Oggigiorno, con il termine "precario", si intende (in televisione…e dove se no?) fare riferimento ad una sconfinata area semantica, corrispondente ad una folla eterogenea di persone: l’operaio in Cassa Integrazione, lo studente di filosofia, il trentenne casalingo (della casa natale) disperato, il padre di famiglia brutalmente ‘tagliato’ dall’azienda e quindi dal mercato del lavoro, fino a giungere alla folla di coloro "che non arrivano alla fine del mese" (categoria umana ormai assurta a oggetto del massimo finto interesse e compassione, scalzando il bambino affamato del terzo mondo, nei disinteressati cuori di Casini, Buonaiuti, Ferrero, Capezzone e tutti gli altri allegri comprimari del panino di dichiarazioni del tg1).

Tentiamo timidamente di delimitare, con alcune domande "trancianti e brutali", quali di queste categorie di individui hanno le proprie colpe, e quali no, nel loro insuccesso lavorativo.

1)Coloro che già lavorano: tagliare posti di lavoro è spesso una necessità per le aziende. Questo non giustifica il dramma che vive un lavoratore, soprattutto se già sopra i 40 anni, al quale viene chiesto di rimettersi in gioco. Chi non ha una famiglia dietro, ma ce l’ha davanti (insomma, chi deve mantenere dei figli) ha delle responsabilità molto serie a cui fare fronte. Quindi ‘salviamo’ l’operio e il padre di famiglia.

2)Eserciterò ora il mio animo sadico nei confronti di coloro che cercano un lavoro per la prima volta; spesso, avendo alle spalle una carriera di studi universitari.
Innanzitutto, osservazioni banali: chi non ha mai lavorato non ha responsabilità, non ha preso impegni verso nessuno. Dubito che qualcuno prima faccia tre figli, poi vada a consultare la bacheca. Però, si potrebbe obiettare, queste persone desidererebbero prendersele, queste responsabilità, cioè desiderano un’occupazione duratura che garantisca loro un futuro economicamente sereno, in cui programmare i loro investimenti, affettivi e di ogni genere.
Prima di proseguire, definiamo meglio questa categoria: chi sono costoro? Per un giovane desideroso di andare alla pressa, e dare del tu al tornio, non credo ci siano molti problemi a trovare lavoro. Per tutti gli altri, coloro che hanno deciso di studiare, il problema si pone, ma in forma diversa. Infatti, come è giusto che sia, chi studia desidera occuparsi di ciò che ha appreso, mettere insomma in pratica il frutto delle sue fatiche.
Tuttavia, così come per i bambini che vogliono fare l’astronauto da grande, occorre scendere a patti con la realtà. Quanti posti da Antropologo sono rimasti in bacheca? E’ percaso deceduto quell’unico critico che si occupava di teatro norvegese per la rivista "Palchi diversi"? Ebbene, di questi posti non ce ne sono abbastanza. Eppure, questo è il punto, spesso l’impostazione dello studente è sbagliata, in quanto questa scoperta è come un brusco risveglio da un sogno, un’imposizione crudele del destino cinico e baro.

Allora, i casi sono due. O questo risveglio avviene il prima possibile, oppure avviene tardivamente. Nel primo caso, siamo padroni del nostro destino. Se siamo convinti di essere degli assi della letteratura spagnola, non resta che misurarci con le nostre aspirazioni. Altrimenti, rivediamo i nostri piani.
Ma il problema è la scoperta tardiva. Dove è finito il posto che pure il nonno aveva trovato con tanta facilità? Perchè oggi è così difficile entrare nel mondo del lavoro? Sì, è obiettivamente più difficile che un tempo. Ma provate a dirmi voi, quanto è sostenibile una società che dia lavoro a migliaia di interpreti di Kierkegaard; probabilmente, nessuno di loro sa riparare la sedia su cui siede, qualora si rompesse (e chi lo farà? L’artigiano ottuagenario che si estinguerà insieme al suo mestiere, oppure le nuove maestranze dell’est o dell’asia). Il fatto è che non possiamo essere una nazione di laureati in scienze umane. Quasi tutti si accorgono di questo "dramma".
Il problema allora risiede nel pretendere che sia così. Pretendere che basti studiare ciò che si vuole per un tempo sufficientemente lungo, per avere assicurato il posto di studioso stipendiato. Il mercato delle professioni tecniche è diventato molto variegato e precario – nel senso che sempre più spesso i contratti sono a termine; figuriamoci il mercato delle professioni letterarie!

Quindi, in conclusione, i punti delle mia posizione sono questi:
a)Uno studente universitario non può immaginare di ricevere in dono un posto a tempo indeterminato. Non è giusto o sbagliato, è una realtà dei fatti sempre più incontrovertibile, e dubito che ci siano segni che indichino tendenze contrarie.
b)Uno studente non può pretendere in automatico che le sue competenze acquisite con lo studio siano appetibili per un datore di lavoro (non può pretendere che ciò sia vero in assoluto).
c)Uno studente non può sentirsi rassicurato dalla lunghezza del suo curriculum. Non è il tempo in più passato a post-post-post-dottorarsi che darà una svolta netta alla sua carriera, o alla sua immagine di potenziale lavoratore.
d)Uno studente non è una bolla di sapone sospesa sopra gli altri, che esplode appena si laurea. Occorre essere vigili e presenti sin da subito, capire quali sono le famose "professioni del futuro". Non dico di inseguire tutti la stessa lanterna, ma almeno di farsi un’idea di cosa i datori di lavoro richiedono maggiormente.

I punti a-b-c-d sono generati da un unico dato di fatto (chi vuole tentare di smontarlo si accomodi): una società non può sostenere un grande numero di specialisti di scienze umane. Una società basata esclusviamente sulle alte specializzazioni è una società fragile ed esposta ai macro-cambiamenti. E’ inoltre destinata ad una partizione in classi sociali: sopra i ‘nativi’, specialisti del sapere, sotto la manodopera straniera, a basso costo.

La categoria degli studenti universitari, recentemente riscopertasi come soggetto del dibattito civile ("L’onda"), ha il più delle volte la seguente colpa: non ammettere alcuna delle proprie colpe. L’attenzione è rivolta alle forme di protesta, al diritto allo studio; si confonde il diritto allo studio con i diritti sopra citati: il diritto ad una serie di privilegi che nessuno può sostenere. Qui non si parla di rassegnarsi ad un futuro di disoccupazione, ma di cominciare ad inquadrare gli ostacoli, presenti per chiunque decida di seguire i propri sogni. Non dico di non provarci, ma di non farsi false aspettative. E soprattutto, si conti solo su se stessi e le proprie forze. Non penso che sia impossibile addentrarsi in questa situazione di stasi; non sempre, ma può succedere: che la teoria sconfigga la pratica, e sopraggiunga la rivincita dei filosofi.

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