Archive for dicembre, 2009


 Giacch’e’ siamo sotto Capodanno, e’ venuto il momento di parlare di…

 


COMBUSTIONE UMANA SPONTANEA

Una delle morti piu’ inspiegabili ed atroci: il corpo umano brucia all’istante dall’interno, riducendosi in cenere senza neanche dare il tempo alla persona di urlare o provare dolore. Le testimonianze raccolte su questo fenomeno non hanno ancora condotto a una teoria scientifica convincente delle sue cause.

  Ma esiste davvero? 

Quanto e’ frequente?
Quali potrebbero essere le cause?

 

Un caso emblematico: la misteriosa morte di Mary Hardy Reeser

Tra i numerosi casi, questo e’ il piu’ documentato.

La sera del 30 Giugno 1951 la signora Reeser, 57 anni, va a letto presto e decide di prendere un sonnifero (testimonianza del nipote).
Alle 5 del mattino la padrona di casa, Signora Carpenter, sente un lieve odore di bruciato, ma lo attribuisce ad una pompa surriscaldata, cosi’ fa un breve accertamento in garage prima di tornare a dormire.
Alle 8 la signora Carpenter bussa ripetutamente alla porta della Reeser per consegnarle un telegramma. Preoccupata dall’assenza di risposta, si fa aiutare da alcuni passanti, e butta giu’ la porta d’ingresso.

Un calore dirompente avvolse i soccorritori, ma non c’era nessun segno visivo di incendio. Invece i pavimenti ed i soffitti erano ricoperti di una sostanza oleosa. A parte un mucchietto di cenere, della signora Reeser restavano un piede intatto con tanto di pantofola, alcuni resti di organi interni, la colonna vertebrale ed il teschio semicarbonizzato. Nessuno nella notte aveva sentito la signora urlare, mentre prendeva presumibilmente fuoco.

Links alle foto (non voglio turbare i sonni di alcuni inserendole direttamente nella pagina): Uno, due, tre.

Evidenze empiriche

Il racconto di chi ha assistito a questo fenomeno lo descrive sempre con alcune caratteristiche comuni, riguardo il luogo della combustione, la descrizione dei resti umani, l’identikit dei soggetti colpiti.

  • Il particolare piu’ grottesco: gli arti inferiori e spesso parti degli arti superiori restano assolutamente intatte – non bruciano.
  • Tutti gli organi interni prendono invece fuoco e diventano all’istante cenere biancastra.
  • Perche’ un corpo umano bruci e’ necessario un calore di almeno 1000 gradi (quello dei forni crematori). Tuttavia, incredibilmente, l’ambiente circostante non sembra danneggiato dalla combustione. Questa deve dunque avvenire in un luogo del corpo circoscritto.
  • Le vittime sono in maggioranza donne – abusatori di farmaci – alcolisti – accaniti fumatori.
  • I testimoni oculari hanno riportato che le persone colpite sembravano apparentemente calme e incapaci di sentire dolore, mentre bruciavano.
  • Una sostanza oleosa (probabilmente lo sciogliersi dei grassi) ricopre il pavimento dove e’ accaduta la combustione.

Le ipotesi

La teoria dell’ "effetto stoppino": sostanze infiammabili come alcool e sigarette (la maggior parte dei soggetti colpiti sono etilisti e tabagisti)  prendono contatto con le sostenze adipose di cui buona parte della nostra superficie e’ composta, causando una combustione che si propaga all’interno. Questo spiegherebbe anche perche’ i piedi – dove non c’e’ grasso – vengano risparmiati dal fuoco.
Problema 1: alcuni dei soggetti non erano a contatto con nulla che fosse infiammabile – sigarette o alcool. 
Problemone 2: le ossa dovrebbero impiegare alcune ore per dissolversi, lasciando una polvere grigia. Invece si dissolvono all’istante, lasciando una polvere bianca.

La teoria della reazione chimica interna: la prima variante e’ che l’alta presenza di una sostanza infiammabile (ad esempio l’alcol) nel sangue possa combinarsi chimicamente con altri agenti interni del corpo e provocare un incendio interno che si propaga all’esterno. Una seconda variante e’ che l’idrogeno e l’ossigeno dentro i mitocondri possano reagire in modo tale da provocare una esplosione interna, e conseguente effetto a catena a livello cellulare.

Paranormale e parapsicologia: e qui chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Si va dai fulmini globulari a poltergeist sadici assassini.

 
 


Fonti bibliografiche


 
 
 
 
 

Ecco una storia che e’ piaciuta alla mia sensibilita’ grandguignolesca.

La sera del 10 settembre 1945, Lloyd Olsen, del Colorado, era occupato in una delle mansioni che come contadino era solito svolgere: tagliare la testa ad un pollo a scopo di brodo.

Solo che Lloyd sbaglio’ leggermente il colpo, e la lama dell’ascia colpi’ molto in alto il collo del pennuto. La giugulare del collo rimase intatta, un rapido coagulo fece in modo che il sangue quasi non uscisse dal corpo. L’altezza del colpo fece si che un orecchio, nonche’ buona parte del tronco celebrale, rimanessero attaccati all’animale.

Mike (il pollo gia’ si chiamava cosi’ o fu un battesimo dovuto alla fama?) poteva ancora sentire e pensare. Ma la sua non fu l’agonia di pochi minuti: con grande sgomento, Olsen vide l’animale riprendere energie e sgattaiolare via sulle proprie zampe!

Nei giorni successivi, il pollo non solo vegetava, ma prosperava. Olsen lo nutriva amorevolmente con gocce lasciate cadere nell’esofago. Ingrasso’ da 1300 grammi a 3300. Rischiata la vita una volta, ora non era piu’ la mira di velleita’ culinarie, bensi’ un fatto curioso da far conoscere al pubblico.

Olson porto’ l’animale all’Universita’ dello Utah. Mike era decapitato da una settimana, ma gli scienziati non poterono che constatare le incredibili circostanze anatomiche di cui sopra, che avevano fatto si che fosse sopravvissuto all’evento. Il pollo divenne una celebrita’, perennemente in tournee’, protagonista delle copertine di Times e Life.

Mike mori’ in una camera d’albergo nel marzo 1947. Il suo padrone aveva dimenticato il contagocce che usava per pulire l’esofago, e l’animale rimase soffocato.

Il mito di Mike il pollo senza testa rivive nella festa che gli abitanti di Fruita, Colorado, dedicano ogni anno all’indimenticata star del luogo. 

Il nutrito gruppo di sostenitori del primato delle ragioni del cuore ama particolarmente una certa interpretazione del primo teorema di incompletezza di Goedel, proposta in particolare dall’enciclopedico R.Penrose.

Il primo teorema asserisce che un sistema formale che soddisfi certi requisiti di espressività, se è consistente allora è incompleto rispetto alle verità dell’artimetica. In particolare, esisterà sempre una formula vera della matematica che la teoria non può nè dimostrare nè refutare.

Questa è nel riassunto l’enunciazione del primo risultato di Goedel. L’interpretazione preferita da Ratzinger è: noi capiamo tutte le verità della matematica; una macchina (cioè un sistema formale) non può; dunque noi siamo qualcosa di più di una macchina! E questo qualcosa di più è l’anima, la mente, "segui il tuo cuore", ecc.

Per di più, pensarla in questo modo ci restituisce il brivido particolare della rivincita sulla TECNICA. Ah, questa maledetta tecnologia  non potrà mai replicare le mie irriproducibili sensazioni ed esperienze! Ed addirittura la batto sul suo stesso terreno, la matematica!

Tuttavia, questa interpretazione del teorema di incompletezza è facilmente demolibile con  più di un argomento. Tanto per cominciare, non si capisce bene il nesso semantico tra "dimostrare" una verità della matematica (una procedura ben definita) ed il "capire" una verità della matematica (qualcosa di molto più fumoso e soggettivo). In sostanza, l’argomento soffre, a partire dai suoi presupposti, dei difetti già presenti in certa cattiva filosofia.

Ma pensiamo per un momento di fare qualcosa di diverso. Prendiamo di petto la sfida, ed accettiamo il presupposto che il nostro "afferrare" enunciati matematici sia qualcosa di equivalente al "dimostrare" entro un sistema formale con i succitati requisiti (espressività delle funzioni ricorsive primitive, consistenza).
Ebbene, secondo me tanta tracotanza non è ugualmente giustificata. Infatti, si parte sempre dall’assunto che la nostra comprensione delle verità della matematica sia illimitata, perchè il nostro pensare è non-meccanico, o in qualche altro modo superiore al ragionamento meccanizzato.

Allora, caro lettore, afferra questo:

(define Y
  (lambda (le)
    ((lambda (f) (f f))
     (lambda (f)
       (le (lambda (x) ((f f) x)))))))


Ne dò pure gli strumenti di comprensione: si tratta della definizione di una funzione Y nel formalismo del LISP, un linguaggio di programmazione strettamente imparentato con il lambda-calcolo. Chi è avvezzo a quest’ultimo non ha sicuramente problemi a capirne la sintassi.
Ad uso e consumo, ne provo comunque a chiarificare la sintassi:

  • la sintassi per caratterizzare (in astratto) una funzione è
lambda (argomento) (valore)
  • la sintassi dell’applicazione di una funzione ad un argomento, oppure a due argomenti in successione, è

funzione argomento1

(funzione argomento1) argomento2

.Ad esempio, lambda (x y) (x+y) è la funzione-somma in astratto.
.lambda (x y) (x+y) (1 2) ha  come valore 3.

Ebbene, nonostante questo ripasso,  per me "afferrare" il Combinatore di punto fisso Y (il nome di quel mostro sopra) rimane un compito troppo arduo. Posso capirne dei fragmenti, posso comprendere cosa vuole dire la sintassi in punti specifici, ma non riesco ad afferrarne il significato complessivo. C’è forse un eccesso di ricorsione in tutto questo!

La beffa più grande è che qualsiasi computer (qualsiasi macchina di Turing) è in grado di  "comprendere" perfettamente di cosa si tratta. O quantomeno, può farlo molto meglio di me. E  non si tratta, badate bene, di un problema di performance, di forza bruta. Una macchina non ci riesce perchè ha più memoria. Credi si tratti invece di un problema di impostazione dell’apprendimento, basata su immagini piuttosto che su procedure ricorsvie. La mia personale idea è che il nostro venire a conoscere  sia stato impostato nel corso dell’evoluzione come un modello a reti neurali, piuttosto che come una macchina seriale.  Per  questo motivo saremo una specie sempre più forte nella pallavolo che nella risoluzione delle equazioni differenziali integrali.

Nonostante questo sia poco più di un gioco, volevo mostrare come possiamo scrivere, maneggiare, anche utilizzare qualcosa di matematico senza capirlo. C’è sempre un certo scarto tra "mostrare", "concepire", e dall’altra parte "afferrare" e "capire". Su questo ci sono riflessioni interessanti all’inizio di Tutto, e di più, il libro di Foster Wallace sul transfinito di Cantor. Proprio l’infinito, o meglio gli infiniti troppo infiniti (Aleph-2, Aleph-3,Aleph-omega,..) sembrano una cateogria di oggetti del pensiero che sfuggono immediatamente alla nostra comprensione. Proprio su queste considerazioni si basa una argomentazione molto più rigoroso e seria della mia, che vuole battere l’argomento di Penrose (in quel caso di Lucas, ma è simile) sul proprio campo. La trovate nelle pagine 489-518 di Goedel,Escher,Bach di D.Hosftader. Andate subito a leggerle, anzichè stare qui a sorbirvi le mie imprecisioni dilettantesche e falsamente evocative!