E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…
come lacrime nella pioggia.
 
La parte meno citata del monologo cinematografico più inflazionato
 
 
I romanzi più cari sono quelli che termini con una certa malinconia. Divori gli ultimi capitoli, ben conscio che il mondo, le persone – perchè tali sono diventati i personaggi – alle quali ti sei affezionato stanno per lasciarti per sempre. Non che tu non possa tornare a leggere di loro: ma è inevitabile che essi rimangano imprigionati nel tempo deciso dal narratore, le loro vite non possono protrarsi oltre la parola Fine. Allora ti domandi: cosa farà l'Angelo nero di Woolrich, una volta tornata a casa? Si ricongiungerà al marito, condurrà la vita di prima, oppure il ricordo dell'assassino amato le impedirà di riportare indietro le cose? Fate i vostri esempi, con i personaggi con i quali siete entrati maggiormente in empatia. Le storie che ci coinvolgono finiscono sul più bello, e ci scatenano il desiderio di sapere tutto quello che non è stato raccontato: quello che era 'prima', quello che sarà 'dopo', e quanto è stato 'durante' e l'occhio del narratore non ci ha dato di sapere.
Io invece vorrei conoscere: la vita del prete della "Messa è finita", quando smette di ballare sulle note di 'ritornerai'; se i protagonisti di "The ethernal sunshine of a spotless mind" torneranno insieme alla fine del film; se l'ultimo uomo sulla terra, in "Io sono leggenda" (di Matheson, non il film), riuscirà a sfuggire al patibolo.
E' meglio così: quando si conosce troppo, il racconto perde la sua qualità intrinseca, la limitatezza della narrazione. I libri, i film sono visuali anguste su un mondo più vasto, la cui visione completa spesso non è consentita nemmeno al  suo stesso creatore. La televisione invece è una narrazione senza fine, dove sappiamo tutto di tutti, e più ne sappiamo meno ce ne importa. I film ci lasciano quell'ardente desiderio, proprio perchè hanno una vita così breve: lì sta il fascino delle storie che raccontano.
Per questo motivo trovo tanto insopportabile la moda dei ritorni, dei sequel, delle saghe a capitoli, esercizi di prolissità narrativa di sceneggiatori incontinenti, o meglio, il più delle volte, astuti conoscitori di un pubblico vorace di intrattenimento. Dovevano lasciare morire Matrix dopo il primo film. Non dovevano resuscitare la trilogia di Guerre Stellari, il Padrino (in mancanza di Mario Puzo, ora lo scrive un ghost writer tedesco!), i libri di Sherlock Holmes. Più sappiamo, più ne viene corrotta la storia originaria. Ciò che era stato detto era già sufficiente – basta poca carta-pellicola per evocare il fascino di un mondo fantastico, l'immaginazione di ciascuno spettatore deve fare il resto.
Chi non vuole staccarsi da questo mondo potrebbe subire il contrappasso di Misery, il romanzo di S.King dove la 'fan numero 1' imprigiona il suo romanziere preferito affinché prolunghi la vita della sua eroina letteraria.
 
Dobbiamo avere il coraggio di far morire le nostre Misery, per preservarne un ricordo dolce, come quello che riserviamo ai romanzi più belli. Qualcosa di simile alla nostalgia di un amico conosciuto il tempo di un'estate, tanti anni fa. 
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