Dopo l’ennesima conferma, ho dovuto sedermi e registrare il fenomeno.

Nuovi ed inquietanti scenari: anche tra gli uomini di lettere si diffonde ed imperversa il "piuttosto che".

Già registrato il decesso del congiuntivo (soprattutto nella subordinata che segue il "che"), assistiamo ora a nuovi ed ancora più scorretti usi dei costrutti della lingua italiana. La vittima questa volta è la disgiunzione – passata lentamente da ‘avversativa’ ad ‘equiparativa’.

Nell’uso corretto, il "piuttosto che" esprime una preferenza tra due alternative.

"Preferirei morire, piuttosto che darti una mano".


Nell’uso scorretto, sempre più frequente soprattutto nel milanese, è usato come una variante forbita dell’ "o".

"Mi piace la cioccolata, piuttosto che la marmellata, piuttosto che la passata di prugne".


Non bisogna sforzarsi molto per notare quanto sia demenziale questa dicitura.
Basta assistere ad una qualunque presentazione/ convegno di compulsing management, per rendersene conto. Chi la utilizza, è convinto che innalzi la sua caratura intellettuale – infatti "piuttosto che" è molto più lungo di "o"! Invece, potrebbe essere il sintomo di nuove dinamiche sociologiche.

In questa lettura, "piuttosto che" subisce una erosione qualunquista; una rozza equiparazione di tutte le alternative, causata dall’anestetizzarsi del nostro spirito critico e capacità di discernimento. La scelta non si pone: diventa un elenco amorfo delle alternative.
Si prega cortesemente di continuare a preferire, a scegliere, a giudicare questo meglio di quello. Meglio giudicare, piuttosto che ridursi ad elencare.

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