Parte prima: un applauso ci seppellirà

Da alcuni anni a questa parte, le persone applaudono.

Sentono il bisogno, in qualsiasi ambito della dimensione collettiva, di aggiungere la chiosa, esprimere rumorosa commozione, quasi che fossero guardati, quasi che partecipassero al finale di un film. Proprio dallo schermo deriva questa invasiva usanza – ma da quello piccolo della televisione. Dai salotti pomeridiani, ai talk show, poi via ad invadere la ‘realtà’. L’applauso in poco tempo ha guadagnato spazio e credito nelle cerimonie ufficiali e nelle celebrazioni – ai battesimi, alle premiazioni, alle cresime, ai matrimoni. Mi hanno solo raccontato di applausi ai battesimi – al mio non ricordo, ma l’usanza non c’era ancora. Ad ogni modo, è piuttosto grottesco. Ma il peggio arriva al fin della vita: l’applausometro ai funerali ‘importanti’, per misurare la caratura e la fama del cadavere. Lo spellarsi le mani alla fine del minuto di silenzio, come se non fosse già significativo quel lasso di tempo surreale, dove centinaia di persone (se è il caso di un ritrovo collettivo) cessano per poco il loro chiacchiericcio. Quella è una commemorazione; l’applauso che segue è solo l’inizio del ritrovato frastuono.

Ma torniamo alle lauree. Anche alle cerimonie di laurea si applaude. Un tempo solo alla fine, ora anche in altri momenti significativi: la fine della dissertazione, la pausa tra un candidato e l’altro. Molti attori misurano la maleducazione di un pubblico in base alla tempistica degli applausi; se questi giungono prima della fine di una frase, oppure in un momento di tensione drammatica, il nugolo entusiasta è giustamente considerato anche un po’ maldestro. Allo stesso modo succede durante la sessione di laurea: il presidente neanche può terminare il "la dichiaro dottore in Qualcosa, col punteggio di .." che la schiera dei fans non si trattiene più, e comincia ad applaudire e urlare, con lieve disappunto – talvolta – del candidato stesso.
Come nel caso del minuto di raccoglimento, certe volte il silenzio è molto più pesante dell’applauso. Quando ogni momento diventa celebrazione, significa che più nessuno lo è. Ogni nota si perde in un magma indistinto di rumore. Non costa nulla applaudire, è un gesto elementare. Stare in silenzio costringe a pensare. Poi, certo, per chi non è abituato, pensare è sconsigliato, come canta Guccini.

Parte seconda: delirio codificato

Ma veniamo alla parte successiva della cerimonia di laurea: altrettanto ricca di interessanti dinamiche di gruppo. La claque del candidato, la stessa presente in aula, lo scorta fuori dall’edificio, solitamente dopo una investitura di alloro. Potrebbe anche andare, se non fosse per la variante "a forma di ciambella gigante" – le cui dimensioni permettono al candidato di reggerla solo come grande collana, col grottesco effetto di farlo assomigliare alla giovenca vincitirice di un concorso agricolo, oppure ad un sito di sepoltura adornato dalla corona inviata dall’ufficio del sindaco (alla vostra destra).

A questo punto cominciano, scanditi a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro, i cori: "Dottore, dottore, dottore nel buco etc.."  Sospetto che la natura e caratura di questo inno generazionale sia vicina parente del "po-po-po" dei mondiali. Ma chi ha inventato questo slogan orribile? Le sue radici sembrano essere antiche. Forse un fresco laureato in medicina delle parti gastro-interiche. Ma non distogliamo l’attenzione dalla sequenzialità del rito.

La comitiva si dirige al luogo della goliardia. Qui i parenti lasciano campo libero ai sadici amici del candidato – i quali indossano i panni dei ‘nonni’ alle prese con la recluta al suo primo giorno nel dormitorio militare, e scatenano ogni risorsa idrica e culinaria per garantirgli un analogo trattamento.
Piovono uova, verdura, sugo barilla, cera e tempera. Ma fosse questo! Il problema è che la stessa cosa succede a fianco. E ancora alla ‘stazione’ successiva. Si scopre che tutti i dintorni sono popolati di piccoli gruppi, che ripetono gli stessi identici riti, con pochissime variazioni. La patina grottesca è garantita da questa miscela: atti di grande delirio, ma tutti codificati nei minimi dettagli. La follia standardizzata. Mi viene il sospetto che esista anche una agenzia di catering, che vende le uova, il sugo barilla, l’alloro, magari un sacco di tela in cui incelofanare preventivamente il candidato, perchè non si sporchi troppo.

Anche il luogo prescelto è standard. Le teste ‘allorate’ si dirigono tutte lì, un po’ come i turisti giapponesi a piazza San Marco. Ed allo stesso modo, fior di esercenti traggono gusto e profitto nell’approfittare di questa ritualità codificata, piazzato nei posti giusti i cartelli "si organizzano feste/banchetti/buffet di laurea".
In una grande città universitaria, ad esempio, esiste un lungo viale delle celebrazioni, con alberi posti alla giusta distanza. Un posteggio per piccole claque. Ad ogni albero viene appiccicata una poesia, che narra la storia del candidato. Tutto molto simpatico, e probabilmente anche di grande soddisfazione e divertimento per chi vi partecipa attivamente. Ma dall’esterno non si può non notare come tutti gli alberi abbiano i cartelloni della stessa fattura. Si intuisce che sono fatti in serie da una qualche copisteria. Qualcuno deve aspettare il proprio turno, che finisca l’altro, con il proprio cartellone in mano – forse dovremmo piantare nuova vegetazione. Ancora, le vessazioni a cui sono sottoposti gli allorati hanno le caratteristiche del rituale, allo stesso modo in cui, come detto prima, le matricole ricevono il loro bagno di nonnismo, oppure i giovani del villaggio ricevono il rito di iniziazione all’età adulta. Ciò che distacca l’evento della laurea da questi altri è l’azione normalizzante del marketing, l’impronta televisiva, così come l’incredibile uniformità dei vari festeggiamenti. Tutto ciò lascia come un’idea balzana in testa: che alle persone piaccia agire all’unisono, mossi da convenzioni immaganizzate in modo subliminale. "Non l’hai certo scoperto tu!" Avete ragione.  Allora applausi, allori, uova e stuzzichini. E via che ricominciamo.

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