come nel Mulino Bianco"

(Giulio Tremonti, vicepresidente FI, intervistato su Repubblica del 24 Feb)

Tra le note stonate, che rendono la destra nel nostro paese un’anomalia rispetto agli altri partiti di stessa fazione nel resto d’europa, c’è n’è una poco pubblicizzata, la posizione sull’ambiente.
Posizione che non c’è. Infatti emergenze globali, ma estremamente urgenti, come l’inquinamento, l’emissione di gas serra, sono del tutto assenti dai programmi elettorali della destra italiana, almeno da vent’anni a questa parte. Quando un giornalista a confronto con un senatore di forza italia (in questo caso Tremonti) tira in ballo la questione, il fardello ambientale viene visto come un sollazzo da hippies, trattato con disprezzo e fastidio, meglio passare oltre, ‘perchè i problemi del paese sono ben altri’.
Nulla in contrario. Ma i problemi del paese sono ANCHE questi, in quanto la vertiginosa ascesa delle malattie respiratorie (se proprio vogliamo restare sul pragmatico) è una terrificante e attualissima realtà del mondo occidentale, e soprattutto del nostro paese, che ha fatto davvero poco per correre ai ripari.
Certo, far capire ad un elettorato poco lungimirante (per usare un eufemismo) come quello a cui fa riferimento Tremonti l’urgenza del problema ambiente è un compito arduo. Abituati come sono a proclami estremamente mirati e diretti alla sfera emozionale situata nel basso ventre, si sentirebbero improvvisamente persi davanti ad un cambio di ritmo nella nenia quotidiana. E certo non è materia che porta voti.
Ma una coalizione che vuole governare un paese non può portare in campo solo una frazione di quelli che sono gli interessi della nazione (non dico dei cittadini), fregandosene del resto. Questo infatti non accade in Francia, ed altre nazioni dove la destra è al potere: nonostante facciano gli interessi delle lobby, c’è pur sempre una ‘ragion di stato’ che è territorio bipartisan di accordo. E gli effetti dell’inquinamento su ogni sfera del vivere umano rientra certo tra quelle urgenze che vanno oltre le differenze di schieramento ideologico.

Quando fu il momento di gloria di Vittoria Brambilla, Storace scherzò:"le farei fare il ministro dell’ambiente". Come a dire, le farei pulire i cessi di Montecitorio.
Se questa è la considerazione, stiamo freschi.  Anzi, staremo molto più al caldo, e più in fretta di quanto si pensi.

“p” sse p

Avevo scritto un messaggio del blog in cui proponevo la distinzione in livelli (linguaggio e meta-linguaggio) propria della semantica di Tarsky come chiarificazione analogica del problema dell’osservatore nel paradosso del gatto di Schodinger. Mi piaceva. Ma mentre premevo il tasto invio si è svuotata la Cache e si è cancellato tutto.
Sigh..non ho la forza di riscriverlo. Forse non era degno di avere la minima visibilità.

Chissà quante scoperte sono state uccise sul nascere da disguidi tipografici, errori di compilazione, roghi che distruggono appunti.

Nella giornata in cui Ferrara ci spiega in che modo si guadagnerà la pensione (da ministro del nuovo governo Berlusconi) marciando sull’aborto con esemplare scelta dei tempi e calcolo personale, assistiamo ad un’altra esternazione degli ambienti clericali, dai toni certo più faceti:

«attori come moretti e la ferrari RIfiutino in futuro di prestarsi a girare tali scene»

Caos Calmo, affondo della Cei
«La scena di erotismo è troppo volgare»

Il duro commento di Don Anselmi, responsabile della Conferenza episcopale italiana per la pastorale giovanile

Il signor Anselmi, che dipinge Moretti come un ‘coraggioso idealista’, non sa che potrebbe sentirsi rispondere dallo stesso regista "mi ricordo ateo e materialista", come toccava al ciellino che lo importunava a bordo vasca in "Palombella Rossa".
Ma allontaniamoci in tutta fretta da questo gustoso (leggere per credere) lancio di agenzia per parlare proprio di Moretti, questa volta nella veste di comparsa televisiva sabato sera a "Che tempo che fa".

Non migliore trattamento di Anselmi, anche se non è un prete, meriterebbe Fabio Fazio: la sua intervista al regista-attore romano della scorsa settimana è stato uno spettacolo pietoso, per concorso di colpa di entrambi gli interlocutori.
Infatti Moretti si è presentato come al solito affettato, sarcastico, tagliente, sempre con il timore di dispensare ai poveri mortali un numero eccessivo delle sue importanti, intelligenti, profetiche parole. Tuttavia, questo è il suo modo di essere, e non ci possiamo lamentare più di tanto.
Ma Fazio non ha molte scuse: inizia con il suo solito servilismo, che ad un certo punto diventa talmente ostentato e sottomesso da diventare imbarazzante per Moretti stesso (M:"noi…cioè, volevo dire io. Adesso mi metto anche a parlare di me stesso col plurale maiestatis" F:"ah, io non avrei da ridire se tu lo facessi!" e ancora: F:"Voglio ardentemente fare un film con te!!"- più o meno). Si scusa in continuazione per la pochezza delle domande, che in effetti sono tra l’inutile e lo stucchevole ("Le cinque cose più belle della tua vita?" .. "Ho sentito che odi essere intervistato in televisione. Ti piace di meno ricevere domande o dare le risposte?").
Infine, la perla è la telefonata di Nanni al cinema romano di sua proprietà, il "Sacher". Palesemente preparata, la scenetta riesce tuttavia nel peggiore dei modi. Fazio tenta di avvicinare il microfono al telefonino, perchè scopre di non saper inserire il vivavoce, producendo solo feedback oppure silenzio. E Moretti certo non lo aiuta. Fatto sta che assistiamo a cinque minuti buoni di nulla, con l’intervistato che chiacchiera al cellulare, e Fazio che pensa sconsolato a noi pubblico a casa ma non gli viene proprio in mente come intrattenerci nel frattempo.
Quando il siparietto ha fine, il conduttore tenta di riportare la conversazione su lidi sicuri, anche se con poca originalità e molta superficialità ("Torino? Prossimo film? Scorso Film? Scena di sesso in caos calmo?").
Certo, abbiamo scoperto che Antonello Grimaldi (il regista di Caos Calmo) è un fan degli Who. Tuttavia, da una delle poche comparsate in televisione di Nanni Moretti era lecito aspettarsi un evento preparato con più cura.

Immagino che pochi fuori dalla Toscana conoscano la storia dell’aeroporto di Ampugnano. Si tratta di un progetto per l’ampliamento dello scalo aereo, nei dintorni di Siena. Chi è stato nella zona può capire come gli abitanti possano essere preoccupati per l’impatto ambientale che l’aeroporto avrà sulle meravigliose colline del posto. La storia di Ampugnano è simile a quella della TAV, di Pianura, e diversi altri posti dove esigenze di una nazione investono le condizioni di vita di una piccola comunità. Situazioni in cui c’è qualcosa di utile, che fa comodo a molti, ma nessuno vuole tenerselo in casa.
Come molte infanzie emiliane, anche la mia è stata contrassegnata da una certa pressione ideologica, che una comunità di un’unico e forte indirizzo politico esercita sugli individui che ci vivono. Nella regione dove c’è l’unico busto di Lenin dell’occidente (nella piazza di Cavriago, RE), vivono l’ideologia della cooperativa, il mito della resistenza, i circoli Arci ed, ovviamente, i proletari. Che nel frattempo il benesse ha trasformato in agiati intellettuali di sinistra.
Mi sono accorto solo a posteriori di come, nei miei anni di scuola dell’obbligo, sia stato spesso strumentalizzato. Il culmine del mio indottrinamento sono state le manifestazioni. Eventi organizzati da una sovrastruttura, che arruola peones tramite volantini. Su questi fogli, è disseminata tutta l’ideologia dell’ "essere contro", della protesta, della sinistra di governo ma soprattutto di lotta. Una chiamata alle armi a cui non potevi certo mancare. Mi colpisce ora sopratutto l’astrattezza di quei volantini, la volatilità delle loro posizioni. Sembrava quasi che, ogni volta che cambiava l’oggetto del contendere, le loro ragioni permeassero sempre identiche; non si prendevano la briga di cambiare neppure le espressioni. Si trattava di messaggi pre-impostati, slogan.
Ed il riscontro lo avevi proprio alla manifestazione: pochi sapevano realmente per cosa si stesse manifestando. Era difficile reperire dati, documenti, e anche quando si potevi si era troppo pigri per farlo. Faceva molto più comodo lottare contro entità lontane, essenze intelleggibili: "la riforma Moratti", "La pace", "il sistema"…il peccato dell’astrazione che si ripete, simile, da più di un secolo, da quando si ‘cominciò a scambiare il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin’. E’ il rischio che si corre quando tutti coloro che sono d’accordo si trovano in uno stesso posto: cominciano ad adorare un vitello dorato, fanno squadra, e si omologano anche nella diversità. Succedeva con i Capelloni secondo Pasolini, e succede tutt’ora negli ambienti della sinistra giovanile. L’opinione che diventa stile, e diventa fedeltà.

Non fraintendetemi: spesso c’è veramente una giusta causa in gioco. Ma questo lo sanno (forse) gli organizzatori, i capi di partito, e non certo i peones. Sui volantini non c’è tutto questo spazio per spiegare le cose per bene.
Quando ci muoviamo per un qualche riflesso incondizionato, quando è il partito che pensa per te, significa che la tua protesta non è un moto dell’animo, ma un atto di fedeltà all’idea. Quando tale impulso arriva da altri, è probabile che l’idea a cui sei fedele è solo una bella veste per motivi ben più materiali e opportunistici. Ma non occorre per forza pensar male: il punto non è questo. Il punto è il brancolamento nel buio, il pericolo è quello di essere ‘fedeli alla linea, anche se la linea non c’è’.

Dopo questo interessantissimo e pindarico aneddoto di vita vissuta, riallacciamoci alla storia dell’aeroporto. Anche in questo caso, il motore della sinistra di lotta si è mosso contro, organizzando una protesta che racchiude in sè molte giuste ragioni. Tuttavia, alla luce di quella che è stata la mia esperienza, non posso che nutrire riserve. Le articolo in due punti.

Il primo punto è prettamente psicologico. Vedo ragazzi che parlano come una grida bolscevica, marionette plagiate di un ingranaggio mosso da altri. Che ricevono e distribuiscono volantini, che sono contro perchè chi è di sinistra è contro, punto e basta. Che non si permettono dubbi perchè gli altri non sembrano averne, ed alcuni perchè in fondo non gliene frega più di tanto dello stramaledetto areoporto di Ampugnano. Vedo quell’atteggiamento fideistico e vagamente ottuso che non ha rispetto della propria opinione e dei dubbi che questa può alimentare.

Il secondo punto riguarda invece il sempre difficile rapporto tra ragion di stato e ragion di borgo. So come tutti che a Siena (di più, ma non tanto diversamente che nel resto d’Italia) la seconda prevale sulla prima. Sono fieramente fermi al medioevo, ci mancherebbe altro. Infatti, alcune prese di posizione contro l’areoporto sono sintomo di un atteggiamento conservatore, luddista ed anti-teconologico. L’Italia è un paese con grandi problemi di trasporto, sopratutto quello pubblico. E i paeselli investiti dai progetti per migliorare la situazione spesso additano al vicino, intimano la costruzione di spostarsi un po’ più in là. Ma se nessuno collabora, l’immobilismo non può che perdurare. Non ha senso muoversi contro il nuovo, quando il resto del mondo compie passi in avanti che sono tre-quattro volte più lunghi dei nostri. Rendiamoci conto, avremo presto tra le file del governo un partito, la Lega, che predica la frammentazione dell’Italia. Nel 2008. Quando mai abbiamo visto un paese che si muove all’indietro, anzichè andare avanti?
E’ un attteggiamento miope. Ad Ampugnano, capisco le ragioni degli ambientalisti, ma non posso credere che nel resto del mondo non ci siano gli stessi problemi, e non si sia comunque trovato un compromesso che salvaguardasse l’ambiente, in nome di un più impellente interesse comune. I mediatori più saggi non sono quelli intransigenti, ma quelli che sanno che solo facendo un passo avanti verso l’avversario avranno più probabilità di rendere significative le proprie ragioni.

I due punti sono tra di loro collegati. Perchè chi non vuole l’aeroporto, non so se per interessi nobili o meno, fomenta la rivolta tramite una propaganda allarmistica, disseminata di "potrebbe" (mi hanno detto che potrebbe avvelenare le falde acquifere!), dati vaghi e slogan da chiamata alle armi.
Io non sono a prescindere contro o a favore di questo progetto. Tuttavia, gradirei non lo fossero a prescindere neanche gli altri, sopratutto gli ingranaggi più bassi ed inconsapevoli di tutta la rete della protesta.
Più si è informati, meno si è costretti a riporre la propria fiducia in coloro che devono per necessità tirare acqua al proprio mulino. Me compreso: ho scritto tante cose, ma non vi ho dato nessun dato oggettivo per sostenere che io abbia ragione.