Archive for marzo, 2010


Quando un romanzo finisce.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…
come lacrime nella pioggia.
 
La parte meno citata del monologo cinematografico più inflazionato
 
 
I romanzi più cari sono quelli che termini con una certa malinconia. Divori gli ultimi capitoli, ben conscio che il mondo, le persone – perchè tali sono diventati i personaggi – alle quali ti sei affezionato stanno per lasciarti per sempre. Non che tu non possa tornare a leggere di loro: ma è inevitabile che essi rimangano imprigionati nel tempo deciso dal narratore, le loro vite non possono protrarsi oltre la parola Fine. Allora ti domandi: cosa farà l'Angelo nero di Woolrich, una volta tornata a casa? Si ricongiungerà al marito, condurrà la vita di prima, oppure il ricordo dell'assassino amato le impedirà di riportare indietro le cose? Fate i vostri esempi, con i personaggi con i quali siete entrati maggiormente in empatia. Le storie che ci coinvolgono finiscono sul più bello, e ci scatenano il desiderio di sapere tutto quello che non è stato raccontato: quello che era 'prima', quello che sarà 'dopo', e quanto è stato 'durante' e l'occhio del narratore non ci ha dato di sapere.
Io invece vorrei conoscere: la vita del prete della "Messa è finita", quando smette di ballare sulle note di 'ritornerai'; se i protagonisti di "The ethernal sunshine of a spotless mind" torneranno insieme alla fine del film; se l'ultimo uomo sulla terra, in "Io sono leggenda" (di Matheson, non il film), riuscirà a sfuggire al patibolo.
E' meglio così: quando si conosce troppo, il racconto perde la sua qualità intrinseca, la limitatezza della narrazione. I libri, i film sono visuali anguste su un mondo più vasto, la cui visione completa spesso non è consentita nemmeno al  suo stesso creatore. La televisione invece è una narrazione senza fine, dove sappiamo tutto di tutti, e più ne sappiamo meno ce ne importa. I film ci lasciano quell'ardente desiderio, proprio perchè hanno una vita così breve: lì sta il fascino delle storie che raccontano.
Per questo motivo trovo tanto insopportabile la moda dei ritorni, dei sequel, delle saghe a capitoli, esercizi di prolissità narrativa di sceneggiatori incontinenti, o meglio, il più delle volte, astuti conoscitori di un pubblico vorace di intrattenimento. Dovevano lasciare morire Matrix dopo il primo film. Non dovevano resuscitare la trilogia di Guerre Stellari, il Padrino (in mancanza di Mario Puzo, ora lo scrive un ghost writer tedesco!), i libri di Sherlock Holmes. Più sappiamo, più ne viene corrotta la storia originaria. Ciò che era stato detto era già sufficiente – basta poca carta-pellicola per evocare il fascino di un mondo fantastico, l'immaginazione di ciascuno spettatore deve fare il resto.
Chi non vuole staccarsi da questo mondo potrebbe subire il contrappasso di Misery, il romanzo di S.King dove la 'fan numero 1' imprigiona il suo romanziere preferito affinché prolunghi la vita della sua eroina letteraria.
 
Dobbiamo avere il coraggio di far morire le nostre Misery, per preservarne un ricordo dolce, come quello che riserviamo ai romanzi più belli. Qualcosa di simile alla nostalgia di un amico conosciuto il tempo di un'estate, tanti anni fa. 
Annunci

Ho passato gli ultimi tre mesi (passati dal post precedente) a trovare una moda alla quale conformarmi per raccogliere più utenti su questo blog…e finalmente, in questi giorni, è arrivato il segnale che aspettavo, con l'uscita di un (brutto) film sui romanzi di Lewis Carroll!

Chi è stato nelle sale in questi giorni potrebbe avere l'impressione che non ci sia poi tanta differenza tra i due libri di Alice e Fantaghirò (in assenza del tono epico proprio de  "Le cronache di Narnia" o "Il signore degli anelli"). 

Quello che Burton non è riuscito a trasmettere è che il paese delle Meraviglie non è solo un universo fantasy, così come Lewis Carroll non è solo un narratore per bambini. I due romanzi sono colmi di giochi di parole, allusioni alla matematica, la logica (simbolica, non quella della settimana enigmistica), la fisica, gli scacchi. Charles Lutwidge Dodgson (questo il suo vero nome) era infatti un matematico di livello, autore oltre che di romanzi per bambini anche di saggi scientifici e un libro, "Il gioco della logica", ristampato in tempi recenti da Boringhieri (lo consiglio a tutti).

Per rendere l'idea, vediamo dunque alcune delle allusioni contenute nel primo dei due libri (i riferimenti sono all'edizione Einaudi – gli struzzi – del 1967, che ho comprato nel mio ultimo viaggio nel tempo).

 

________________________________________________________________________________

– Nel primo capitolo, p.10, Alice si sta accorciando. Ad un certo punto esclama:

"Potrebbe finire, capite, che mi consumi tutta come una candela. Chissà come sarei allora?".

Prosegue il testo:

'E cercò di immaginare come è la fiammella di una candela consumata, perchè non riusciva a ricordare d'aver mai visto una cosa simile.'

Al di là del sapore zen della fiamma di una candela consumata, si può leggere in questo passaggio una allusione al concetto di limite in matematica.

_________________________________________________________________________________

– Nel secondo capitolo, p.15, Alice cerca di riepilogare 'tutte le cose che di solito sa'. Tra queste:

Dunque: quattro per cinque fa dodici, e quattro per sei fa tredici, e quattro per sette…oh cielo! Non arriverò mai a venti di questo passo!

4 x 5 = 12 se ragioniamo in base 18 anzichè in base 10 (infatti 4×5=20, 20/18 = 1 con resto 2). Allo stesso modo, 4 x 6 = 13 in base 21. Se Alice proseguisse, probabilmente farebbe 4 x 7 = 14, in base 24. In effetti, Alice non arriverà mai  ad un risultato di 20, in quanto dopo le cifre 0-9 cominciano le lettere, e nessun risultato espresso in base 10 dividerà la base effettiva (che progredisce di 3 in 3) esattamente per 2.
________________________________________________________________________________

– Nel quinto capitolo, p.54, Alice ha importunato con la sua crescita rapida il nido di un piccione. Questi è terrorizzato dal pericolo che la bambina possa essere un serpente. Dice il piccione:

"Scommetto che adesso mi dirai di non aver mai assaggiato un uovo!"
[Alice:] "Ho assaggiato delle uova, certo" […] "Ma le ragazzine mangiano le uova proprio come i serpenti, sai.
[Piccione:]"Non ci credo […] ma se lo fanno, allora sono una specie di serpenti, devo per forza concludere."

 

La conclusione del piccione contiene molti echi. Alcuni rimandano alla filosofia, in particolare alla concezione essenzialista delle specie per Aristotele: il piccione potrebbe pensare che è proprietà intrinseca, definitoria dei serpenti l'essere mangiatori di uova, così come l'uomo è 'animale razionale'. Non può non essere serpente chi è mangiatore di uova!
Il ragionamento del piccione potrebbe anche avere la forma di un sillogismo (non chiedetemi di quale forma però..non ho controllato!), e rieccheggia un tipico modo di procedere delle scienze deduttive.

________________________________________________________________________________

– Nel sesto capitolo, p.65, Alice vede svanire il Gatto del Cheshire un pezzo alla volta, e per ultima la sua bocca. Esclama:

"Accipicchia! Ho visto spesso un gatto senza sogghigno [..] ma un sogghigno senza gatto mai! E' la cosa più buffa che abbia visto in vita mia!"

In questo passaggio c'è una bella allusione alla progressiva astrazione verso cui si stava muovendo la matematica contemporanea a Lewis Carroll. Così come possiamo trattare il numero tre in assenza di tre sedie o tre pere, così il sogghigno aleggia anche in assenza del gatto. A me questo passaggio ricorda anche un passo delle Categorie di Aristotele, in cui si discute della dipendenza della parte dal tutto (branca della metafisica detta mereologia).

________________________________________________________________________________

– Nel settimo capitolo, p.67, Alice arriva alla tavola del cappellaio matto. Durante una conversazione dice:

"Va bene, almeno intendo dire quello che dico… che è la stessa cosa, no?"

Ma il cappellaio matto (che per inciso è tutt'altro personaggio rispetto ad un malinconico e assennatissimo Jack Sparrow con il cerone) dissente:

"Non è per niente la stessa cosa! Allora potresti anche dire che 'vedo quello che mangio' sia la stessa cosa di 'mangio quello che vedo' !"

Il cappellaio sta mostrando ad Alice che non sempre il valore semantico di una certa proposizione è lo stesso della sua conversa. Dal punto di vista logico, si stanno confrontando in questo caso una relazione e la sua relazione inversa.

________________________________________________________________________________

– A p.70, Il cappellaio e il leprotto marzolino spiegano ad Alice che continuano a spostarsi in circolo intorno al tavolo, per avere sempre una tazza da té pulita. Alice si domanda allora:

Ma quando tornate ancora al posto di partenza, cosa succede?

E' una allusione al meccanismo dell'addizione in modulo n sui numeri interi. Qualcuno ha anche immaginato che il riferimento al circolo possa essere una rappresentazione della struttura algebrica denominata anello; è tale per l'appunto l'insieme degli interi con l'addizione e la moltiplicazione.

________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________

Spero con questi accenni di aver dato un'idea dei vari livelli di lettura che quest'opera contiene. Su internet troverete informazioni anche su citazioni di altro genere – letterarie, linguistiche, storiche – con le quali Lewis Carroll ha infarcito la propria opera e nessuna rivisitazione cinematografica ha avuto molto interesse a rendere. 

Concludo segnalando un libro poco conosciuto del grande romanziere di fantascienza Fredric Brown, incentrato su accadimenti e personaggi carrolliani. Pur essendo di genere giallo-grottesco, è a mio giudizio una delle opere più vicine alla sensibilità e lo spirito originali dell'autore di Alice.

Il visitatore che non c'era
Fredric Brown
Paolillo collana I bassotti

Nella prossima parte, alcune citazioni filosofiche, matematiche, logiche e fisiche tratte dal secondo dei romanzi di Carroll, "Attraverso lo specchio".

Post scriptum – per le informazioni contenute in questa pagina ho spudoratamente copiato e rielaborato parti di: voce "Alice in wonderland" (wikipedia), sito "Alice nel paese della matematica", yahoo answers (le custodi di tutto lo scibile quotidiano).

Secondo lo storico dell'astronomia Steve Khun vi sono periodi cosiddetti di 'scienza normale'. In queste lunghe fasi gli scienziati si tramandano un certo paradigma, una generazione accademica dietro l'altra, in modo non dissimile alle comunità di credenti religiosi. Il paradigma è una certa visione del mondo dei fenomeni naturali, interpretati secondo un corpus di teorie accettate. Durante un periodo di 'fisica normale', un professore universitario tramanderà la fisica così come gli è stata spiegata durante la sua formazione; incoraggerà i suoi studenti ad occuparsi di risoluzioni di rompicapi, che altro non sono che attività di routine a scarso valore euristico, quali ad esempio la raccolta di dati, il raffinamento dei calcoli e via dicendo; promuoverà ad assistenti quelli che scrivono gli articoli migliori e più affini al paradigma; il ciclo si ripeterà, con gli studenti che divengono professori.
(a qualche amico studente di fisica la risoluzione di rompicapi potrebbe ricordare qualcosa…;))

Anche prendendo per buono il quadro disegnato da Khun – in particolare quello della "Struttura delle rivoluzioni scientifiche", 1965 – un giovane studente di scienze naturali (fisica PIUTTOSTO CHE! biologia PIUTTOSTO CHE! chimica) avrebbe comunque buone possibilità di fare carriera, nonostante la stagnante 'scienza normale'. Allontanandoci ora da Khun, possiamo infatti osservare che la scienza è per sua natura quantitativa, ed oggi anche – che consideriate questo una moda o un fatto intrinseco – molto, molto matematica e formalizzata. Se uno studente sbaglia i calcoli, questo è lampante. Non ci può essere disquisizione. Se invento una teoria che genera predizioni sbagliate, non posso difenderla sostenendo di essere un genio incompreso.

Ammettiamo tuttavia che quello della scoperta scientifica è un campo accidentato. Prendiamo allora uno studente di matematica. Qui non ci sono 'osservabili' di mezzo. Se sono uno studente dotato, potrò farmi strada dimostrando un teorema. Un teorema è dimostrato o non lo è, non posso sostenere una soggettività della dimostrazione! Allo stesso modo, posso essere creativo perchè propongo una nuova teoria formalizzata. Mostro una proprietà di una qualche struttura algebrica. Allora, anche qui non c'è molto adito a contestazioni. Tutto quanto si può contestare è di natura psicologica e sociologica: si può sostenere che i miei studi siano in fondo ininfluenti, oppure inutili. Tuttavia, se l'unica matematica che si fa strada fosse quella che serve all'industria allora in molti potrebbero iniziare a temere per i loro finanziamenti.
Ma questo generalmente non accade. La matematica è un ambito dove non c'è l'auctoritas. Non esiste – o non dovrebbe esistere – la 'dimostrazione per intimidazione', del genere: "poichè io sono Federico Gauss, questa mia asserzione è dimostrata, anzi..'triviale'!" In questo c'è una profonda uguaglianza: l'unico giudice della correttezza matematica è la matematica stessa.

Veniamo invece alla filosofia. Pensiamo ad un giovane studente di filosofia che ha una sua audace teoria sul mondo. Ah! Se fosse nato nel '600, forse gli sarebbe riuscito pubblicare un trattato di metafisica. Se avesse un Bertrand Russell (l'auctoritas) alle spalle, forse questi gli avrebbe scritto una prefazione e ora lo studieremmo nei manuali – come infatti facciamo con il Tractatus di Wittgenstein. Nella situazione attuale, è meglio che si metta l'animo in pace e passi i prossimi venti anni chino sulle glosse degli inediti dei filosofi già morti, prima di iniziare a dire qualcosa di suo.
Si potrebbe obiettare che anche un commento può essere creativo: giustissimo! Infatti, chi si è fatto strada ha iniziato con i commenti. Una interpretazione audace di un autore è comunque un atto di creazione, in cui c'è molto del nostro pensiero. Meglio questo, piuttosto che lanciare nuovi autori di metafisiche improbabili, freschi di liceo classico ed eroismi giovanili.
 
Posto questo, come si riconosce il buon filosofo? E' ovvio che non tutti i laureati in filosofia sono buoni filosofi. Magari sono buoni filosofi alcuni laureati in Ingegneria, o alcuni arredatori. Parliamo invece di filosofi di professione: definiamo (per convenzione, non per definitio quid rei) come tali gli uomini che (1) sono professori ordinari di filosofia all'università (2) hanno all'attivo alcune pubblicazioni importanti, tra articoli e libri. Come si diventa questo tipo di 'filosofi'? Solo una piccola cerchia dei laureati in filosofia potrà o vorrà aspirare a questa posizione. Il problema è che il loro successo non dipende da fattori quantitativi. La filosofia non è una scienza esatta (non che questo sia per forza un difetto), e presenta un problema di valutazione.
 
Facciamo due precisazioni. (1) Il problema di valutazione non è qualcosa di astratto, ma un fatto reale, che contempla fattori importanti per la vita del filosofo, quali il posto di lavoro, lo sbloccarsi di finanziamenti e via dicendo. Se il contenuto del tuo lavoro non può essere valutato secondo criteri che aspirino all'oggettività, è difficile considerarlo migliore o peggiore di quello di un altro; e dunque offrire i soldi a te o lui – detto in maniera molto raffinata.
(2) Lasciamo da parte il problema dei concorsi truccati e dei raccomandati. Partiamo invece da una idealizzazione.

Noi, giovani studenti di filosofia, decidiamo di fare la tesi su un particolare aspetto di un certo filosofo. Al 70% le tesi di laurea in filosofia sono di questo genere. Poniamo anche che il filosofo sia abbastanza conosciuto: siamo già in svantaggio. Infatti è più difficile trovare un cantuccio libero da interpretazioni nel pensiero di autori su cui (poniamo in Italia) è stato scritto molto – ad esempio Aristotele o Nietzsche. Ma difficilmente il relatore ci consentirà di scegliere un filosofo troppo oscuro, in quanto lui stesso non lo conosce bene ed è improbabile che alla sua veneranda età vorrà seguirvi in fondo a questa avventura.
Bene! Siete laureati. Ma ora inizia l'imponderabile. Quale accidentata strada porta alla qualifica di 'filosofi'? Dovete vincere un dottorato. Magari riuscite e poi guadagnate pure la docenza di un corso. Questo era quasi insperato! Ma cosa si deve produrre per arrivare a questo punto? Impossibile che una casa editrice affidi ad un filosofo sbarbatello la scrittura di un saggio che finisce nelle librerie. Potete tentare con gli articoli scientifici. E qui conta