Se c’è qualcosa che lo spocchioso Moretti rivendica ad ogni sua (rara) intervista, è la facoltà di esprimere pubblicamente giudizi, di prendere posizione; politicamente, ma non solo. Si tiene stretto il diritto di non essere d’accordo con alcune opinioni. Di dire che qualcuno ha ragione, e qualcun altro ha torto.
Diceva qualcosa di simile anche Romano Luperini, l’altro giorno nel suo intervento in Piazza dei Tolomei a Siena.
Se c’è qualcosa di cui l’assuefazione da televisione ci ha privato, tra le tante, è la facoltà di prendere posizione netta in favore di qualcosa e contro qualcuno o qualcos’altro.
I giovani cresciuti con la televisione hanno difficoltà a dire "No, io non sono d’accordo", a criticare apertamente il proprio interlocutore, a far pendere il proprio giudizio da una parte tra due contendenti. Ad esempio quando si discute della cosa pubblica, tra coetanei, soprattutto nelle assemblee grandi e piccole. Questa specificazione è importante, perchè il modo dell’assemblea ricalca un altro modo: quello del salotto televisivo. Dove chiunque ha dignità di dire la propria, tutte le opinioni sono rispettabili, e finiscono per diventare tutte giuste allo stesso modo, perchè è sgradevole che qualcuno venga messo dalla parte del torto quando si è in diretta. Figuriamoci quando tra i presenti c’è qualche indagato, condannato, qualche essere viscido, non si butta via nulla, tutti sono innocenti, ed in fondo chi è senza peccato scagli la prima pietra! Se la televisione è il regno dell’ipocrisia, dell’eufemismo, è anche perchè esiste una par condicio perpetua.
La par condicio televisiva si insinua surrettizia nell’animo di certe nuove leve tele-spettatrici; inibisce la loro facoltà di essere parziali, di discernere le opinioni altrui, di guardare e pensare criticamente. Sopratutto in politica, intesa in senso lato: nel sociale, nelle dispute, nelle grandi questioni. Ci è stato raccontato, di alcuni ragazzi (però pochi, tra molti altri più consapevoli) messi davanti al DDL Gelmini sulla scuola, di cui tanto si parla in questi giorni. Ragazzi dell’università. Ed essi erano incapaci di andare oltre un "mah, entrambe le parti hanno le loro ragioni". E’ questo atteggiamento la par condicio, l’imparzialità eretta a sistema, che si ritorce presto in indifferenza o qualunquismo.
Inutile dire quanto questa imparzialità diventi poi falsa e parziale, alla resa dei conti.
Invece, è triste vedere il senso critico e la coscienza civile e politica dello spettatore soffocare lentamente, in modo quasi impercettibile, come la goccia che scava la roccia. Certo, è un atteggiamento che si manifesta in modo lampante ancora in una ristretta parte di tele-popolazione. Anzi, diciamo pure in una parte estesa, ma in modo molto velato, sfumato. Abbiamo tentato qui di cogliere uno dei tanti atteggiamenti per l’appunto velati, sfumati, che la cultura televisiva inculca lenta ed inesorabile nelle menti di noi tutti.
Un po’ come gli applausi ai funerali: esistono costumi che si insinuano, alcuni più velocemente di altri, ed è bene provare ad accorgersene finchè si è in tempo.