Di seguito riportiamo la seconda parte della relazione (dedicata a Piazza Fontana e la Strategia della tensione). Ne seguirà domani una terza, l’ultima, dedicata agli anni ’80 e ’90 (dalla P2 a Forza Italia). Buona lettura.


Piazza Fontana: una lettura ‘sommersa’

Al principio della nostra indagine, abbiamo affermato che i contorni del sommerso meglio si delineano tanto più troviamo un’invarianza, un elemento di simmetria che permetta di mettere in relazione un fatto con un altro.

Il lavoro di Boatti, se posto in rapporto con quello di Biscione, ci consente proprio questo: trovare nella vicenda processuale di Piazza Fontana quelle sintonie con la ‘guerra non-ortodossa’ in atto, che consentano di individuare nelle numerose irregolarità delle indagini e dei processi l’azione delle forze del sommerso.

Si può intendere la narrazione di Boatti come una sosta d’approfondimento nel percorso generale delineato da Biscione. L’ingrandimento di una vicenda di particolare rilevanza, che dimostra una sua coerenza col piano teorico complessivo, e tuttavia introduce elementi di novità: quelli peculiari della strategia della tensione, che si apre proprio con la bomba di Piazza Fontana.

La pista anarchica

Tra le istruttorie di Piazza Fontana, quella che mira alla colpevolezza degli anarchici apparirebbe ad uno spettatore neutrale sin da subito inattendibile. Prima ancora di essere inconsistenti, infatti, le prove a carico sono impossibili da giudicare, perché subiscono forzature e montature talmente vistose da impedire di ricondurle ad una verità originaria.

Piuttosto, ogni sforzo degli inquirenti è indirizzato a soddisfare la ‘preferenza’, contenuta nella direttiva che parte da Roma a poche ore dall’esplosione. Il Viminale segnala la presenza di una ‘ipotesi attendibile’ che ‘indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi’. La volontà, poi supportata dalla stampa, è di montare una ‘esclation anarchica’, cominciata con gli attentati alla Fiera di Milano in Aprile ed ai treni in Agosto,  culminata nelle bombe del 12 dicembre.

Dunque, le indagini procedono con un vizio di fondo: identificano a priori in una determinata area ideologica la responsabilità dell’attentato. Tutto il resto (le prove, i testimoni, la percezione pubblica) dovrà essere uniformato alla direttiva del Viminale.

La ricostruzione di Boatti descrive con dovizia di particolari le manovre lecite e meno lecite con cui viene ‘gonfiata’ la pista anarchica. Tentiamo ora di riproporle, non in ordine cronologico, ma per aree tematiche, al fine di dimostrare le seguenti tesi: lo sforzo è articolato e sospinto da agenti di vario tipo, con ruoli differenti; la volontà di distorcere la realtà è per lo più unidirezionale, metodica e ripetuta; la volontà di incolpare l’estremismo di sinistra, l’attenzione a plasmare la pubblica opinione, l’appoggio di apparati istituzionali, sono elementi che riconducono l’insieme delle azioni di depistaggio all’area del sommerso, come precedentemente delineato.

 

Vediamo ora nel dettaglio, quali azioni ‘irregolari’ tra quelle messe in evidenza da Boatti sono riconducibili a scopi comuni.

Innanzitutto, il tempestivo indottrinamento dell’opinione pubblica da parte dei media:

 

·         La stampa (in sintonia con le autorità) punta sin da subito sulla connessione tra gli attentati ai treni e la strage del 12 Dicembre: si parla, ad esempio, di “anello di una tragica catena”, in relazione a quest’ultima. Gli anarchici, perciò, sono colpevoli per proprietà transitiva.

·         Nell’intervista del 1974, Andreotti rivela che Giorgio Zicari, il ‘superinformato’ giornalista del Corriere, è gradito al Sid, ed ha il compito di orientare l’opinione pubblica secondo le direttive dei servizi.

·         Pietro Valpreda, già dalla mattina del 17 Dicembre (quindi il giorno dopo l’incriminazione), è oggetto di una violentissima campagna mediatica, che lo identifica come ‘mostro’, esaltandone i tratti grotteschi e tragici. In definitiva, una condanna a priori.

·         Anche per Pinelli, all’indomani del ‘malore attivo’, viene disposta ad arte una sentenza di colpevolezza. Egli avrebbe provato rimorso, oppure si sarebbe visto alle strette, in ogni caso si è suicidato. Così dice la stampa, e così recitano alcune dichiarazioni (poi smentite nei giorni successivi) della polizia.

In secondo luogo, le irregolarità di forma nelle indagini:

·         Uno dei primi confidenti ascoltati la sera del 12 Dicembre, dalla Questura di Roma, è Mario Merlino. Personaggio con un curriculum altamente sospetto: passato con dimestichezza dal neofascismo all’anarchia, fondatore del circolo 22 Marzo, è lui stesso ad accusare la propria ‘creatura’. Ma quale è davvero il ruolo di Merlino? Egli viene trattato in modo del tutto esclusivo: la sua abitazione non viene sottoposta a perquisizione, né gli viene chiesto seriamente di procurarsi un alibi per il giorno della strage. La sua testimonianza è fondamentale, perché canalizza le indagini verso il circolo, e porta Pietro Valpreda a Roma.

·         Pinelli viene trattenuto in stato di fermo illegalmente, perché oltre le quarantotto ore previste, senza proroga del magistrato. Permangono inoltre dubbi sulle modalità della sua morte.

·         Anche l’incriminazione di Valpreda presenta caratteri di straordinarietà: il suo arresto a Milano è seguito per fortunosa coincidenza da…Giorgio Zicari; successivamente, viene portato a Roma, e solo dopo il riconoscimento da parte di Rolandi viene a conoscenza della gravissima accusa a lui rivolta.

In terzo luogo, l’inquinamento di testimonianze e indizi. Se vogliamo, la distorsione più grave, in quanto ha il duplice effetto di portare le indagini su binari morti, e montare ad arte testimoni ed indizi che avrebbero potuto invece avere un’utilità decisiva nell’indirizzare la giustizia verso i veri colpevoli.

·         Su Pinelli pesa la testimonianza del Novali, che l’avrebbe individuato, a partire da una foto di giornale, come il conducente di una Giulietta che si allontanava dal luogo dell’attentato. Ma egli riconosce una foto vecchia, dove non c’è traccia della vistosa barba che l’anarchico si era fatto crescere di recente. Inoltre, questo fragile edificio accusatorio scompare inspiegabilmente dagli atti del primo processo, per poi non ricomparire più. Boatti, in merito, ipotizza un cambio di strategia delle forze che intendono addomesticare l’opinione pubblica: l’ipotesi della presenza sul luogo dell’attentato di Pinelli, una volta accusato Valpreda, appare un controsenso, così la testimonianza distorta per accusarlo viene semplicemente epurata dalle indagini.

·         Un misterioso frammento di vetro, rinvenuto non si sa dove e non si sa da chi, viene tirato fuori al momento opportuno, solo ad analisi eseguite, dalla polizia scientifica di Roma, ed esibito ai magistrati che stanno indagando. Si tratta, dicono, di un reperto rinvenuto nella Banca Commerciale, il cui materiale coincide con quelli utilizzati da un artigiano di Roma, presso cui lavora Valpreda. Tuttavia, nessuno aveva scritto di aver visto tale vetro prima del 1970. E non compare neppure tra i reperti rinvenuti nel sopralluogo alla Banca.

·         Anche la testimonianza di Rolandi subisce vistose forzature. Valpreda non assomiglia all’uomo descritto verbalmente dal tassista. Prima del riconoscimento, viene presentata al testimone una foto di Valpreda – per cui si può ipotizzare la volontà di indirizzare la sua identificazione. Al momento del confronto all’americana, egli indica sì Valpreda, ma dichiara: “se non è lui, chi altri può essere (in dialetto)”. Infine, ci sono incongruenze sul tragitto percorso dal taxi il 12 dicembre: la ricostruzione della strada fatta da Valpreda (che ha anche difetti di deambulazione) per avvicinarsi alla Banca fa a pugni con la logica. Infatti sembrerebbe allontanarlo dal luogo piuttosto che favorirne l’avvicinamento.

La pista nera

La traccia investigativa che porta alla cellula nera padovana subisce una sorte complementare ed opposta rispetto alla pista anarchica. Infatti le prove a carico di Freda e Ventura vengono occultate, le testimonianze minimizzate, le persone che più si prodigano per dimostrare la loro colpevolezza ostracizzate da Roma (è il caso del commissario Iuliano), oppure ostacolate nelle indagini (il giudice D’Ambrosio).

La preoccupazione maggiore delle forze che intendono insabbiare la pista nera riguarda ciò che Ventura e Freda sanno, le persone che conoscono, le rivelazioni che potrebbero fare. Le loro parole davanti ai giudici potrebbero aprire una falla nella rete dell’eversione nera, ma soprattutto portare più in alto, collegare la strage ad apparati statali cosiddetti ‘deviati’.

L’attività di prevenzione di questa eventualità viene svolta da quegli stessi agenti che si interessano di sospingere la pista anarchica. A dimostrarlo, sono le modalità di azione, simili nonostante partano da scopi diametralmente opposti. Infatti, le operazioni si svolgono su due fronti: distrazione dell’opinione pubblica dalla rilevanza della pista nera; occultamento delle prove che possono ricondurre ad essa in sede giudiziaria.

In primo luogo, dunque, si segnalano gli esempi di allontanamento, geografico, temporale, ideologico, dalla verità sul 12 Dicembre 1969. Una distanza a più livelli, fortemente cercata, perché toglie testimoni, allontana i ricordi, ma anche distrae l’opinione pubblica, sottrae comprensione, offusca il senso stesso della strage.

·         La testimonianza di Guido Lorenzon sulle confidenze avute da Giovanni Ventura si dimostrerà col proseguire delle indagini del tutto veritiera e probante. Eppure le sue dichiarazioni vengono minimizzate e poi ignorate dai magistrati romani che sono, in quel dicembre ’69, del tutto presi dalla infeconda pista anarchica. I magistrati trevigiani allora devono mettersi in proprio: così l’incriminazione per Freda e Ventura giungerà solo nell’aprile 1971.

·         La tempestiva (16 dicembre ‘69) segnalazione del venditore di borse di Padova, relativa ad un acquisto sospetto avvenuto due giorni prima della strage, viene ‘fagocitata’ dall’Ufficio Affari Riservati, che sottrae le prove indiziarie raccolte alle indagini fino al settembre 1972.

·         La dilatazione dei processi avviene nel tempo (l’ultimo processo, il settimo, si è chiuso nel 2005), ma anche nello spazio. Infatti, sin da quando Valpreda viene portato a Roma per il confronto con Rolandi, è nella capitale che vengono svolte le indagini sulla pista anarchica. In parallelo, in Veneto prende corpo la pista nera. Bisogna attendere il 1972 perché gli atti delle due piste vengano dichiarati di incompetenza territoriale e portati nella sede naturale, a Milano. Tuttavia, il procuratore della repubblica trasferisce tutto dopo pochi mesi a Catanzaro, per ‘motivi di ordine pubblico’. È quest’ultima, paradossale decisione il sintomo forse più evidente della volontà di allontanare il processo dall’attenzione dell’opinione pubblica. Il tempo perduto, nel peregrinare del processo da una sede all’altra, viene utilizzato dai servizi segreti per organizzare l’evasione di Freda e Ventura dal carcere di Monza; in generale, dà il tempo ad agenti sommersi di ergere nuove barriere ad occultamento della verità.

·         La decomprensione infine, può essere anche ideologica. È quello che, sin dal principio, tentano di fare Freda e Ventura: mostrarsi agli inquirenti di orizzonte politico opposto, in modo da negare i reciproci legami, aprire false piste di indagine, impedire una chiave di lettura (ideologica) univoca dietro la strage. Alle procedure ‘false flag’ risponde anche l’operato di Mario Merlino, l’infiltrato nel circolo 22 Marzo, il ‘motore’ della pista anarchica. Presente di persona, nel 1965, a quel convegno dove tale modus operandi veniva richiamato e teorizzato. Vuole mascherarsi da ‘rosso’ anche il libretto (scritto da Ventura) “La giustizia è un timone, dove la si gira va”, con copertina per l’appunto di tale colore.

In seconda battuta, segnaliamo il ripetuto inquinamento di prove che avrebbero potuto indirizzare gli inquirenti verso la cellula nera padovana.

·         La deflagrazione di un reperto importantissimo come la borsa inesplosa alla Banca Commerciale. La scomparsa del cordino posto su di essa, che poteva essere collegato in modo decisivo al venditore di borse padovano.

·         La lacunosa perizia svolta sui Timer usati per ritardare l’esplosione degli ordigni del 12 dicembre.

·         La deflagrazione, inspiegabile, dell’esplosivo ritrovato nel muro di casa Marchesin nel 1971, eseguita dai carabinieri alla presenza di Freda, senza raccogliere campioni.

·         I timer, le borse, le cassette metalliche, l’esplosivo sono prove indiziarie il cui collegamento con Freda e Ventura era stato testimoniato da varie fonti (Ruggero Pan, l’elettricista Fabris, ditte produttrici, Lorenzon). Tuttavia, in sede di processo viene progressivamente ridotta la loro importanza, fino alla vanificazione degli indizi raccolti.

Il caso Giannettini

Senza dubbio Giannettini è l’indiziato grazie al quale gli inquirenti vanno più vicini a lambire logiche di potere molto grandi, che investono i servizi segreti e la stessa credibilità di noti esponenti politici.

La sua rete di conoscenze rispecchia quelle convergenze già in precedenza evidenziate tra alte cariche militari (il generale Aloja), il mondo dell’eversione (i neofascisti di Ordine Nuovo ‘studiano’ sui suoi manuali), ed ovviamente i servizi segreti. Giannettini è un teorico della guerra non ortodossa: di norma scrive per i giornali dell’Arma, ma è anche relatore al famigerato convegno del 1965.

Non deve stupire dunque che le indagini sul suo conto vengano ostacolate con ogni mezzo disponibile.

·         Esfiltrazioni: nel 1973, Giannettini viene espatriato dal SID a Parigi. Nello stesso anno, l’operazione riesce con Marco Pozzan, ‘factotum’ di Freda ed esponente dell’eversione nera padovana. Fallisce invece l’esfiltrazione di Ventura, per sua stessa volontà.

·         Segreto militare: viene opposto al giudice D’Ambrosio, quando questi nel 1973 pone domande scomode al servizio sul conto di Giannettini. Già l’anno precedente, riguardo alle carte riservate in possesso di Ventura, il giudice aveva bussato alla porta del servizio, che ne aveva negato la responsabilità.

·         La nota del SID (di cui si parla più diffusamente in seguito): riportante la data del 17 Dicembre 1969, forse manipolata in seguito, in relazione alla strage della Banca fa i nomi di tutti (anarchici, ma anche neofascisti), tranne quello del proprio agente.

Non si deve trascurare poi un altro fatto: se le indagini su Freda e Ventura hanno rivelato i loro legami con il servizio, le indagini sul servizio rischiano di porre domande scomode riguardo le responsabilità politiche del suo operato. Infatti, il coinvolgimento di Giannettini nel processo trascina con sé anche uomini politici come Andreotti e Rumor, chiamati a rendere conto della posizione dello Stato nei confronti del servizio e del suo agente. Al di là del clamore suscitato, i risvolti della vicenda sono impietosi: dietro i silenzi ostinati e le amnesie dei politici chiamati in aula, c’è l’ammissione di una imbarazzante complicità, o per lo meno una grande occasione persa per prendere le distanze da un servizio che agisce ampiamente oltre i margini delle istituzioni e della legalità.

Le variabili sommerse della strategia della tensione (1969-1974)

Tornando all’analisi di Biscione, il quadro generale della strategia della tensione appare molto più problematico e discontinuo di quanto possa apparire ad una prima impressione.

Ciò che è chiaro è l’emergere in modo significativo di un nuovo tipo di violenza: non più accessorio e incorporato alle istituzioni, ma brutale e sconvolgente; un tentativo, dice l’autore, di esproprio della politica ad opera di agenti esterni.

Tale violenza è funzionale ad un disegno complessivo, che intende attribuire all’azione delle sinistre un clima generale di tensione, onde portare l’opinione pubblica ed il paese a destra. A questo disegno è funzionale, ad esempio, la campagna di stampa (dicembre ’69) che intende fare di Annarumma un martire dell’ordine, quasi che la sua morte sia l’inevitabile conseguenza di un biennio segnato dalle contestazioni giovanili e operaie. Ma questo è solo il preludio di un’escalation terroristica di ben altro spessore ed impatto emotivo, di cui Piazza Fontana rappresenta il primo, eclatante capitolo.

Se della strage si è già diffusamente detto, bisogna però per correttezza tornare a ragionare sulle sue dinamiche interne. Difatti, è facile, quando si ragiona su di un quadro complessivo, conformare ad un unico giudizi vari indizi, anche se portano a conclusioni discordanti. Lo sguardo critico dei due autori ci permette invece di soffermarci su certi documenti, certi fatti inerenti alla strage che resistono ad una lettura a senso unico.

Ad esempio, c’è una notevole discrepanza tra l’analisi di Biscione e di Boatti, in relazione alla univocità d’intenti, da parte delle forze sommerse, di insabbiamento della pista nera. In particolare, riguardo al presunto appoggio che servizi e uomini politici avrebbero dato all’effettiva realizzazione dell’attentato. Appoggio che Biscione tende ad escludere (mentre sarebbe conclamata l’azione di copertura): egli trova rivelatrice in questo senso la nota del SID del 17 dicembre, che addossa le responsabilità alla cordata Merlino-Delle Chiaie-Aginter presse, smontando così la pista anarchica.

Di altro avviso Boatti, che evidenzia la problematicità di quell’appunto. Si tratta, dice, di una ‘fisarmonica’, ovvero una ricostruzione che suona la musica che si vuole sentire, dice e non dice. E’ un ombrello protettivo sui servizi, trovatisi nella scomoda situazione di dover spiegare la posizione di Giannettini. Dal punto di vista del SID, assumere qualsiasi posizione è problematico: se sapevano della strage, ammettono di non essere riusciti a fermarla. Tuttavia, se non sapevano della strage, farebbero sorgere domande sulla loro effettiva utilità.

Così nasce la fisarmonica. Che non è nota univoca, né porta il Sid ad assumere in modo chiaro nessuna delle due posizioni sopra descritte. Tende invece a mescolare nero a rosso, poiché, a differenza di Biscioni, Boatti vede in essa un supporto alla pista anarchica, supportata però da un retroterra nero. Si tratterebbe dunque dell’ennesimo tentativo di depistaggio. La nota del SID torna a far parlare di sé nel 1985, quando in un memoriale Delle Chiaie espone la sua tesi: l’appunto sarebbe stato gonfiato ad arte nel 1973, ed artificiosamente presentato come di poco posteriore alla strage.

In realtà, la fisarmonica tanto minuziosamente descritta da Boatti acquista una chiave di lettura suggestiva se agganciata alle considerazioni di Biscione, in merito alle relazioni tra eversione nera ed istituzioni dopo il 1969.

A tale proposito, è necessario introdurre la ricostruzione di Fulvio Bellini (1978): essa può spiegare perché ci siano momenti, durante i processi su Piazza Fontana, in cui il Sid sembra ‘scaricare’ gli stragisti neri, mentre in altri sembrerebbe offrire loro protezione.

Egli sostiene di essere a conoscenza da fonti inglesi (non una bizzarria: l’Observer è il primo giornale ad usare, il 14 dicembre 69, l’espressione “strategy of tension”) di una trama dei filoamericani in Italia come input iniziale della strategia della tensione. La fazione si identificherebbe con la socialdemocrazia (a cui appartiene l’unico esponente politico accreditato al convegno del 1965, Ivan Matteo Lombardo) e farebbe riferimento a Saragat (che si era espresso con parole sinistre già all’indomani della morte di Annarumma). Primo ostacolo: viene ‘umanamente’ difficile pensare a uomini politici all’apparenza moderati che ordinano una strage. Per mitigare tale posizione, Biscione sembra dare credito alla tesi secondo cui la bomba è esplosa solo per un disguido quando la banca era ancora aperta (tesi che Boatti respinge decisamente, ritenendola un tentativo di scaricarsi di responsabilità degli imputati agli occhi dei giudici).

All’indomani della strage, Bellini parla di un accordo tra Moro e Saragat, per affossare la pista investigativa delineatasi sulla nota del SID, in cambio dell’abbandono da parte di Saragat dei propositi terroristici.

E’ da rilevare in questa ricostruzione, che Biscione considera “non implausibile”, una certa schizofrenia della politica, che vuole da un lato riappropriarsi della propria centralità nella gestione del potere, dall’altro ha la necessità di mantenersi credibile dinanzi all’eventualità che siano scoperte le collusioni con i servizi ‘deviati’ e l’eversione. Inoltre, la suggestiva interpretazione di una strategia ‘senza testa’ dopo il 1969 trova il riscontro in alcuni fatti: la strage di via Fatebenefratelli del 1973, ordita per colpire Rumor (reo di non aver proclamato lo stato d’emergenza dopo il 12 dicembre), la strage di Peteano del 1972, il cui autore rivendica l’autonomia del proprio gesto rivoluzionario, distinguendosi implicitamente dai ‘camerati’ che avevano agito in complicità  con lo Stato. Un’escalation di matrice neofascista, culminante negli attentati del 1974, propugnata come una sorta di ricatto allo Stato, compromesso dall’iniziale complicità con gli stragisti neri.

A conforto della tesi può essere letta anche l’intervista di Andreotti del ’74, se vogliamo interpretare le sue rivelazioni come un proposito, non colto, di far rientrare il servizio segreto nei ranghi della legalità.

Questa seconda fase, che seguendo Bellini potremmo definire di autonomia dei neofascisti, viene fatta concludere dagli storici nel 1974, anno in cui si verificano diversi eventi significativi. Andreotti ‘scopre’ Giannettini, D’Amato lascia l’Ufficio Affari Riservati, cade Nixon, cade il regime parafascista portoghese ed i colonnelli greci. Ma soprattutto, la strage dei lavoratori in Piazza Della Loggia smaschera la matrice nera dell’attentato, compromettendo definitivamente la strategia ‘false flag’ che doveva essere funzionale al consenso per una svolta a destra del paese.

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