Come si spiega una percezione?

Se sento suonare il campanello, apro la porta. Questa sequenza di atti, comuni nel nostro quotidiano, consistono in una percezione del mondo esterno (odo il suono del campanello) e conseguente rielaborazione decisionale della nostra mente. Essa ci dice: c’è qualcuno alla porta, vai ad aprire.

La posizione materialista

Tale processo viene ricondotto dalle neuro-scienze ad una serie di impulsi di natura fisico-chimica. Infatti, accade che le vibrazioni sonore (il rumore del campanello) investano il nostro apparato uditivo, da cui una rete di impulsi neuronali invia l’informazione al cervello, che a sua volta decide tramite invio di impulsi di muovere il sistema muscolare, nell’atto di andare ad aprire la porta.
Secondo questa visione, che possiamo chiamare fisicalista o materialista, il processo percettivo e conseguente reazione è interamente riconducibile al mondo fisico: c’è una scienza che lo spiega, con maggiore o minore dovizia di dettagli, in base allo stato attuale degli studi in materia.

In tale prospettiva, ci sono diversi quesiti a cui il materialista è chiamato a rispondere:
1.prima della scoperta delle molecole, l’uomo credeva che l’acqua fosse una sostanza di indefinita natura. In seguito, ha appurato che è una composizione di due atomi di H e uno di O. Ma tale scoperta scientifica, quanto ci dice su ciò che proviamo quando gustiamo il sapore dell’acqua? Allo stesso modo, se uno scienziato un po’ perverso mi aprisse il cervello per vedere cosa succede dentro quando l’orecchio sente il campanello, vedrà solo una massa grigia. Se applica delle apparecchiature, potrà evidenziare un’attività neuronale, cioè gli impulsi che portano ad una regione del mio cervello l’informazione del suono del campanello. Ma nè questo scienziato, nè alcuna apparecchiatura per ora può dirci nulla sul contenuto di tale informazione. Non possiamo così sapere se due persone che sentono lo stesso campanello, percepiscono lo stesso suono, oppure un suono ‘diverso’ a cui però assegnano lo stesso nome di ‘campanello’. Al di là della comune convenzione di chiamare quel suono in tale modo, nessuno ci può assicurare che la qualità dell’informazione, così come la sua natura, siano conosciute in modo uguale ad entrambi i cervelli degli ascoltatori.
Il primo è dunque un problema sulla natura dell’informazione percepita.
2.Un’altra questione riguarda il passaggio dalla ricezione del suono del campanello all’atto di muoversi ed andare ad aprire. Possiamo ricondurlo interamente ad una sequenza di impulsi neuronali e movimenti del nostro corpo? Possiamo cioè appiattire le azioni di quella che chiamiamo ‘mente’ alle funzioni del cervello, quindi a prestazioni corporee?
L’argomento è meno banale di quanto sembri: infatti, se giudichiamo l’azione di andare ad aprire la porta come il risultato di mutamenti chimici, neghiamo all’uomo un potere decisionale; infatti, la sua azione è dettata dal determinarsi consequenziale di rapporti di causa-effetto tra i processi chimici del nostro corpo.
Se ci vogliamo ‘salvare in corner’ e supportare una visione di tipo probabilistico dei processi fisici (alla Heisenberg per intenderci), dovremmo comunque ammettere che la nostra azione di aprire la porta è dettata da una componente più o meno grande di caso ed una di necessità. Ma casualità non significa certo libertà dell’individuo.
Il quesito numero due verte dunque sulla questione del libero arbitrio.

La posizione dualista

Altri filosofi pensano invece che la natura della percezione non sia riconducibile interamente a processi fisici. Questi intendono l’azione umana come una cooperazione di mente e corpo, dove l’una è separata dall’altro, nonchè posta su un diverso piano, che potremmo definire metafisico.
Ricostruiamo la dinamica degli eventi secondo tale visione:
Suona il campanello, l’apparato uditivo percepisce le onde sonore e invia impulsi al cervello.
A questo punto, lasciamo uno spazio vuoto.
Più avanti nel procedimento, il cervello ha inviato l’impulso ai muscoli di muoversi e di andare ad aprire la porta.
Il dualista dice: dove c’è lo spazio vuoto, è accaduto un miracolo. Cioè l’azione umana si è spostata da un piano fisico ad uno metafisico, e la mente è intervenuta a comandare al corpo l’azione di andare alla porta.
Questa posizione risolve il problema sollevato riguardo il libero arbitrio.
Resta tuttavia oscuro il primo problema, riguardo la natura della percezione. In proposito, bisognerebbe interrogare un supposto dio che avrebbe infuso negli uomini una comune ricezione delle cose naturali, assicurando a due diversi ascoltatori lo stesso identico suono del campanello.

Inoltre, possiamo sollevare un ulteriore problema, che investe la posizione dualista.
Il primo principio della termodinamica ci dice che l’energia si conserva, qualsiasi trasformazione avvenga. Ma se supponiamo lo ‘spazio vuoto’ tra la percezione e l’azione, dove interviene la mente, supponiamo un salto nel mondo metafisico.
Dove è andata a finire l’enegia dell’atto percettivo?
E da dove prende l’energia l’impulso neuronale che invia il movimento ai muscoli?
C’è una violazione del principio di conservazione dell’energia. I moti interni del nostro corpo vengono risucchiati da una mente di natura incerta, che ha anche la virtù di produrre un surplus di energia nel mondo fisico (un buon vaccino per l’entropia!).

Possibili vie d’uscita

Entrambe le posizioni presentano dunque pregi e difetti.
Vorrei comunque illustrare altre posizioni, un po’ ‘eretiche’, di pensatori che si sono cimentati sul problema.
Mi concentrerò su assunti di base di tipo materialista, per due motivi. Il primo, è che mi rispecchio maggiormente in tale posizione. Il secondo, perchè il dualismo presuppone una realtà metafisica, e quando entriamo nel misticismo tutto è plausibile, ma tutto è anche molto opinabile.

Il primo ‘eretico’ a cui faccio accenno è R.Penrose (libro di riferimento:"la mente dell’imperatore"). La sua teoria ritiene di aver conciliato la gravità di Einstein con la meccanica quantistica. La ‘coscienza’, cioè quell’entità che abbiamo fino ad ora descritto come ‘mente’, si troverebbe secondo Penrose nei microtuboli (parti della cellula), generata da fenomeni quantici. A parte pochi seguaci, i fisici sono tuttavia molto scettici nei riguardi delle sue congetture.

Il secondo è J.Searle, il quale pensa che la coscienza sia un fatto biologico. La mente dunque emerge dall’attività celebrale; egli auspica una fisica nuova, che renda conto di tale stato di cose.

Infine, le mie simpatie vanno a favore della posizione di J.Eccles. Secondo il neurologo, i salti quantici dell’equazione di Schrodinger lasciano ‘spazio di manovra’ sufficiente per l’azione del miracoloso passaggio dalla percezione all’azione. La nostra ignoranza nei confronti di tale nesso sarebbero da imputare allo spazio di indeterminatezza lasciato dalla teoria fisica.

Ci sarebbe molto altro da dire, ma direi che già questo quadro d’insieme sia molto impegnativo e suggestivo.
Un’ultima considerazione: agli albori del novecento, i filosofi e i fisici si interrogavano sulla natura della vita umana, dividendosi sulla metafisica dei processi genetici. Dopo "Che cos’è la vita" (il libro di E.Schrodinger) e la scoperta del DNA, è oggi ampiamente spiegabile buona parte dei processi biologici legati alla genetica e alla generazione di nuovi esseri umani.
E’ plausibile pensare che analoghe nebbie, legate alla natura della ‘coscienza’, siano allo stesso modo diradabili dalla ricerca fisica, chimica e biologica. Tenendo sempre presente la suggestiva, quanto difficile, ipotesi di una teoria unficatrice della fisica che spieghi anche il dualismo tra corpo e mente umana.
I rapidi progressi della neurologia, ma anche le grandi zone ancora inesplorate della nostra mente, lasciano credere che la tale scienza possa presto formulare ipotesi convincenti in questo senso.

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