Si parla spesso della pessima salute di cui gode l’Istruzione pubblica italiana. Al centro della contestazione è spesso posta l’Università, che in quanto polo ultimo del percorso di uno studente dovrebbe poter formare figure professionali di spicco.
Il problema essenziale che viene spesso posto in rilievo è quello del merito: chi ha le qualità, in Italia, non viene premiato come accade altrove. Ci si ritrova, tutti insieme, nel magma indistinto e livellatore, che raccoglie il talentuoso e il mediocre, il voglioso e lo svogliato. Vale per alunni, ma anche per gli insegnanti: senza alcun premio alla dedizione, ma unicamente alla lunga militanza, lo Stato versa gli stessi stipendi all’analfabeta di ritorno ed al grande pensatore.
Un secondo problema, legato soprattutto al mondo universitario, è quello dell’inserimento nel mondo del lavoro. Senza per forza attaccarsi come solito al famigerato precariato (che meriterebbe discorso a parte; en passant, dico che l’"altra sponda", gli impiegati statali ab aeternum, non sono esattamente un modello di produttività e di prospettiva per il nostro paese), citiamo invece il florido mercato dei master post-laurea.
Terminato il ‘parcheggio’ universitario, che siano 3 o peggio 5 anni, lo studente poco accorto si trova nella sgradita posizione di avere preso una laurea in materie umanistiche (poniamo), non avere nessuna esperienza o quasi di rapporto lavorativo, di sapere un mucchio di teoria ma di non avere la minima idea di come muoversi nel mondo ‘di fuori’.
L’università moderna è spesso un altro liceo. Un prolungamento dell’alveo familiare, perchè gli esami sono diventati più facili, il carico di lavoro meno oneroso. Torme di maggiorenni (liceali, umanisti), soprattutto, si sentono in dovere di proseguire gli studi, anzichè diventare apprendisti idraulici, muratori, carpentieri. Nulla gli vieta di cercare un posto al sole che sia anche un po’ più di prestigio. Tuttavia, il rischio che si corre è di ritrovarsi tra tre, cinque anni sempre al punto di prima. Ancora col ‘culo parato’, ma più vecchi, e sempre poco abili al lavoro (laureate in scienze della comunicazione entrano in crisi quando gli si chiede in ufficio di mettere dei dati in una tabella entro due giorni).
Nascono qui i masters: spesso vere e proprie truffe organizzate, perchè messe in piedi con poca professionalità. Venditori di fumo, per tanti laureati in lettere e filosofia che cercano disperati uno sbocco che sia professionale, ma non ttroppo diverso dal loro ‘lungo liceo’. Sperano di trovarlo nell’alta formazione, che li porterà inevitabilmente ad una collocazione in azienda di qualche tipo. Oserei dire, alla veneranda età di 27-28 anni, spinti letteralmente ‘a forza’ dentro la suddetta azienda.
Invece questo non accade. Versano anche 6000 euro l’anno, per corsi spesso improvvisati e davvero poco formativi. Esistono master per diventare stalliere, gourmet, videomaker, self-making-problem solver (questo l’ho inventato, ma era credibile..)…insomma: se volete fare i cuochi, cominciate a battere le cucine per diventare lavapiatti, anzichè spendere 10000 euro per l’ennesimo corso TEORICO su qualcosa di molto PRATICO.

Detto questo, credo di essermi dilungato anche troppo. Entriamo ora nell’ambito di cui davvero pochi parlano. Già, perchè, citati i tanti problemi che travagliano il mondo dell’istruzione e dell’alta formazione in Italia, sarebbe molto italico omettere invece quelli che sono i demeriti dei principali artefici del proprio destino: gli studenti.
Sono gli studenti a fare l’università, non il contrario. Devono esserne parte essenziale. Il cambiamento che essi spesso reclamano, le lamentele che espongono al ‘sistema’, devono in primo luogo sperimentarlo al loro interno.
Troppo spesso invece gli universitari italiani si attaccano a logiche vecchie di quarant’anni.
Chiedono luoghi di dibattito, ma non sanno di cosa parlare.
Chiedono di essere premiati per il loro impegno, poi si lamentano della difficoltà dei libri, dei corsi, degli insegnanti. Entrano in crisi quando devono prendersi due compiti allo stesso tempo; perdono calma e si sconfortano davanti a ciò che subito non capiscono, davanti alle prime difficoltà.

Chiedono il posto di lavoro fisso, come se tutto il resto del mondo facesse lo stesso, come se non aspettassero altro di piazzarsi dietro una scrivania della Provincia e vivere l’eterno ritorno che conoscono gli impiegati statali, nella prospettiva di non essere mai licenziati da uno Stato inefficiente ed assente.
Ma al di là delle richieste, dimostrano per l’appunto un’incapacità di fondo di fare autocritica (oltre che, in generale, di esercitare spirito critico), di cambiare loro stessi, per cambiare il contesto intorno.

Osservo la realtà in cui vivo, e sperimento un’università fatta di studenti liceali, ragazzi non ancora adulti, sognatori ma incapaci di impegnarsi concretamente nello sviluppare tali aspirazioni.
I pochi di talento, quando emergono con giovanile irrenza, sono visti con invidia mista a sdegno. Poichè la maggioranza è invecchiata dentro, poco pretenziosa, senza mai essere stata giovane e piena di esuberante arroganza.
Siamo colmati di teoria, ma non abbiamo idee. Abbiamo tante strutture dove esprimerle, ma non abbiamo idee. Non sappiamo stare in gruppo, ma abbiamo paura di restare soli. Non sappiamo neanche parlare in pubblico: molti corsi prevedono seminari in cui gli studenti intervengono, ma questi spazi sono lasciati vuoti dalla timidezza, dalla paura di apparire, dalla poca fiducia in sè stessi. Manca la capacità di osare.
Le volte nelle quali gli studenti sono costretti a forza a parlare in pubblico, però, sono dolori: non sanno mettere insieme una frase con soggetto, verbo, complemento oggetto. Cominciano lunghe perifrasi, piene di subordinate ed avverbi (il famoso "praticamente"), che non sanno come terminare. Per non parlare delle numerose figuracce provocate dalla grande ignoranza nelle scienze, nella geografia e nella storia, soprattutto quella recente.
Gli studenti universitari non leggono. Non s’informano, non comprano il giornale, non s’interessano. Entrano a scuola, escono da scuola, poi fanno altro. Non sono davvero studenti a 360gradi. Non sono curiosi. Vivono lo studio universitario come un altro dovere; non colgono le differenze essenziali con la scuola dell’obbligo.
Lo studio stesso viene affrontato in modo problematico. Sono poco diffusi i valori della semplicità, della chiarezza, della schematizzazione. Gli universitari non sanno cogliere i punti fondamentali di un libro che hanno studiato, di un articolo che hanno letto. Hanno scarsa capacità di rielaborare, di fare proprio, di commantere ciò che hanno appreso.

Ma ciò che colpisce maggiormente è l’incapacità di guardare avanti. Sono ripiegati su vecchi rancori, vecchie logiche. Colgono il peggio delle ideologie. Delle ideologie hanno ripreso tutto, fuorchè le idee.
Non hanno fiducia in un domani migliore. Non sanno proprio come immaginarselo un futuro, per sè e per gli altri, se non quello catastrofico di alcune simulazioni dei cambiamenti climatici a breve termini. Ma questo, diciamocelo, non è tutta colpa loro (e quindi mia, perchè per me valgono le cose dette sopra. Sono un universitario anch’io!)

Lo sconforto, che porta a queste amare considerazioni, è venuto proprio stamane, in relazione all’ultimo punto che ho espresso. Ora capirete perchè.
Entrano in aula due giovani studenti di filosofia, al secondo anno di studi, e parlano di un meeting di tre giorni da loro organizzato. Qual è il titolo?

"Ricominciamo dal sessantotto"

Della serie, quarant’anni sono passati invano. E basta! Non abbiamo altri miti, che quelli già usati dai nostri genitori?
A forza di ricominciare da sempre più indietro, va a finire che retrocediamo.

Cito per ultima la grande frase di P.Valèry: "Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta". Ci trovo, ahimè, molta verità: se il mio è stato uno scritto a tinte fosche, vorrei fosse anche un appello di speranza:

"Ricominciamo da oggi!"
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