Per chi desidera passare una serata (ma prima digerite, mi raccomando) in compagnia dei "misteri d’Italia", propongo questa relazione in più parti.
I libri visionati sono:
Il sommerso della Repubblica
di F.M.Biscione (Bollati Boringhieri 2003)

Piazza Fontana di G.Boatti (Feltrinelli 1993)
Una indispensabile fonte di dati, interviste e giornali del tempo:
Il paese mancato di G.Crainz (ED 1999)

Se siete di quelli che in un libro, guardano per prima cosa l’indice:
1_L’oggetto di studio

2_L’antifascismo come discrimine di conflitto

3_Doppia lealtà e doppio stato

4_Le radici antiche del sommerso

5_Una guerra civile a bassa intensità

6_Gli anni del centro-sinistra (1960-1964)

7_1965:Il convegno all’Hotel parco dei principi

8_Piazza Fontana: una lettura sommersa

9_La pista anarchica

10_La pista nera

11_Il caso Giannettini

12_Le variabili sommerse della strategia della tensione (1969-1974)

13_La p2 ed il ‘salto di qualità’ (1975-1981)

14_Dagli anni ’80 alla seconda repubblica: l’ascesa della nuova destra

Si consiglia una preliminare, anche sommaria, conoscenza della storia del dopoguerra italiano, onde meglio apprezzare i contenuti. Buona lettura.


L’oggetto di studio

Il testo di Biscione prende in esame la storia italiana dal dopoguerra fino alle elezioni del 2001. In tale fase storica, spiega l’autore, il paese è stato attraversato da una conflittualità strisciante, esplosa a tratti anche in modo cruento. La tesi sostenuta dal libro individua nel “sommerso della repubblica” l’elemento destabilizzante fonte di tale conflittualità, e nell’antifascismo il principale discrimine di conflitto con le istituzioni del paese.

L’andamento del libro ricerca una progressiva definizione delle caratteristiche del sommerso. Il compito è tutt’altro che banale, poiché non si tratta di un movimento con un’espressione politica duratura e di facile identificazione. E neppure si tratta di un’entità ‘deviata’, che agisca a parte rispetto alle istituzioni; piuttosto, le agita dall’esterno e dall’interno, con azioni e soggetti differenti.

Come un reagente, il sommerso si rivela nella misura in cui annoda le proprie vicissitudini con la vita politica ‘ufficiale’ dell’Italia; nei suoi rapporti con le vicende giudiziarie; nelle collusioni ed i sodalizi con le potenze straniere. Insomma, solo facendo ‘reagire’ il sommerso con la storia dell’Italia repubblicana, si può comprenderne meglio i contorni, gli intenti, le effettive modificazioni che ha portato alle vicende del Paese.

L’antifascismo come discrimine di conflitto

Biscione identifica nel suggello del patto costituzionale il momento di definitiva scissione del sommerso dalle altre componenti della società. Scissione ideologica, ma anche effettiva: l’autoesclusione dal gioco politico porterà le forze sommerse ad agire sempre più ‘a parte’ rispetto alle legali vie della democrazia, sospingendole lungo la china dell’illegalità e dell’eversione.

Vediamo brevemente in cosa consiste, ed in che modo si è sviluppata, tale scissione.

Il principio sulla quale viene modellata la Costituzione Italiana è l’antifascismo. Infatti, i partiti di maggioranza nell’assemblea costituente provengono dalla dissoluzione del CLN; sono i maggiori fautori dei valori fondamentali espressi nella carta, poiché leggono il Paese come una democrazia parlamentare, nata in linea diretta dalla Resistenza ed in netta opposizione con la dittatura Fascista precedente. Sono le forze, ed i valori, nei quali il sommerso non riconosce la propria rappresentanza.

Discorso a parte merita un altro partito che raccoglie seggi nel giugno ’46, denominato ‘L’Uomo qualunque’. Si pone in aperta contrapposizione con la linea del CLN, raccogliendo le simpatie dei nostalgici del ventennio, nonché di alcune gerarchie ecclesiastiche.

Biscione pone giustamente l’accento su tale formazione politica, perché il suo programma delinea alcune delle idee cardine del sommerso: la lotta al comunismo, un’economia totalmente in mano ai privati, la negazione della presenza dello stato nella vita sociale del paese. Il riflesso di queste intenzioni è un’ideologia liberista, che sostituisce all’antifascismo l’anticomunismo come matrice ideale di riferimento.

Abbiamo dunque una prima contrapposizione: da una parte, i partiti (PCI e DC in primis) che si riconoscono nell’antifascismo come fondamentale collante della nazione. Dall’altra, coloro che non accettano tale vincolo, lo sostituiscono con l’anticomunismo, rispondono a logiche corporative, non riconoscono la centralità del dettato costituzionale e del parlamento, non si rispecchiano nella democrazia di massa.

In senso inclusivo, rispetto a queste realtà, Biscione legge la svolta centrista del maggio 1947, quando De Gasperi esclude le sinistre dal governo. La mossa è cruciale per i destini della Democrazia Cristiana, perché le permette di ‘aprire’ a quella componente della società, riconosciutasi nell’Uomo qualunque, che avrebbe prodotto altrimenti una propria espressione politica.

Assistiamo dunque alla nascita dell’identità politica della DC, come partito antifascista (soprattutto al vertice), ma contrapposto alle sinistre. La sua egemonia segnerà l’intero arco della Prima Repubblica (E’ interessante notare come, a fortificare la lettura di Biscione, partiti di centro-destra forti di ispirazione estranea all’antifascismo siano sorti solo prima e dopo il 40ennio DC: L’Uomo Qualunque e Forza Italia).

Doppia lealtà e doppio Stato

Gli anni del centrismo (1947-1959) sono segnati dunque dall’equilibrio del sistema degasperiano. I risultati elettorali del 1953 consegnano al paese una forza filoatlantica al governo, la DC, ed una filosovietica all’opposizione, il PC, con un margine tra i due schieramenti tale da consentire alla politica interna italiana di rispecchiare la sua collocazione nel contesto internazionale della guerra fredda.

Proprio in relazione a tale contesto, gli storici si dividono riguardo a due questioni: la misura in cui ha inciso sugli avvenimenti interni del paese, e fino a quali anni (ed eventi) si sia protratta tale influenza. Biscione, in proposito, contesta l’interpretazione più inclusiva, che vede nelle vicende italiane (inclusa la strategia della tensione) una mera proiezione sul suolo nostrano del conflitto tra superpotenze.

Egli adotta come punto di partenza il testo di Franco De Felice ‘Doppia lealtà e doppio stato’ (1989). In esso, viene esposta la tesi secondo cui la Dc ed il Pci contengono una intrinseca doppiezza, poiché fedeli ai valori antifascisti della Costituzione, ma al tempo stesso vincolati dagli appoggi internazionali. Il doppio Stato che ne emerge non è da intendersi come una separazione a tenuta stagna tra due entità, quanto piuttosto come la continua oscillazione della stessa entità da una fedeltà all’altra.

Le tesi DeFeliciane vengono sostanzialmente accettate da Biscione, poiché sfumate a sufficienza da permettere una coesistenza della doppia lealtà con le forze del sommerso. Infatti, tra le due chiavi interpretative, l’autore evidenzia alcuni punti di convergenza, ma tiene soprattutto a rimarcare delle differenze. Non è possibile ricondurre le peculiarità del sommerso allo schematismo dei blocchi. L’atlantismo per le forze che ne fanno parte è solo l’ideologia di riferimento, letta soprattutto in opposizione alla minaccia comunista, intesa in senso ampio (il Pci e l’Unione Sovietica, ma anche i sindacati e gli operai).

Vi sono invece tratti del sommerso che possono essere spiegati solo in rapporto alla nostra storia nazionale. Ad esempio, il corporativismo, il sistema clientelare, parte integrante della loro visione economica, sono certo pratiche anteriori alla guerra fredda, e da essa indipendenti.

Ad altra logica risponde invece l’organizzazione Gladio. In una fase storica in cui il Pci non ha ancora rinunciato all’opzione rivoluzionaria, la presenza di una organizzazione militare a scopo precauzionale può essere considerata un’inevitabile riflesso dell’appartenenza dell’Italia alla NATO.

Secondo Biscione dunque Gladio non c’entra con il sommerso, poiché si richiama ad esigenze di equilibrio internazionale. E del tutto implausibile pare anche una interpretazione inclusiva dell’organizzazione, che riconduca alle trame atlantiche l’insieme delle deviazioni dello Stato in epoca repubblicana.

Le radici antiche del sommerso

Le forze del sommerso non solo sono anteriori e di nascita autonoma rispetto alla guerra fredda, ma se ne possono rintracciare le caratteristiche addirittura in epoca pre-fascista; l’entità cara a Biscione tende qui all’astrazione, poiché viene investita di una natura quasi antropologica, la sua presenza manifestatasi sin dagli albori nella vicenda politica italiana.

Un carattere paradigmatico viene attribuito a forze sommerse anche dal memoriale Moro, quando parla dei fautori della strategia della tensione, ovvero “coloro che nella nostra storia si trovano periodicamente […] dalla parte di chi respinge le novità scomode e vorrebbe tornare all’antico.”

Le “novità scomode” che interessano a Biscione in questa sede possono riassumersi nel difficoltoso processo di inserimento delle masse nel meccanismo democratico, con cui l’Italia si comincia a confrontare a cavallo del 1900. Difficoltà che si prestano ad essere affrontate con un uso della forza pressoché permanente (l’autore cita a titolo d’esempio i fatti di Milano del 1898 e lo squadrismo: legalità ed illegalità). Biscione scrive in merito una considerazione molto significativa, perché evidenzia l’unicità della situazione italiana: “L’Italia è stato forse l’unico paese dell’Occidente in cui la democrazia non è stata edificata dalla borghesia, […] ma dalle élites dei partiti di massa”.

La borghesia (o almeno una sua componente significativa), secondo l’autore, non solo non si è prodigata per una maggiore partecipazione popolare nell’apparato statale, ma ha ricercato, in modo spesso violento, l’espunzione della democrazia dalle masse. Questa frazione di borghesia è dunque una classe dirigente reazionaria, detentrice di forti interessi privati e imprenditoriali (tratti a cui si richiama, si ricordi, il programma dell’Uomo qualunque), radicata nel territorio ed incline alle frammentazioni proprie delle clientele locali. Essa non aderisce alla Costituzione, ma anzi si auto-esclude dalla vita parlamentare, diventa ‘invisibile’ alle regole della democrazia; tuttavia influisce, con alterni gradi d’intensità, sulla vita dello Stato.

Si troverebbe in seno a questa prima scissione della classe dirigente il seme del sommerso; la ‘borghesia violenta’, come la chiama Biscione, matura un sentimento di estraneità alla politica attiva, alla democrazia di massa, che si tradurrà definitivamente in avversione per l’assemblearismo parlamentare, per i partiti del CLN e la costituzione da essi sancita. Avversione che, perpetuata con metodi violenti, clandestini ed illegali, è fortemente incline a tradursi in eversione.

Una guerra civile a bassa intensità

In relazione agli eventi successivi al 1947, l’interesse generale di Biscione è quello di ricostruire l’evoluzione del sommerso: in che misura e con che modalità queste forze hanno influenzato gli avvenimenti italiani, come si è sviluppata e corretta nel tempo la loro strategia, infine da quali componenti della politica e della società sono state di volta in volta impersonate.

L’indagine è volta dunque a stabilire in che modo l’agente sommerso che abbiamo delineato si coniughi con la “guerra civile a bassa intensità” (L’espressione è di Giovanni Pellegrino). La formula è stata coniata per esprimere la natura di un conflitto che sembra percorrere l’intera storia repubblicana, con alterne vicende, ma avente per minimo comun denominatore il costante uso della violenza.

La realtà dei fatti resiste, secondo l’autore, alle tentazioni riduzioniste. Infatti, se da un lato egli trova nel sommerso un filo conduttore coerente per tali avvenimenti, dall’altro riconosce la diversa valenza e forma che la violenza ha assunto nelle varie fasi della “guerra civile”.

Per esempio, durante gli anni del centrismo la violenza (mobilitazione in seguito all’attentato a Togliatti – 1948, eccidi dei lavoratori a Modena – 1950) deriva spesso da un’azione governativa di contenimento, non dimentica delle brutalità del ventennio (si ricordi che quasi tutte le alte cariche della polizia si erano formate, per ragioni anagrafiche, prima della guerra, ed il ricambio era stato inconsistente). Tuttavia, essa ha carattere solo accessorio alle istituzioni; nulla aggiunge all’equilibrio politico, ma ne è per così dire una propaggine. Diversa forma assumerà invece la violenza negli anni a seguire.

 

Gli anni del centro-sinistra (1960-1964)

 

Il punto di rottura dell’equilibrio centrista è la crisi del luglio 1960; l’apertura a sinistra che ne conseguirà è carica di conseguenze, poiché segna la mobilitazione significativa delle forze del sommerso.

Quella che termina, come detto, con un’apertura a sinistra, comincia in realtà con un’apertura a destra: il governo Tambroni, formato nel 1960, si appoggia sui voti decisivi dell’MSI. Il congresso di Luglio del partito di estrema destra si tiene, quasi per provocazione, a Genova, città medaglia d’oro per la resistenza. L’evento scatena una mobilitazione su larga scala, da parte delle associazioni sindacali, partigiane ed i partiti della sinistra, che riescono ad impedire lo svolgimento del congresso, provocando anche la successiva caduta di Tambroni, e l’inizio delle ‘convergenze parallele’, ovvero la travagliata stagione del centro-sinistra.

I fatti di Genova assumono una duplice valenza, a seconda dei punti di vista.

Da un lato, possono essere letti come una prova di forza della componente antifascista, che rinsalda con una vittoria il patto costituzionale e collante dell’equilibrio politico del paese.

Dall’altro, l’impressionante capacità di mobilitazione delle forze della sinistra sono un campanello d’allarme per quelle forze conservatrici e anticomuniste ben radicate nel paese.

Un primo sintomo della consistenza di questa seconda lettura sono i morti nelle manifestazioni popolari di Licata, porta San Paolo a Roma, Reggio Emilia, che succedono di pochi giorni dal 2 Luglio, giorno fissato per il congresso di Genova.

Il governo e parte della stampa interpretano le cariche sui manifestanti come la difesa da manovre insurrezionali comuniste. In merito, Biscione rileva solo come il bagno di sangue fu funzionale a presentare il governo come il campione dell’ordine prestabilito.

 

Ciò che più è significativo, è la mobilitazione in funzione antigovernativa che segue all’ingresso dei socialisti nell’area di governo. I tentativi di riforma, volti al rimodernamento del paese, sono letti dalle forze conservatrici come una ‘sovietizzazione’. Esse mirano a preservare la frammentarietà degli interessi locali, a discapito di un piano di respiro nazionale (è il caso ad esempio del tentativo di riforma urbanistica avviato da Sullo). In secondo luogo, vedono minacciato il diritto all’illegalità diffusa, all’imprenditoria non regolamentata, alla speculazione edilizia e all’evasione fiscale.

Il punto d’approdo dell’avversione di una parte significativa del paese per il centro-sinistra è il piano di Golpe redatto dal presidente Segni e del generale De Lorenzo nella primavera 1964: non riconducibile nel concreto alle forze sopra descritte, ma funzionale ai loro interessi e alle aspirazioni di svolta a destra. Anche se il piano non viene attuato, basta paventarne la presenza negli ‘ambienti giusti’, perche la crisi del governo Moro venga ricomposta in chiave moderata, ossia ridimensionando fortemente le aspirazioni di riforma dei socialisti.

La lezione politica del 1964 è la seguente: ciò che non era riuscito nel 1960 con un attacco frontale al fronte antifascista, riesce in quel frangente con un discreto ‘rumor di sciabole’.

 

La vicenda del piano Solo ha dunque molto da insegnare alle forze del sommerso: in primo luogo, le sospinge ad un progressivo allontanamento dall’apparato istituzionale, cioè vengono indotte ad agire sempre più ‘a parte’ rispetto all’assemblea parlamentare. Il passaggio segna anche l’espropriazione graduale del potere decisionale dalla politica.

 

In secondo luogo, l’estate 1964 segna la sovraesposizione dell’elemento militare. Se questa è una costante della guerra fredda, è tuttavia anche un sintomo interno: esiste una forte componente, in seno alle forze armate, che si sente legittimata a far prevalere lo spirito di corpo sull’interesse dello Stato. Si tratta dunque di elementi pronti ad agire anche a danno dell’apparato statale pur di, evidente paradosso, difenderlo dall’aggressione comunista. In questo senso va letta la preparazione per una guerra non ortodossa al nemico interno, a cui le forze armate sono sottoposte dal momento in cui il generale Aloja prende il comando: i corsi di ardimento (dal 1962), il libretto “Mani rosse sulle FF.AA” di Giannettini e Rauti (1966), le lettere di Freda e Ventura agli ufficiali del triveneto(1966), ne sono significativi esempi.

 

Infine, guadagna sempre maggiore rilevanza il lavoro di intelligence: a disposizione, c’è l’esempio del Casellario Politico Centrale di epoca fascista, ed il suo minuzioso compito di controllo di sovversivi, sindacalisti ed esponenti politici. È ragionevole pensare ad una continuità dell’archivio, nonché del lavoro di schedatura. A farsene carico, in epoca tambroniana, è il SIFAR. Proprio Tambroni e De Lorenzo fondano la propria legittimazione politica e il proprio prestigio sull’attività di intelligence. A partire dagli anni ’60, i servizi segreti e le loro attività di controllo e spionaggio guadagneranno sempre maggiore autonomia dalla politica, dalla legalità, dal dettato costituzionale, tanto che è prassi comune oggi parlare di servizi ‘deviati’ in relazione a quel periodo ed all’immediatamente successivo (ed è forse questa l’unica verità storica accettata da ogni schieramento politico in merito alla strategia della tensione).

1965: Il convegno dell’Hotel Parco dei Principi

È opinione comune di molti storici considerare il convegno all’Istituto Pollio come uno snodo centrale per comprendere i capisaldi teorici della guerra non-ortodossa, e della strategia della tensione che ne sarà emanazione diretta negli anni a venire.

Il tema del convegno è la guerra rivoluzionaria, ed i modi per contrastarla. La tesi condivisa dai partecipanti è che l’attacco sferrato dal comunismo all’occidente sia penetrato a fondo nei gangli vitali della società, ed è pertanto necessario radicalizzare le misure di intervento.

È legittimo ritenere che qui si fondino i presupposti teorici per una certa via, estremamente cruenta, di sospingere il paese ad una svolta autoritaria a destra. Ciò avviene, secondo le relazioni presentate, nelle seguenti modalità: infiltrazione nelle file degli opposti estremismi; favoreggiamento di un’escalation terroristica che li veda coinvolti; conseguente confusione e sconcerto dell’opinione pubblica; instaurazione di un governo autoritario, con appoggi internazionali di orientamento fascista oppure atlantico, che reprima la minaccia comunista con l’appoggio di una opinione pubblica adeguatamente spaventata.

Una strategia su larga scala, che si deve appoggiare di necessità su nuclei operativi posti su diversi livelli. Abbiamo gli esponenti dell’eversione nera, che sono il braccio armato della struttura. Ad un livello più alto, i militari e gli esponenti politici, convergenti sulle aspirazioni golpiste (o comunque di svolta a destra), che coordinano e offrono tolleranza e protezione politica ai terroristi neri. A parte, il lavoro di intelligence dei servizi segreti (da segnalare anche che è il SIFAR a finanziare il convegno), che garantisce informazioni, copertura, depistaggio sulle indagini, al fine di far ricadere le colpe sui ‘rossi’ o sugli anarchici. Infine, è lecito supporre un appoggio economico e logistico da parte di organizzazioni internazionali su posizioni neofasciste (OAS, Aginter presse), oppure servizi segreti stranieri, in particolare americani (CIA). L’appoggio di questi ultimi, aggiungo io, non è da minimizzare sul piano ideologico: gli atti del convegno del 1965 profilano una conversione della situazione italiana secondo i dettami dell’Operazione CHAOS (il piano CIA del 1963), nonché un’adesione ideale alle modalità d’intervento denominate ‘false flag’ e degli ‘opposti estremismi’.

Di ciò che si dice e si teorizza all’Istituto Pollio, colpisce in particolar modo la trasparenza d’intenti. Alla luce del sole, vengono esposti piani d’azione che trovano una inquietante sintonia con gli avvenimenti che di lì a poco funesteranno il paese. Basti notare che, tra i presenti, ci sono quegli stessi Delle Chiaie, Merlino, Giannettini e Rauti protagonisti delle istruttorie su Piazza Fontana e dell’eversione nera negli anni a venire.

Inoltre, la partecipazione di esponenti di alte cariche dello Stato, insieme a esponenti neofascisti, comprovati terroristi e giornalisti, evidenza un fascio di collegamenti e conoscenze tra i diversi ambiti che, negli anni, varie inchieste giudiziarie cercheranno di provare, incontrando l’ostilità di quegli stessi apparati oggetto d’indagine.

A domani con la seconda parte del dossier.

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