Archive for maggio, 2008


Ultimo appuntamento con i ‘misteri d’Italia’, dedicato agli anni ’80 e ’90: dalla P2 alla caduta della "democrazia dei partiti". Se avete qualche commento, qualche precisazione, o pernacchia da farmi, è molto gradito. Grazie e buona lettura.

 

La P2 ed il ‘salto di qualità’ (1975-1981)

Quello che accade dopo Piazza Della Loggia viene chiamato da Biscione il “cambio di spalla del fucile”. L’estremismo di destra appare ‘bruciato’ (se già non lo era dal ’69, seguendo Bellini), e le strategie del sommerso nel quinquennio ’69-’74 un sostanziale fallimento (secondo il giudizio dell’autore), poiché non avevano portato ad un governo autoritario del paese. Al contrario, il PCI avanza nelle elezioni del 1975. È in questi anni che compie la sua ascesa il terrorismo rosso, culminante nel sequestro Moro (1978).

A differenza del terrorismo nero, i cui legami con i servizi sono conclamati, più problematico è definire il rapporto dell’eversione di estrema sinistra con l’apparato statale. È possibile che si intreccino dinamiche, anche internazionali, estranee al nostro discorso, o comunque difficili da decifrare senza cadere nel complottismo a tutti i costi. L’unica posizione sostenibile con una certa accortezza riguarda l’impunità con cui viene permesso alle Brigate Rosse di ricostituirsi dopo l’arresto dei fondatori a metà degli anni ’70; inoltre, si può anche affermare che il clamore suscitato dal terrorismo rosso fa il gioco delle destre, in quanto spaventa l’opinione pubblica e crea le condizioni favorevoli ad un governo autoritario.

A sostegno di collusioni più profonde tra sommerso e terrorismo rosso, disponiamo solo delle sibilline parole di Miceli in tribunale nel 1974 (“Ora non sentirete più parlare del terrorismo nero, sentirete parlare soltanto di quegli altri”).

Comunque sia, il 1975 non segna solo la fine della fase storica della strategia della tensione, ma è anche l’anno in cui Licio Gelli diventa maestro venerabile della Loggia P2. È questo un passaggio particolarmente significativo per il sommerso: l’evoluzione dei suoi intrecci, la raffinazione delle sue strategie lasciano intravedere un salto di qualità decisivo.

Per meglio comprendere lo scarto, occorre analizzare come cambiano i connotati tipici del sommerso; in che direzione vanno quelle traiettorie (il ruolo della violenza, l’extraistituzionalità) in precedenza evidenziate.

La massoneria rappresenta un luogo delle decisioni totalmente esterno all’alveo istituzionale; con il ‘comitato d’affari’ gestore dello stato, teorizzato nel Piano di rinascita democratica, si completa quella cessione di sovranità cominciata con la sovraesposizione del potere militare, la guadagnata autonomia dei servizi segreti, sfociata infine nel ricatto stragista del terrorismo nero.

C’è tuttavia una prima forte discontinuità, riguardante il ruolo della violenza. Decade l’azione clamorosa su larga scala, che aveva caratterizzato lo stragismo neofascista. Lo spettro del golpe, agitato con insistenza all’inizio degli anni settanta (dove si registrano svariati e spesso velleitari tentativi), fa l’ultima, fugace apparizione nello Schema di massima per un risanamento generale del paese, presentato da Gelli e Salvini al capo dello Stato Leone. Le tentazioni totalitarie si sono già molto attenuate nel successivo, e ben più complesso e articolato, Piano di Rinascita democratica (1975-76). In esso emerge una nuova strategia, assai più raffinata, che intende appropriarsi del potere in modo graduale e senza traumi apparenti.

È un disegno che non mira al semplice rovesciamento del sistema, oppure all’abbattimento del PCI. Piuttosto, in ottica più ampia, si propone un deciso superamento della democrazia dei partiti. Intende ricostruire lo stato attorno ad un ristretto club di imprenditori, liberali, pubblici amministratori, nonché “pochissimi uomini politici”, che formi un governo parallelo ed extraistituzionale, nel quale concentrare la gestione del potere.

Il progetto dà voce ad una insofferenza ‘storica’ della borghesia economica liberale per le strutture statali ed i tentativi di regolamentare l’iniziativa privata (che avevano visto una storica ‘sconfitta’ nella stagione del centro-sinistra ‘60-‘64). In particolare, mira a valorizzare realtà imprenditoriali emerse nel frattempo, ignorate e scorporate da una realtà politica bloccata, rimasta invariata dal dopoguerra. Movimenti che guadagneranno a posteriori una loro cifra significativa (la formazione della Lega Nord di Bossi), in particolar modo nel nord-est, in contemporanea al rapido declino del movimento operaio.

Nonostante i progetti di ampio respiro, il modo di procedere della Loggia sa coniugare i nuovi ambiti di interesse ed antiche convergenze. Il perpetuarsi di sodalizi consolidati trova un esempio nell’affiliazione alla P2 degli alti gradi militari, nonché di una buona rappresentanza dei servizi segreti.

D’altro canto, il raggio d’azione della P2 è tale da permettere convergenze tra aree molto diverse tra loro, prima impensabili. È il caso ad esempio del sistema di Michele Sindona, di Roberto Calvi ed il banco Ambrosiano, e della penetrazione nel gruppo editoriale RCS: eventi che ridisegnano l’economia e gli equilibri di potere nel paese, ma che per poter essere realizzati necessitano di un numero ingente di risorse, nonché di uomini della massoneria collocati pressoché ovunque nei ruoli chiave delle istituzioni e nell’imprenditoria.

La struttura della Loggia è omnipervasiva: la vastità e la diversità degli ambiti in cui si muove rendono difficile anche solo pensare ad un filo unitario che tenga insieme l’intera gamma di operazioni. Il denominatore comune di tutte queste iniziative è il richiamo ad uno spregiudicato e “democratico riconoscimento del diritto all’eversione” (così lo definisce Biscione), che si legittima ad agire fuori dall’ambito istituzionale e della legalità, rispondendo unicamente a logiche interne alla cerchia degli affiliati.  

Se vogliamo, la P2 rappresenta un punto d’arrivo per il sommerso. Si tratta di un modello strutturato che consente a componenti le più disparate della società di avere un dialogo politico e decidere una strategia comune. È una poderosa coniugazione di stato ed antistato, che svuota dall’interno le istituzioni facendo leva sul logorio delle loro stesse strutture. Si tratta della prima vera riaggregazione di strati sociali esclusi dalla democrazia antifascista, fondata sulle logiche corporative e la privatizzazione del potere statale.

Emerge con chiarezza quel sommerso che la democrazia antifascista legittimata dai grandi partiti aveva contenuto, ma non certo dissolto.

Dagli anni ottanta alla seconda repubblica: l’ascesa della nuova destra

Gli anni ottanta sono contrassegnati da una democrazia bloccata, frutto del fallimento del compromesso storico. Il passaggio al decennio successivo è segnato da un vero e proprio cataclisma (la dissoluzione dell’Unione sovietica, tangentopoli, i movimenti referendari), che sancisce la dissoluzione dei partiti della Prima Repubblica, e con loro di quel collante antifascista che aveva accompagnato la nascita della Costituzione.

Si avvia una fase di ridefinizione degli equilibri politici che forse non si può tutt’ora considerata compiuta. Su eventi così recenti, Biscione rileva la scarsa efficacia del suo metodo di indagine. Il sommerso infatti può essere descritto in presenza di un sostrato stabile e istituzionale in relazione al quale esso agisce. Il presente invece è soggetto a movimenti convulsi che generano comportamenti anomali. In queste condizioni, è difficile distinguere ciò che è sommerso da ciò che è istituzionale.

Anche perché, nel frattempo, al vertice delle istituzioni è asceso un partito che richiama in sé notevoli elementi di assonanza con le caratteristiche finora evidenziate nelle forze sommerse. Se l’accostamento non è troppo ardito (ma è Biscione stesso a farlo intendere), quella Forza Italia che vince le elezioni del 1996 può essere vista come una versione aggiornata dell’uomo qualunque. Combaciano nel dichiarato anticomunismo, nella visione liberista dell’economia, nell’attenzione dedicata alla borghesia imprenditoriale. Nonché, per citare Biscione, nella “difesa più o meno esplicita di quel tanto di illecito o di illegale che caratterizza i rapporti tra industria, finanza e poteri occulti” (questo si formalizza soprattutto nella struttura P2).

Anche se grande parte dell’elettorato della DC è confluito a sostegno della  formazione di Berlusconi, nella sua azione politica si vede ben poco quell’accento sull’antifascismo che aveva contraddistinto i partiti uscenti dal CLN. Piuttosto, non si può non vedere una consonanza con la visione P2ista della società, e con i suoi propositi di superamento del vecchio modello di dialettica partitica.

Ma la scomparsa dei suddetti partiti ha creato le condizioni perché si inneschi un processo assolutamente inedito: la ‘emersione’ di quelle frange della società la cui esclusione dalle sedi del potere legale ha dato origine ai principali conflitti che hanno attraversato il paese nel dopoguerra.

Dunque, il “riassorbimento nella cultura istituzionale” rappresenta l’ultima evoluzione del sommerso. Una delle sfide principali per una classe politica che, orfana della cultura antifascista, stenta a trovare un accordo sui principi di reciproca legittimazione, e soprattutto su quei valori fondativi che dovrebbero costituire l’argine di difesa dello Stato democratico e delle sue istituzioni.

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Di seguito riportiamo la seconda parte della relazione (dedicata a Piazza Fontana e la Strategia della tensione). Ne seguirà domani una terza, l’ultima, dedicata agli anni ’80 e ’90 (dalla P2 a Forza Italia). Buona lettura.


Piazza Fontana: una lettura ‘sommersa’

Al principio della nostra indagine, abbiamo affermato che i contorni del sommerso meglio si delineano tanto più troviamo un’invarianza, un elemento di simmetria che permetta di mettere in relazione un fatto con un altro.

Il lavoro di Boatti, se posto in rapporto con quello di Biscione, ci consente proprio questo: trovare nella vicenda processuale di Piazza Fontana quelle sintonie con la ‘guerra non-ortodossa’ in atto, che consentano di individuare nelle numerose irregolarità delle indagini e dei processi l’azione delle forze del sommerso.

Si può intendere la narrazione di Boatti come una sosta d’approfondimento nel percorso generale delineato da Biscione. L’ingrandimento di una vicenda di particolare rilevanza, che dimostra una sua coerenza col piano teorico complessivo, e tuttavia introduce elementi di novità: quelli peculiari della strategia della tensione, che si apre proprio con la bomba di Piazza Fontana.

La pista anarchica

Tra le istruttorie di Piazza Fontana, quella che mira alla colpevolezza degli anarchici apparirebbe ad uno spettatore neutrale sin da subito inattendibile. Prima ancora di essere inconsistenti, infatti, le prove a carico sono impossibili da giudicare, perché subiscono forzature e montature talmente vistose da impedire di ricondurle ad una verità originaria.

Piuttosto, ogni sforzo degli inquirenti è indirizzato a soddisfare la ‘preferenza’, contenuta nella direttiva che parte da Roma a poche ore dall’esplosione. Il Viminale segnala la presenza di una ‘ipotesi attendibile’ che ‘indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi’. La volontà, poi supportata dalla stampa, è di montare una ‘esclation anarchica’, cominciata con gli attentati alla Fiera di Milano in Aprile ed ai treni in Agosto,  culminata nelle bombe del 12 dicembre.

Dunque, le indagini procedono con un vizio di fondo: identificano a priori in una determinata area ideologica la responsabilità dell’attentato. Tutto il resto (le prove, i testimoni, la percezione pubblica) dovrà essere uniformato alla direttiva del Viminale.

La ricostruzione di Boatti descrive con dovizia di particolari le manovre lecite e meno lecite con cui viene ‘gonfiata’ la pista anarchica. Tentiamo ora di riproporle, non in ordine cronologico, ma per aree tematiche, al fine di dimostrare le seguenti tesi: lo sforzo è articolato e sospinto da agenti di vario tipo, con ruoli differenti; la volontà di distorcere la realtà è per lo più unidirezionale, metodica e ripetuta; la volontà di incolpare l’estremismo di sinistra, l’attenzione a plasmare la pubblica opinione, l’appoggio di apparati istituzionali, sono elementi che riconducono l’insieme delle azioni di depistaggio all’area del sommerso, come precedentemente delineato.

 

Vediamo ora nel dettaglio, quali azioni ‘irregolari’ tra quelle messe in evidenza da Boatti sono riconducibili a scopi comuni.

Innanzitutto, il tempestivo indottrinamento dell’opinione pubblica da parte dei media:

 

·         La stampa (in sintonia con le autorità) punta sin da subito sulla connessione tra gli attentati ai treni e la strage del 12 Dicembre: si parla, ad esempio, di “anello di una tragica catena”, in relazione a quest’ultima. Gli anarchici, perciò, sono colpevoli per proprietà transitiva.

·         Nell’intervista del 1974, Andreotti rivela che Giorgio Zicari, il ‘superinformato’ giornalista del Corriere, è gradito al Sid, ed ha il compito di orientare l’opinione pubblica secondo le direttive dei servizi.

·         Pietro Valpreda, già dalla mattina del 17 Dicembre (quindi il giorno dopo l’incriminazione), è oggetto di una violentissima campagna mediatica, che lo identifica come ‘mostro’, esaltandone i tratti grotteschi e tragici. In definitiva, una condanna a priori.

·         Anche per Pinelli, all’indomani del ‘malore attivo’, viene disposta ad arte una sentenza di colpevolezza. Egli avrebbe provato rimorso, oppure si sarebbe visto alle strette, in ogni caso si è suicidato. Così dice la stampa, e così recitano alcune dichiarazioni (poi smentite nei giorni successivi) della polizia.

In secondo luogo, le irregolarità di forma nelle indagini:

·         Uno dei primi confidenti ascoltati la sera del 12 Dicembre, dalla Questura di Roma, è Mario Merlino. Personaggio con un curriculum altamente sospetto: passato con dimestichezza dal neofascismo all’anarchia, fondatore del circolo 22 Marzo, è lui stesso ad accusare la propria ‘creatura’. Ma quale è davvero il ruolo di Merlino? Egli viene trattato in modo del tutto esclusivo: la sua abitazione non viene sottoposta a perquisizione, né gli viene chiesto seriamente di procurarsi un alibi per il giorno della strage. La sua testimonianza è fondamentale, perché canalizza le indagini verso il circolo, e porta Pietro Valpreda a Roma.

·         Pinelli viene trattenuto in stato di fermo illegalmente, perché oltre le quarantotto ore previste, senza proroga del magistrato. Permangono inoltre dubbi sulle modalità della sua morte.

·         Anche l’incriminazione di Valpreda presenta caratteri di straordinarietà: il suo arresto a Milano è seguito per fortunosa coincidenza da…Giorgio Zicari; successivamente, viene portato a Roma, e solo dopo il riconoscimento da parte di Rolandi viene a conoscenza della gravissima accusa a lui rivolta.

In terzo luogo, l’inquinamento di testimonianze e indizi. Se vogliamo, la distorsione più grave, in quanto ha il duplice effetto di portare le indagini su binari morti, e montare ad arte testimoni ed indizi che avrebbero potuto invece avere un’utilità decisiva nell’indirizzare la giustizia verso i veri colpevoli.

·         Su Pinelli pesa la testimonianza del Novali, che l’avrebbe individuato, a partire da una foto di giornale, come il conducente di una Giulietta che si allontanava dal luogo dell’attentato. Ma egli riconosce una foto vecchia, dove non c’è traccia della vistosa barba che l’anarchico si era fatto crescere di recente. Inoltre, questo fragile edificio accusatorio scompare inspiegabilmente dagli atti del primo processo, per poi non ricomparire più. Boatti, in merito, ipotizza un cambio di strategia delle forze che intendono addomesticare l’opinione pubblica: l’ipotesi della presenza sul luogo dell’attentato di Pinelli, una volta accusato Valpreda, appare un controsenso, così la testimonianza distorta per accusarlo viene semplicemente epurata dalle indagini.

·         Un misterioso frammento di vetro, rinvenuto non si sa dove e non si sa da chi, viene tirato fuori al momento opportuno, solo ad analisi eseguite, dalla polizia scientifica di Roma, ed esibito ai magistrati che stanno indagando. Si tratta, dicono, di un reperto rinvenuto nella Banca Commerciale, il cui materiale coincide con quelli utilizzati da un artigiano di Roma, presso cui lavora Valpreda. Tuttavia, nessuno aveva scritto di aver visto tale vetro prima del 1970. E non compare neppure tra i reperti rinvenuti nel sopralluogo alla Banca.

·         Anche la testimonianza di Rolandi subisce vistose forzature. Valpreda non assomiglia all’uomo descritto verbalmente dal tassista. Prima del riconoscimento, viene presentata al testimone una foto di Valpreda – per cui si può ipotizzare la volontà di indirizzare la sua identificazione. Al momento del confronto all’americana, egli indica sì Valpreda, ma dichiara: “se non è lui, chi altri può essere (in dialetto)”. Infine, ci sono incongruenze sul tragitto percorso dal taxi il 12 dicembre: la ricostruzione della strada fatta da Valpreda (che ha anche difetti di deambulazione) per avvicinarsi alla Banca fa a pugni con la logica. Infatti sembrerebbe allontanarlo dal luogo piuttosto che favorirne l’avvicinamento.

La pista nera

La traccia investigativa che porta alla cellula nera padovana subisce una sorte complementare ed opposta rispetto alla pista anarchica. Infatti le prove a carico di Freda e Ventura vengono occultate, le testimonianze minimizzate, le persone che più si prodigano per dimostrare la loro colpevolezza ostracizzate da Roma (è il caso del commissario Iuliano), oppure ostacolate nelle indagini (il giudice D’Ambrosio).

La preoccupazione maggiore delle forze che intendono insabbiare la pista nera riguarda ciò che Ventura e Freda sanno, le persone che conoscono, le rivelazioni che potrebbero fare. Le loro parole davanti ai giudici potrebbero aprire una falla nella rete dell’eversione nera, ma soprattutto portare più in alto, collegare la strage ad apparati statali cosiddetti ‘deviati’.

L’attività di prevenzione di questa eventualità viene svolta da quegli stessi agenti che si interessano di sospingere la pista anarchica. A dimostrarlo, sono le modalità di azione, simili nonostante partano da scopi diametralmente opposti. Infatti, le operazioni si svolgono su due fronti: distrazione dell’opinione pubblica dalla rilevanza della pista nera; occultamento delle prove che possono ricondurre ad essa in sede giudiziaria.

In primo luogo, dunque, si segnalano gli esempi di allontanamento, geografico, temporale, ideologico, dalla verità sul 12 Dicembre 1969. Una distanza a più livelli, fortemente cercata, perché toglie testimoni, allontana i ricordi, ma anche distrae l’opinione pubblica, sottrae comprensione, offusca il senso stesso della strage.

·         La testimonianza di Guido Lorenzon sulle confidenze avute da Giovanni Ventura si dimostrerà col proseguire delle indagini del tutto veritiera e probante. Eppure le sue dichiarazioni vengono minimizzate e poi ignorate dai magistrati romani che sono, in quel dicembre ’69, del tutto presi dalla infeconda pista anarchica. I magistrati trevigiani allora devono mettersi in proprio: così l’incriminazione per Freda e Ventura giungerà solo nell’aprile 1971.

·         La tempestiva (16 dicembre ‘69) segnalazione del venditore di borse di Padova, relativa ad un acquisto sospetto avvenuto due giorni prima della strage, viene ‘fagocitata’ dall’Ufficio Affari Riservati, che sottrae le prove indiziarie raccolte alle indagini fino al settembre 1972.

·         La dilatazione dei processi avviene nel tempo (l’ultimo processo, il settimo, si è chiuso nel 2005), ma anche nello spazio. Infatti, sin da quando Valpreda viene portato a Roma per il confronto con Rolandi, è nella capitale che vengono svolte le indagini sulla pista anarchica. In parallelo, in Veneto prende corpo la pista nera. Bisogna attendere il 1972 perché gli atti delle due piste vengano dichiarati di incompetenza territoriale e portati nella sede naturale, a Milano. Tuttavia, il procuratore della repubblica trasferisce tutto dopo pochi mesi a Catanzaro, per ‘motivi di ordine pubblico’. È quest’ultima, paradossale decisione il sintomo forse più evidente della volontà di allontanare il processo dall’attenzione dell’opinione pubblica. Il tempo perduto, nel peregrinare del processo da una sede all’altra, viene utilizzato dai servizi segreti per organizzare l’evasione di Freda e Ventura dal carcere di Monza; in generale, dà il tempo ad agenti sommersi di ergere nuove barriere ad occultamento della verità.

·         La decomprensione infine, può essere anche ideologica. È quello che, sin dal principio, tentano di fare Freda e Ventura: mostrarsi agli inquirenti di orizzonte politico opposto, in modo da negare i reciproci legami, aprire false piste di indagine, impedire una chiave di lettura (ideologica) univoca dietro la strage. Alle procedure ‘false flag’ risponde anche l’operato di Mario Merlino, l’infiltrato nel circolo 22 Marzo, il ‘motore’ della pista anarchica. Presente di persona, nel 1965, a quel convegno dove tale modus operandi veniva richiamato e teorizzato. Vuole mascherarsi da ‘rosso’ anche il libretto (scritto da Ventura) “La giustizia è un timone, dove la si gira va”, con copertina per l’appunto di tale colore.

In seconda battuta, segnaliamo il ripetuto inquinamento di prove che avrebbero potuto indirizzare gli inquirenti verso la cellula nera padovana.

·         La deflagrazione di un reperto importantissimo come la borsa inesplosa alla Banca Commerciale. La scomparsa del cordino posto su di essa, che poteva essere collegato in modo decisivo al venditore di borse padovano.

·         La lacunosa perizia svolta sui Timer usati per ritardare l’esplosione degli ordigni del 12 dicembre.

·         La deflagrazione, inspiegabile, dell’esplosivo ritrovato nel muro di casa Marchesin nel 1971, eseguita dai carabinieri alla presenza di Freda, senza raccogliere campioni.

·         I timer, le borse, le cassette metalliche, l’esplosivo sono prove indiziarie il cui collegamento con Freda e Ventura era stato testimoniato da varie fonti (Ruggero Pan, l’elettricista Fabris, ditte produttrici, Lorenzon). Tuttavia, in sede di processo viene progressivamente ridotta la loro importanza, fino alla vanificazione degli indizi raccolti.

Il caso Giannettini

Senza dubbio Giannettini è l’indiziato grazie al quale gli inquirenti vanno più vicini a lambire logiche di potere molto grandi, che investono i servizi segreti e la stessa credibilità di noti esponenti politici.

La sua rete di conoscenze rispecchia quelle convergenze già in precedenza evidenziate tra alte cariche militari (il generale Aloja), il mondo dell’eversione (i neofascisti di Ordine Nuovo ‘studiano’ sui suoi manuali), ed ovviamente i servizi segreti. Giannettini è un teorico della guerra non ortodossa: di norma scrive per i giornali dell’Arma, ma è anche relatore al famigerato convegno del 1965.

Non deve stupire dunque che le indagini sul suo conto vengano ostacolate con ogni mezzo disponibile.

·         Esfiltrazioni: nel 1973, Giannettini viene espatriato dal SID a Parigi. Nello stesso anno, l’operazione riesce con Marco Pozzan, ‘factotum’ di Freda ed esponente dell’eversione nera padovana. Fallisce invece l’esfiltrazione di Ventura, per sua stessa volontà.

·         Segreto militare: viene opposto al giudice D’Ambrosio, quando questi nel 1973 pone domande scomode al servizio sul conto di Giannettini. Già l’anno precedente, riguardo alle carte riservate in possesso di Ventura, il giudice aveva bussato alla porta del servizio, che ne aveva negato la responsabilità.

·         La nota del SID (di cui si parla più diffusamente in seguito): riportante la data del 17 Dicembre 1969, forse manipolata in seguito, in relazione alla strage della Banca fa i nomi di tutti (anarchici, ma anche neofascisti), tranne quello del proprio agente.

Non si deve trascurare poi un altro fatto: se le indagini su Freda e Ventura hanno rivelato i loro legami con il servizio, le indagini sul servizio rischiano di porre domande scomode riguardo le responsabilità politiche del suo operato. Infatti, il coinvolgimento di Giannettini nel processo trascina con sé anche uomini politici come Andreotti e Rumor, chiamati a rendere conto della posizione dello Stato nei confronti del servizio e del suo agente. Al di là del clamore suscitato, i risvolti della vicenda sono impietosi: dietro i silenzi ostinati e le amnesie dei politici chiamati in aula, c’è l’ammissione di una imbarazzante complicità, o per lo meno una grande occasione persa per prendere le distanze da un servizio che agisce ampiamente oltre i margini delle istituzioni e della legalità.

Le variabili sommerse della strategia della tensione (1969-1974)

Tornando all’analisi di Biscione, il quadro generale della strategia della tensione appare molto più problematico e discontinuo di quanto possa apparire ad una prima impressione.

Ciò che è chiaro è l’emergere in modo significativo di un nuovo tipo di violenza: non più accessorio e incorporato alle istituzioni, ma brutale e sconvolgente; un tentativo, dice l’autore, di esproprio della politica ad opera di agenti esterni.

Tale violenza è funzionale ad un disegno complessivo, che intende attribuire all’azione delle sinistre un clima generale di tensione, onde portare l’opinione pubblica ed il paese a destra. A questo disegno è funzionale, ad esempio, la campagna di stampa (dicembre ’69) che intende fare di Annarumma un martire dell’ordine, quasi che la sua morte sia l’inevitabile conseguenza di un biennio segnato dalle contestazioni giovanili e operaie. Ma questo è solo il preludio di un’escalation terroristica di ben altro spessore ed impatto emotivo, di cui Piazza Fontana rappresenta il primo, eclatante capitolo.

Se della strage si è già diffusamente detto, bisogna però per correttezza tornare a ragionare sulle sue dinamiche interne. Difatti, è facile, quando si ragiona su di un quadro complessivo, conformare ad un unico giudizi vari indizi, anche se portano a conclusioni discordanti. Lo sguardo critico dei due autori ci permette invece di soffermarci su certi documenti, certi fatti inerenti alla strage che resistono ad una lettura a senso unico.

Ad esempio, c’è una notevole discrepanza tra l’analisi di Biscione e di Boatti, in relazione alla univocità d’intenti, da parte delle forze sommerse, di insabbiamento della pista nera. In particolare, riguardo al presunto appoggio che servizi e uomini politici avrebbero dato all’effettiva realizzazione dell’attentato. Appoggio che Biscione tende ad escludere (mentre sarebbe conclamata l’azione di copertura): egli trova rivelatrice in questo senso la nota del SID del 17 dicembre, che addossa le responsabilità alla cordata Merlino-Delle Chiaie-Aginter presse, smontando così la pista anarchica.

Di altro avviso Boatti, che evidenzia la problematicità di quell’appunto. Si tratta, dice, di una ‘fisarmonica’, ovvero una ricostruzione che suona la musica che si vuole sentire, dice e non dice. E’ un ombrello protettivo sui servizi, trovatisi nella scomoda situazione di dover spiegare la posizione di Giannettini. Dal punto di vista del SID, assumere qualsiasi posizione è problematico: se sapevano della strage, ammettono di non essere riusciti a fermarla. Tuttavia, se non sapevano della strage, farebbero sorgere domande sulla loro effettiva utilità.

Così nasce la fisarmonica. Che non è nota univoca, né porta il Sid ad assumere in modo chiaro nessuna delle due posizioni sopra descritte. Tende invece a mescolare nero a rosso, poiché, a differenza di Biscioni, Boatti vede in essa un supporto alla pista anarchica, supportata però da un retroterra nero. Si tratterebbe dunque dell’ennesimo tentativo di depistaggio. La nota del SID torna a far parlare di sé nel 1985, quando in un memoriale Delle Chiaie espone la sua tesi: l’appunto sarebbe stato gonfiato ad arte nel 1973, ed artificiosamente presentato come di poco posteriore alla strage.

In realtà, la fisarmonica tanto minuziosamente descritta da Boatti acquista una chiave di lettura suggestiva se agganciata alle considerazioni di Biscione, in merito alle relazioni tra eversione nera ed istituzioni dopo il 1969.

A tale proposito, è necessario introdurre la ricostruzione di Fulvio Bellini (1978): essa può spiegare perché ci siano momenti, durante i processi su Piazza Fontana, in cui il Sid sembra ‘scaricare’ gli stragisti neri, mentre in altri sembrerebbe offrire loro protezione.

Egli sostiene di essere a conoscenza da fonti inglesi (non una bizzarria: l’Observer è il primo giornale ad usare, il 14 dicembre 69, l’espressione “strategy of tension”) di una trama dei filoamericani in Italia come input iniziale della strategia della tensione. La fazione si identificherebbe con la socialdemocrazia (a cui appartiene l’unico esponente politico accreditato al convegno del 1965, Ivan Matteo Lombardo) e farebbe riferimento a Saragat (che si era espresso con parole sinistre già all’indomani della morte di Annarumma). Primo ostacolo: viene ‘umanamente’ difficile pensare a uomini politici all’apparenza moderati che ordinano una strage. Per mitigare tale posizione, Biscione sembra dare credito alla tesi secondo cui la bomba è esplosa solo per un disguido quando la banca era ancora aperta (tesi che Boatti respinge decisamente, ritenendola un tentativo di scaricarsi di responsabilità degli imputati agli occhi dei giudici).

All’indomani della strage, Bellini parla di un accordo tra Moro e Saragat, per affossare la pista investigativa delineatasi sulla nota del SID, in cambio dell’abbandono da parte di Saragat dei propositi terroristici.

E’ da rilevare in questa ricostruzione, che Biscione considera “non implausibile”, una certa schizofrenia della politica, che vuole da un lato riappropriarsi della propria centralità nella gestione del potere, dall’altro ha la necessità di mantenersi credibile dinanzi all’eventualità che siano scoperte le collusioni con i servizi ‘deviati’ e l’eversione. Inoltre, la suggestiva interpretazione di una strategia ‘senza testa’ dopo il 1969 trova il riscontro in alcuni fatti: la strage di via Fatebenefratelli del 1973, ordita per colpire Rumor (reo di non aver proclamato lo stato d’emergenza dopo il 12 dicembre), la strage di Peteano del 1972, il cui autore rivendica l’autonomia del proprio gesto rivoluzionario, distinguendosi implicitamente dai ‘camerati’ che avevano agito in complicità  con lo Stato. Un’escalation di matrice neofascista, culminante negli attentati del 1974, propugnata come una sorta di ricatto allo Stato, compromesso dall’iniziale complicità con gli stragisti neri.

A conforto della tesi può essere letta anche l’intervista di Andreotti del ’74, se vogliamo interpretare le sue rivelazioni come un proposito, non colto, di far rientrare il servizio segreto nei ranghi della legalità.

Questa seconda fase, che seguendo Bellini potremmo definire di autonomia dei neofascisti, viene fatta concludere dagli storici nel 1974, anno in cui si verificano diversi eventi significativi. Andreotti ‘scopre’ Giannettini, D’Amato lascia l’Ufficio Affari Riservati, cade Nixon, cade il regime parafascista portoghese ed i colonnelli greci. Ma soprattutto, la strage dei lavoratori in Piazza Della Loggia smaschera la matrice nera dell’attentato, compromettendo definitivamente la strategia ‘false flag’ che doveva essere funzionale al consenso per una svolta a destra del paese.

Per chi desidera passare una serata (ma prima digerite, mi raccomando) in compagnia dei "misteri d’Italia", propongo questa relazione in più parti.
I libri visionati sono:
Il sommerso della Repubblica
di F.M.Biscione (Bollati Boringhieri 2003)

Piazza Fontana di G.Boatti (Feltrinelli 1993)
Una indispensabile fonte di dati, interviste e giornali del tempo:
Il paese mancato di G.Crainz (ED 1999)

Se siete di quelli che in un libro, guardano per prima cosa l’indice:
1_L’oggetto di studio

2_L’antifascismo come discrimine di conflitto

3_Doppia lealtà e doppio stato

4_Le radici antiche del sommerso

5_Una guerra civile a bassa intensità

6_Gli anni del centro-sinistra (1960-1964)

7_1965:Il convegno all’Hotel parco dei principi

8_Piazza Fontana: una lettura sommersa

9_La pista anarchica

10_La pista nera

11_Il caso Giannettini

12_Le variabili sommerse della strategia della tensione (1969-1974)

13_La p2 ed il ‘salto di qualità’ (1975-1981)

14_Dagli anni ’80 alla seconda repubblica: l’ascesa della nuova destra

Si consiglia una preliminare, anche sommaria, conoscenza della storia del dopoguerra italiano, onde meglio apprezzare i contenuti. Buona lettura.


L’oggetto di studio

Il testo di Biscione prende in esame la storia italiana dal dopoguerra fino alle elezioni del 2001. In tale fase storica, spiega l’autore, il paese è stato attraversato da una conflittualità strisciante, esplosa a tratti anche in modo cruento. La tesi sostenuta dal libro individua nel “sommerso della repubblica” l’elemento destabilizzante fonte di tale conflittualità, e nell’antifascismo il principale discrimine di conflitto con le istituzioni del paese.

L’andamento del libro ricerca una progressiva definizione delle caratteristiche del sommerso. Il compito è tutt’altro che banale, poiché non si tratta di un movimento con un’espressione politica duratura e di facile identificazione. E neppure si tratta di un’entità ‘deviata’, che agisca a parte rispetto alle istituzioni; piuttosto, le agita dall’esterno e dall’interno, con azioni e soggetti differenti.

Come un reagente, il sommerso si rivela nella misura in cui annoda le proprie vicissitudini con la vita politica ‘ufficiale’ dell’Italia; nei suoi rapporti con le vicende giudiziarie; nelle collusioni ed i sodalizi con le potenze straniere. Insomma, solo facendo ‘reagire’ il sommerso con la storia dell’Italia repubblicana, si può comprenderne meglio i contorni, gli intenti, le effettive modificazioni che ha portato alle vicende del Paese.

L’antifascismo come discrimine di conflitto

Biscione identifica nel suggello del patto costituzionale il momento di definitiva scissione del sommerso dalle altre componenti della società. Scissione ideologica, ma anche effettiva: l’autoesclusione dal gioco politico porterà le forze sommerse ad agire sempre più ‘a parte’ rispetto alle legali vie della democrazia, sospingendole lungo la china dell’illegalità e dell’eversione.

Vediamo brevemente in cosa consiste, ed in che modo si è sviluppata, tale scissione.

Il principio sulla quale viene modellata la Costituzione Italiana è l’antifascismo. Infatti, i partiti di maggioranza nell’assemblea costituente provengono dalla dissoluzione del CLN; sono i maggiori fautori dei valori fondamentali espressi nella carta, poiché leggono il Paese come una democrazia parlamentare, nata in linea diretta dalla Resistenza ed in netta opposizione con la dittatura Fascista precedente. Sono le forze, ed i valori, nei quali il sommerso non riconosce la propria rappresentanza.

Discorso a parte merita un altro partito che raccoglie seggi nel giugno ’46, denominato ‘L’Uomo qualunque’. Si pone in aperta contrapposizione con la linea del CLN, raccogliendo le simpatie dei nostalgici del ventennio, nonché di alcune gerarchie ecclesiastiche.

Biscione pone giustamente l’accento su tale formazione politica, perché il suo programma delinea alcune delle idee cardine del sommerso: la lotta al comunismo, un’economia totalmente in mano ai privati, la negazione della presenza dello stato nella vita sociale del paese. Il riflesso di queste intenzioni è un’ideologia liberista, che sostituisce all’antifascismo l’anticomunismo come matrice ideale di riferimento.

Abbiamo dunque una prima contrapposizione: da una parte, i partiti (PCI e DC in primis) che si riconoscono nell’antifascismo come fondamentale collante della nazione. Dall’altra, coloro che non accettano tale vincolo, lo sostituiscono con l’anticomunismo, rispondono a logiche corporative, non riconoscono la centralità del dettato costituzionale e del parlamento, non si rispecchiano nella democrazia di massa.

In senso inclusivo, rispetto a queste realtà, Biscione legge la svolta centrista del maggio 1947, quando De Gasperi esclude le sinistre dal governo. La mossa è cruciale per i destini della Democrazia Cristiana, perché le permette di ‘aprire’ a quella componente della società, riconosciutasi nell’Uomo qualunque, che avrebbe prodotto altrimenti una propria espressione politica.

Assistiamo dunque alla nascita dell’identità politica della DC, come partito antifascista (soprattutto al vertice), ma contrapposto alle sinistre. La sua egemonia segnerà l’intero arco della Prima Repubblica (E’ interessante notare come, a fortificare la lettura di Biscione, partiti di centro-destra forti di ispirazione estranea all’antifascismo siano sorti solo prima e dopo il 40ennio DC: L’Uomo Qualunque e Forza Italia).

Doppia lealtà e doppio Stato

Gli anni del centrismo (1947-1959) sono segnati dunque dall’equilibrio del sistema degasperiano. I risultati elettorali del 1953 consegnano al paese una forza filoatlantica al governo, la DC, ed una filosovietica all’opposizione, il PC, con un margine tra i due schieramenti tale da consentire alla politica interna italiana di rispecchiare la sua collocazione nel contesto internazionale della guerra fredda.

Proprio in relazione a tale contesto, gli storici si dividono riguardo a due questioni: la misura in cui ha inciso sugli avvenimenti interni del paese, e fino a quali anni (ed eventi) si sia protratta tale influenza. Biscione, in proposito, contesta l’interpretazione più inclusiva, che vede nelle vicende italiane (inclusa la strategia della tensione) una mera proiezione sul suolo nostrano del conflitto tra superpotenze.

Egli adotta come punto di partenza il testo di Franco De Felice ‘Doppia lealtà e doppio stato’ (1989). In esso, viene esposta la tesi secondo cui la Dc ed il Pci contengono una intrinseca doppiezza, poiché fedeli ai valori antifascisti della Costituzione, ma al tempo stesso vincolati dagli appoggi internazionali. Il doppio Stato che ne emerge non è da intendersi come una separazione a tenuta stagna tra due entità, quanto piuttosto come la continua oscillazione della stessa entità da una fedeltà all’altra.

Le tesi DeFeliciane vengono sostanzialmente accettate da Biscione, poiché sfumate a sufficienza da permettere una coesistenza della doppia lealtà con le forze del sommerso. Infatti, tra le due chiavi interpretative, l’autore evidenzia alcuni punti di convergenza, ma tiene soprattutto a rimarcare delle differenze. Non è possibile ricondurre le peculiarità del sommerso allo schematismo dei blocchi. L’atlantismo per le forze che ne fanno parte è solo l’ideologia di riferimento, letta soprattutto in opposizione alla minaccia comunista, intesa in senso ampio (il Pci e l’Unione Sovietica, ma anche i sindacati e gli operai).

Vi sono invece tratti del sommerso che possono essere spiegati solo in rapporto alla nostra storia nazionale. Ad esempio, il corporativismo, il sistema clientelare, parte integrante della loro visione economica, sono certo pratiche anteriori alla guerra fredda, e da essa indipendenti.

Ad altra logica risponde invece l’organizzazione Gladio. In una fase storica in cui il Pci non ha ancora rinunciato all’opzione rivoluzionaria, la presenza di una organizzazione militare a scopo precauzionale può essere considerata un’inevitabile riflesso dell’appartenenza dell’Italia alla NATO.

Secondo Biscione dunque Gladio non c’entra con il sommerso, poiché si richiama ad esigenze di equilibrio internazionale. E del tutto implausibile pare anche una interpretazione inclusiva dell’organizzazione, che riconduca alle trame atlantiche l’insieme delle deviazioni dello Stato in epoca repubblicana.

Le radici antiche del sommerso

Le forze del sommerso non solo sono anteriori e di nascita autonoma rispetto alla guerra fredda, ma se ne possono rintracciare le caratteristiche addirittura in epoca pre-fascista; l’entità cara a Biscione tende qui all’astrazione, poiché viene investita di una natura quasi antropologica, la sua presenza manifestatasi sin dagli albori nella vicenda politica italiana.

Un carattere paradigmatico viene attribuito a forze sommerse anche dal memoriale Moro, quando parla dei fautori della strategia della tensione, ovvero “coloro che nella nostra storia si trovano periodicamente […] dalla parte di chi respinge le novità scomode e vorrebbe tornare all’antico.”

Le “novità scomode” che interessano a Biscione in questa sede possono riassumersi nel difficoltoso processo di inserimento delle masse nel meccanismo democratico, con cui l’Italia si comincia a confrontare a cavallo del 1900. Difficoltà che si prestano ad essere affrontate con un uso della forza pressoché permanente (l’autore cita a titolo d’esempio i fatti di Milano del 1898 e lo squadrismo: legalità ed illegalità). Biscione scrive in merito una considerazione molto significativa, perché evidenzia l’unicità della situazione italiana: “L’Italia è stato forse l’unico paese dell’Occidente in cui la democrazia non è stata edificata dalla borghesia, […] ma dalle élites dei partiti di massa”.

La borghesia (o almeno una sua componente significativa), secondo l’autore, non solo non si è prodigata per una maggiore partecipazione popolare nell’apparato statale, ma ha ricercato, in modo spesso violento, l’espunzione della democrazia dalle masse. Questa frazione di borghesia è dunque una classe dirigente reazionaria, detentrice di forti interessi privati e imprenditoriali (tratti a cui si richiama, si ricordi, il programma dell’Uomo qualunque), radicata nel territorio ed incline alle frammentazioni proprie delle clientele locali. Essa non aderisce alla Costituzione, ma anzi si auto-esclude dalla vita parlamentare, diventa ‘invisibile’ alle regole della democrazia; tuttavia influisce, con alterni gradi d’intensità, sulla vita dello Stato.

Si troverebbe in seno a questa prima scissione della classe dirigente il seme del sommerso; la ‘borghesia violenta’, come la chiama Biscione, matura un sentimento di estraneità alla politica attiva, alla democrazia di massa, che si tradurrà definitivamente in avversione per l’assemblearismo parlamentare, per i partiti del CLN e la costituzione da essi sancita. Avversione che, perpetuata con metodi violenti, clandestini ed illegali, è fortemente incline a tradursi in eversione.

Una guerra civile a bassa intensità

In relazione agli eventi successivi al 1947, l’interesse generale di Biscione è quello di ricostruire l’evoluzione del sommerso: in che misura e con che modalità queste forze hanno influenzato gli avvenimenti italiani, come si è sviluppata e corretta nel tempo la loro strategia, infine da quali componenti della politica e della società sono state di volta in volta impersonate.

L’indagine è volta dunque a stabilire in che modo l’agente sommerso che abbiamo delineato si coniughi con la “guerra civile a bassa intensità” (L’espressione è di Giovanni Pellegrino). La formula è stata coniata per esprimere la natura di un conflitto che sembra percorrere l’intera storia repubblicana, con alterne vicende, ma avente per minimo comun denominatore il costante uso della violenza.

La realtà dei fatti resiste, secondo l’autore, alle tentazioni riduzioniste. Infatti, se da un lato egli trova nel sommerso un filo conduttore coerente per tali avvenimenti, dall’altro riconosce la diversa valenza e forma che la violenza ha assunto nelle varie fasi della “guerra civile”.

Per esempio, durante gli anni del centrismo la violenza (mobilitazione in seguito all’attentato a Togliatti – 1948, eccidi dei lavoratori a Modena – 1950) deriva spesso da un’azione governativa di contenimento, non dimentica delle brutalità del ventennio (si ricordi che quasi tutte le alte cariche della polizia si erano formate, per ragioni anagrafiche, prima della guerra, ed il ricambio era stato inconsistente). Tuttavia, essa ha carattere solo accessorio alle istituzioni; nulla aggiunge all’equilibrio politico, ma ne è per così dire una propaggine. Diversa forma assumerà invece la violenza negli anni a seguire.

 

Gli anni del centro-sinistra (1960-1964)

 

Il punto di rottura dell’equilibrio centrista è la crisi del luglio 1960; l’apertura a sinistra che ne conseguirà è carica di conseguenze, poiché segna la mobilitazione significativa delle forze del sommerso.

Quella che termina, come detto, con un’apertura a sinistra, comincia in realtà con un’apertura a destra: il governo Tambroni, formato nel 1960, si appoggia sui voti decisivi dell’MSI. Il congresso di Luglio del partito di estrema destra si tiene, quasi per provocazione, a Genova, città medaglia d’oro per la resistenza. L’evento scatena una mobilitazione su larga scala, da parte delle associazioni sindacali, partigiane ed i partiti della sinistra, che riescono ad impedire lo svolgimento del congresso, provocando anche la successiva caduta di Tambroni, e l’inizio delle ‘convergenze parallele’, ovvero la travagliata stagione del centro-sinistra.

I fatti di Genova assumono una duplice valenza, a seconda dei punti di vista.

Da un lato, possono essere letti come una prova di forza della componente antifascista, che rinsalda con una vittoria il patto costituzionale e collante dell’equilibrio politico del paese.

Dall’altro, l’impressionante capacità di mobilitazione delle forze della sinistra sono un campanello d’allarme per quelle forze conservatrici e anticomuniste ben radicate nel paese.

Un primo sintomo della consistenza di questa seconda lettura sono i morti nelle manifestazioni popolari di Licata, porta San Paolo a Roma, Reggio Emilia, che succedono di pochi giorni dal 2 Luglio, giorno fissato per il congresso di Genova.

Il governo e parte della stampa interpretano le cariche sui manifestanti come la difesa da manovre insurrezionali comuniste. In merito, Biscione rileva solo come il bagno di sangue fu funzionale a presentare il governo come il campione dell’ordine prestabilito.

 

Ciò che più è significativo, è la mobilitazione in funzione antigovernativa che segue all’ingresso dei socialisti nell’area di governo. I tentativi di riforma, volti al rimodernamento del paese, sono letti dalle forze conservatrici come una ‘sovietizzazione’. Esse mirano a preservare la frammentarietà degli interessi locali, a discapito di un piano di respiro nazionale (è il caso ad esempio del tentativo di riforma urbanistica avviato da Sullo). In secondo luogo, vedono minacciato il diritto all’illegalità diffusa, all’imprenditoria non regolamentata, alla speculazione edilizia e all’evasione fiscale.

Il punto d’approdo dell’avversione di una parte significativa del paese per il centro-sinistra è il piano di Golpe redatto dal presidente Segni e del generale De Lorenzo nella primavera 1964: non riconducibile nel concreto alle forze sopra descritte, ma funzionale ai loro interessi e alle aspirazioni di svolta a destra. Anche se il piano non viene attuato, basta paventarne la presenza negli ‘ambienti giusti’, perche la crisi del governo Moro venga ricomposta in chiave moderata, ossia ridimensionando fortemente le aspirazioni di riforma dei socialisti.

La lezione politica del 1964 è la seguente: ciò che non era riuscito nel 1960 con un attacco frontale al fronte antifascista, riesce in quel frangente con un discreto ‘rumor di sciabole’.

 

La vicenda del piano Solo ha dunque molto da insegnare alle forze del sommerso: in primo luogo, le sospinge ad un progressivo allontanamento dall’apparato istituzionale, cioè vengono indotte ad agire sempre più ‘a parte’ rispetto all’assemblea parlamentare. Il passaggio segna anche l’espropriazione graduale del potere decisionale dalla politica.

 

In secondo luogo, l’estate 1964 segna la sovraesposizione dell’elemento militare. Se questa è una costante della guerra fredda, è tuttavia anche un sintomo interno: esiste una forte componente, in seno alle forze armate, che si sente legittimata a far prevalere lo spirito di corpo sull’interesse dello Stato. Si tratta dunque di elementi pronti ad agire anche a danno dell’apparato statale pur di, evidente paradosso, difenderlo dall’aggressione comunista. In questo senso va letta la preparazione per una guerra non ortodossa al nemico interno, a cui le forze armate sono sottoposte dal momento in cui il generale Aloja prende il comando: i corsi di ardimento (dal 1962), il libretto “Mani rosse sulle FF.AA” di Giannettini e Rauti (1966), le lettere di Freda e Ventura agli ufficiali del triveneto(1966), ne sono significativi esempi.

 

Infine, guadagna sempre maggiore rilevanza il lavoro di intelligence: a disposizione, c’è l’esempio del Casellario Politico Centrale di epoca fascista, ed il suo minuzioso compito di controllo di sovversivi, sindacalisti ed esponenti politici. È ragionevole pensare ad una continuità dell’archivio, nonché del lavoro di schedatura. A farsene carico, in epoca tambroniana, è il SIFAR. Proprio Tambroni e De Lorenzo fondano la propria legittimazione politica e il proprio prestigio sull’attività di intelligence. A partire dagli anni ’60, i servizi segreti e le loro attività di controllo e spionaggio guadagneranno sempre maggiore autonomia dalla politica, dalla legalità, dal dettato costituzionale, tanto che è prassi comune oggi parlare di servizi ‘deviati’ in relazione a quel periodo ed all’immediatamente successivo (ed è forse questa l’unica verità storica accettata da ogni schieramento politico in merito alla strategia della tensione).

1965: Il convegno dell’Hotel Parco dei Principi

È opinione comune di molti storici considerare il convegno all’Istituto Pollio come uno snodo centrale per comprendere i capisaldi teorici della guerra non-ortodossa, e della strategia della tensione che ne sarà emanazione diretta negli anni a venire.

Il tema del convegno è la guerra rivoluzionaria, ed i modi per contrastarla. La tesi condivisa dai partecipanti è che l’attacco sferrato dal comunismo all’occidente sia penetrato a fondo nei gangli vitali della società, ed è pertanto necessario radicalizzare le misure di intervento.

È legittimo ritenere che qui si fondino i presupposti teorici per una certa via, estremamente cruenta, di sospingere il paese ad una svolta autoritaria a destra. Ciò avviene, secondo le relazioni presentate, nelle seguenti modalità: infiltrazione nelle file degli opposti estremismi; favoreggiamento di un’escalation terroristica che li veda coinvolti; conseguente confusione e sconcerto dell’opinione pubblica; instaurazione di un governo autoritario, con appoggi internazionali di orientamento fascista oppure atlantico, che reprima la minaccia comunista con l’appoggio di una opinione pubblica adeguatamente spaventata.

Una strategia su larga scala, che si deve appoggiare di necessità su nuclei operativi posti su diversi livelli. Abbiamo gli esponenti dell’eversione nera, che sono il braccio armato della struttura. Ad un livello più alto, i militari e gli esponenti politici, convergenti sulle aspirazioni golpiste (o comunque di svolta a destra), che coordinano e offrono tolleranza e protezione politica ai terroristi neri. A parte, il lavoro di intelligence dei servizi segreti (da segnalare anche che è il SIFAR a finanziare il convegno), che garantisce informazioni, copertura, depistaggio sulle indagini, al fine di far ricadere le colpe sui ‘rossi’ o sugli anarchici. Infine, è lecito supporre un appoggio economico e logistico da parte di organizzazioni internazionali su posizioni neofasciste (OAS, Aginter presse), oppure servizi segreti stranieri, in particolare americani (CIA). L’appoggio di questi ultimi, aggiungo io, non è da minimizzare sul piano ideologico: gli atti del convegno del 1965 profilano una conversione della situazione italiana secondo i dettami dell’Operazione CHAOS (il piano CIA del 1963), nonché un’adesione ideale alle modalità d’intervento denominate ‘false flag’ e degli ‘opposti estremismi’.

Di ciò che si dice e si teorizza all’Istituto Pollio, colpisce in particolar modo la trasparenza d’intenti. Alla luce del sole, vengono esposti piani d’azione che trovano una inquietante sintonia con gli avvenimenti che di lì a poco funesteranno il paese. Basti notare che, tra i presenti, ci sono quegli stessi Delle Chiaie, Merlino, Giannettini e Rauti protagonisti delle istruttorie su Piazza Fontana e dell’eversione nera negli anni a venire.

Inoltre, la partecipazione di esponenti di alte cariche dello Stato, insieme a esponenti neofascisti, comprovati terroristi e giornalisti, evidenza un fascio di collegamenti e conoscenze tra i diversi ambiti che, negli anni, varie inchieste giudiziarie cercheranno di provare, incontrando l’ostilità di quegli stessi apparati oggetto d’indagine.

A domani con la seconda parte del dossier.

La verifica dei propri limiti

"L’unico consiglio che mi sento di dare ai giovani è questo: combattere per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che si ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio"*

Ci sono momenti nella vita di un universitario in cui ci si accorge di una evidenza: se avessi fatto meno, sarebbe stato uguale.
All’esame avrei preso lo stesso voto: se avessi studiato un po’ di meno, se avessi ricontrollato meno ciò che ho scritto, se avessi tirato via alcuni dettagli (luoghi affascinanti perchè estremamente affollati: nei dettagli c’è Dio, ma anche il Diavolo), se insomma avessi preso tutto con meno impegno.
Certo, sono momenti di passaggio. Perchè poi si procede come al solito, per amor della materia. Ma resta la convinzione che ci sia un’immensa gamma di volontà e dedizione che non possono trasparire da un registro o da un libretto (e succede anche nel caso opposto: quando arriva il 30 senza impegno).
Ciò nonostante, credo che fare le cose per bene sia una delle azioni che, nel nostro piccolo, ci dà più soddisfazione. E credo anche che ci siano modi di evadere la frustrazione di cui sopra.

Realizzare progetti modellati su se stessi. Proporsi agli altri in mansioni, come scrivere un libro, dipingere un quadro, fare un film, che sono imbevute della personalità del loro autore, e non possono assolutamente passare per belle se il loro autore è mediocre.
L’autonomia (lo spettro illimitato di possibilità), il lavoro indipendente è una sfida a sè stessi: rappresenta la riprova del nostro valore. Rischia di evidenziare la nostra mediocrità, ma anche di mostrare la nostra straordinarietà.
Se pensate di essere sufficientemente straordinari, mettersi alla prova è il modo migliore per decidere. E non indugiare, sospesi nel limbo delle scelte rimandate.
A questo gioco non si bara. Il genio esiste nella misura in cui sa comunicare la propria genialità agli altri. Chi si pensa taleuntuoso, ma non riesce a trasmettersi agli altri, e dice di essere incompreso, in realtà è un mediocre. L’empatia, la traccia lasciata nelle altre persone segna la differenza tra le persone straordinarie e non. Se non si ha successo, se insistere non paga, si è comunque avuto verifica dei propri limiti. Giunti sfiniti e stremati ad un bel niente, si è guadagnato qualcosa si prezioso: una migliore conoscenza di sè stessi, un nuovo punto di partenza.

E non si pensi che esistano solo vie artistiche per esprimere ciò: ogni campo dell’azione aspetta solo la propria rivoluzione. Rivoluzionate l’ingegneria, e sarete ancora più rivoluzionari degli artisti (tanto l’arte di sedicenti rivoluzioni ne vede tutti i giorni). Spesso le idee nascono dalle analogie. Magari siete l’unica persona al mondo che conosce contemporaneamente Clairvius Narcisse e Michele Sindona. Esiste chi conosce l’uno, chi conosce l’altro, ma solo voi entrambi. Fate la vostra analogia (un P2ista zombie?) e avrete la vostra rivoluzione.

Certo, non pretendo di insegnare niente a nessuno. Credo che ognuno abbia una propria idea di come ‘conoscere se stesso’, cioè di trovare il proprio spazio nel mondo ed emergere dal lungo fiume delle persone che ci sono nate e vissute. Esistono modi di realizzarsi che non passano necessariamente attraverso la fama.
Tuttavia, credo, bisogna finchè si è giovani torcere al massimo sè stessi, verificare i propri limiti, sgomitare e sorprendere finchè ci si illude di poter essere più speciali degli altri.
Se poi questo non accade, pazienza. Esistono vite modeste ma oneste. Anche la viticoltura può rendere felici.

*I.Montanelli

GORE!

GRECIA: A 9 ANNI DOTTORI SCOPRONO CHE HA IL SUO GEMELLO NELLO STOMACO

Bagnasco interrompe la pedicure per urlare il suo dissenso

Dolori allo stomaco lancinanti. Cosi’ una piccola di 9 anni e’ stata portata in un ospedale della Grecia centrale, il Larissa General Hospital. Qui i medici hanno scoperto che nello stomaco la piccola aveva l’embrione del suo gemello mai nato. I camici bianchi hanno quindi sottoposto la bimba a un intervento, rimuovendo la protuberanza in cui si nascondeva l’embrione.

Tuttavia, il Larissa quel pomeriggio era pervaso da un serpeggiante relativismo etico. Così, i famelici medici hanno approfittato della situazione, sottoponendo l’embrione ad inenarrabili sevizie.
Noi ve le narriamo in esclusiva: l’hanno imbavagliato affinchè non si lamentasse e non potesse pregare il suo dio; gli hanno tenuti aperti gli occhi a mò di arancia meccanica, costringendo il cattolicissimo embrione a sorbirsi un interno film di Ciprì e Maresco; infine, non contenti, hanno sperimentato sulla vittima cinque tipi diversi di cosmetici, di cui si sono successivamente unti le braccia, il collo e ogni parte scoperta del corpo.

Infine lo hanno condannato all’iniezione letale. Ebbene sì: non buttato nella spazzatura come i suoi fortunati simili, bensì sterminato con una crudele esecuzione. L’ennesimo atto di eugenetica perpetuato per interessi economici da scienziati nichilisti e musulmani.
Ma non è finita: poichè interamente composta da comunisti, l’equipe medica, dopo aver aggiunto un filo d’olio su consiglio dell’anestesista, ha infine consumato il fiero pasto dell’essere umano.

Il video della trasmissione "Che Tempo Che Fa", in onda sabato scorso, dove Fabio Fazio aveva come ospite Marco Travaglio.

Il povero Travaglio, le rare volte che compare in televisione, non raccoglie molta fortuna.
Era capitato con Luttazzi, quando nel 2001 il suo intervento fece chiudere i battenti a Satirycon, è successo sabato, dove ha alzato un gran polverone e lo sdegnato commento delle parti politiche.

Colpisce, ma ormai dovremmo averci fatto l’abitudine, l’univocità del dissenso. Non solo la destra ha attaccato Travaglio, come era scontato, ma neppure la Finocchiaro, intervenuta a portavoce del PD, ha sostenuto l’intervento del giornalista. Ed ovviamente, ad essi si è aggiunto Fazio (il cui timore per il politicamente scorretto rasenta il patologico). Solo Di Pietro è intervenuto in contrasto all’opinione comune.
Quali sono le colpe di Travaglio? Curiosamente, ciò che ha fatto molto scalporeè stata la sua dichiarazione sulle amicizie mafiose di Schifani. Si dice che fosse un insulto. Si dice che avrebbe dovuto avere un contradditorio.
Tuttavia, si chiede giustamente il giornalista, perchè una serie di fatti documentati dovrebbero costituire un insulto, e perchè qualcosa che è effettivamente accaduto dovrebbe necessitare di un contradditorio, come se fosse un’opinione?
Difatti, nessuno ha protestato circa la falsità delle sue dichiarazioni (che infatti sono comprovate), ha disturbato piuttosto il fatto stesso che le abbia enunciate. Decisamente uno sdegno non molto onesto, da parte di tutti.

In cos’altro, allora, ritengo abbia sbagliato Travaglio? In un’affermazione precedente a quella delle amicizie mafiose. Precisamente, quando paragona Schifani ad un lombrico, alla muffa. Questo non è un fatto (per quanto sia d’accordo sull’opinione espressa), in quanto Schifani ad un esame medico risulterebbe un mammifero appartenente al genere umano. Perciò, il suo assomiglia molto ad un insulto. Espressa in quella sede, è stata decisamente una mossa fuori luogo.

Si parla spesso della pessima salute di cui gode l’Istruzione pubblica italiana. Al centro della contestazione è spesso posta l’Università, che in quanto polo ultimo del percorso di uno studente dovrebbe poter formare figure professionali di spicco.
Il problema essenziale che viene spesso posto in rilievo è quello del merito: chi ha le qualità, in Italia, non viene premiato come accade altrove. Ci si ritrova, tutti insieme, nel magma indistinto e livellatore, che raccoglie il talentuoso e il mediocre, il voglioso e lo svogliato. Vale per alunni, ma anche per gli insegnanti: senza alcun premio alla dedizione, ma unicamente alla lunga militanza, lo Stato versa gli stessi stipendi all’analfabeta di ritorno ed al grande pensatore.
Un secondo problema, legato soprattutto al mondo universitario, è quello dell’inserimento nel mondo del lavoro. Senza per forza attaccarsi come solito al famigerato precariato (che meriterebbe discorso a parte; en passant, dico che l’"altra sponda", gli impiegati statali ab aeternum, non sono esattamente un modello di produttività e di prospettiva per il nostro paese), citiamo invece il florido mercato dei master post-laurea.
Terminato il ‘parcheggio’ universitario, che siano 3 o peggio 5 anni, lo studente poco accorto si trova nella sgradita posizione di avere preso una laurea in materie umanistiche (poniamo), non avere nessuna esperienza o quasi di rapporto lavorativo, di sapere un mucchio di teoria ma di non avere la minima idea di come muoversi nel mondo ‘di fuori’.
L’università moderna è spesso un altro liceo. Un prolungamento dell’alveo familiare, perchè gli esami sono diventati più facili, il carico di lavoro meno oneroso. Torme di maggiorenni (liceali, umanisti), soprattutto, si sentono in dovere di proseguire gli studi, anzichè diventare apprendisti idraulici, muratori, carpentieri. Nulla gli vieta di cercare un posto al sole che sia anche un po’ più di prestigio. Tuttavia, il rischio che si corre è di ritrovarsi tra tre, cinque anni sempre al punto di prima. Ancora col ‘culo parato’, ma più vecchi, e sempre poco abili al lavoro (laureate in scienze della comunicazione entrano in crisi quando gli si chiede in ufficio di mettere dei dati in una tabella entro due giorni).
Nascono qui i masters: spesso vere e proprie truffe organizzate, perchè messe in piedi con poca professionalità. Venditori di fumo, per tanti laureati in lettere e filosofia che cercano disperati uno sbocco che sia professionale, ma non ttroppo diverso dal loro ‘lungo liceo’. Sperano di trovarlo nell’alta formazione, che li porterà inevitabilmente ad una collocazione in azienda di qualche tipo. Oserei dire, alla veneranda età di 27-28 anni, spinti letteralmente ‘a forza’ dentro la suddetta azienda.
Invece questo non accade. Versano anche 6000 euro l’anno, per corsi spesso improvvisati e davvero poco formativi. Esistono master per diventare stalliere, gourmet, videomaker, self-making-problem solver (questo l’ho inventato, ma era credibile..)…insomma: se volete fare i cuochi, cominciate a battere le cucine per diventare lavapiatti, anzichè spendere 10000 euro per l’ennesimo corso TEORICO su qualcosa di molto PRATICO.

Detto questo, credo di essermi dilungato anche troppo. Entriamo ora nell’ambito di cui davvero pochi parlano. Già, perchè, citati i tanti problemi che travagliano il mondo dell’istruzione e dell’alta formazione in Italia, sarebbe molto italico omettere invece quelli che sono i demeriti dei principali artefici del proprio destino: gli studenti.
Sono gli studenti a fare l’università, non il contrario. Devono esserne parte essenziale. Il cambiamento che essi spesso reclamano, le lamentele che espongono al ‘sistema’, devono in primo luogo sperimentarlo al loro interno.
Troppo spesso invece gli universitari italiani si attaccano a logiche vecchie di quarant’anni.
Chiedono luoghi di dibattito, ma non sanno di cosa parlare.
Chiedono di essere premiati per il loro impegno, poi si lamentano della difficoltà dei libri, dei corsi, degli insegnanti. Entrano in crisi quando devono prendersi due compiti allo stesso tempo; perdono calma e si sconfortano davanti a ciò che subito non capiscono, davanti alle prime difficoltà.

Chiedono il posto di lavoro fisso, come se tutto il resto del mondo facesse lo stesso, come se non aspettassero altro di piazzarsi dietro una scrivania della Provincia e vivere l’eterno ritorno che conoscono gli impiegati statali, nella prospettiva di non essere mai licenziati da uno Stato inefficiente ed assente.
Ma al di là delle richieste, dimostrano per l’appunto un’incapacità di fondo di fare autocritica (oltre che, in generale, di esercitare spirito critico), di cambiare loro stessi, per cambiare il contesto intorno.

Osservo la realtà in cui vivo, e sperimento un’università fatta di studenti liceali, ragazzi non ancora adulti, sognatori ma incapaci di impegnarsi concretamente nello sviluppare tali aspirazioni.
I pochi di talento, quando emergono con giovanile irrenza, sono visti con invidia mista a sdegno. Poichè la maggioranza è invecchiata dentro, poco pretenziosa, senza mai essere stata giovane e piena di esuberante arroganza.
Siamo colmati di teoria, ma non abbiamo idee. Abbiamo tante strutture dove esprimerle, ma non abbiamo idee. Non sappiamo stare in gruppo, ma abbiamo paura di restare soli. Non sappiamo neanche parlare in pubblico: molti corsi prevedono seminari in cui gli studenti intervengono, ma questi spazi sono lasciati vuoti dalla timidezza, dalla paura di apparire, dalla poca fiducia in sè stessi. Manca la capacità di osare.
Le volte nelle quali gli studenti sono costretti a forza a parlare in pubblico, però, sono dolori: non sanno mettere insieme una frase con soggetto, verbo, complemento oggetto. Cominciano lunghe perifrasi, piene di subordinate ed avverbi (il famoso "praticamente"), che non sanno come terminare. Per non parlare delle numerose figuracce provocate dalla grande ignoranza nelle scienze, nella geografia e nella storia, soprattutto quella recente.
Gli studenti universitari non leggono. Non s’informano, non comprano il giornale, non s’interessano. Entrano a scuola, escono da scuola, poi fanno altro. Non sono davvero studenti a 360gradi. Non sono curiosi. Vivono lo studio universitario come un altro dovere; non colgono le differenze essenziali con la scuola dell’obbligo.
Lo studio stesso viene affrontato in modo problematico. Sono poco diffusi i valori della semplicità, della chiarezza, della schematizzazione. Gli universitari non sanno cogliere i punti fondamentali di un libro che hanno studiato, di un articolo che hanno letto. Hanno scarsa capacità di rielaborare, di fare proprio, di commantere ciò che hanno appreso.

Ma ciò che colpisce maggiormente è l’incapacità di guardare avanti. Sono ripiegati su vecchi rancori, vecchie logiche. Colgono il peggio delle ideologie. Delle ideologie hanno ripreso tutto, fuorchè le idee.
Non hanno fiducia in un domani migliore. Non sanno proprio come immaginarselo un futuro, per sè e per gli altri, se non quello catastrofico di alcune simulazioni dei cambiamenti climatici a breve termini. Ma questo, diciamocelo, non è tutta colpa loro (e quindi mia, perchè per me valgono le cose dette sopra. Sono un universitario anch’io!)

Lo sconforto, che porta a queste amare considerazioni, è venuto proprio stamane, in relazione all’ultimo punto che ho espresso. Ora capirete perchè.
Entrano in aula due giovani studenti di filosofia, al secondo anno di studi, e parlano di un meeting di tre giorni da loro organizzato. Qual è il titolo?

"Ricominciamo dal sessantotto"

Della serie, quarant’anni sono passati invano. E basta! Non abbiamo altri miti, che quelli già usati dai nostri genitori?
A forza di ricominciare da sempre più indietro, va a finire che retrocediamo.

Cito per ultima la grande frase di P.Valèry: "Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta". Ci trovo, ahimè, molta verità: se il mio è stato uno scritto a tinte fosche, vorrei fosse anche un appello di speranza:

"Ricominciamo da oggi!"