Viene da chiedersi ogni tanto perchè chi studia filosofia goda, per lo più, del disprezzo dell'uomo comune. Si noti che questo non succede con lo studioso di matematica, di economia, di biologia. Questi altri 'addetti ai lavori' godono di maggior credito presso la comunità; eppure la loro attività è spesso altrettanto teorica ed inessenziale ai fini strettamente pratici. Credo che la differenza stia nell'intrinseca vaghezza della filosofia intesa come matrice disciplinare. Non si sa cosa si studi, non si sa di preciso cosa "ricerchi" un "ricercatore" di filosofia all'università, non si sa che lavoro facciano questi filosofi, a parte gli insegnanti e i mantenuti. Nella percezione diffusa il corpo della filosofia divulgativa è costituito da un annaquato impasto di opinioni, espresse da quello e da quell'altro pensatore, rielaborate in forma suggestiva con l'aiuto di qualche '-ismo'. Mentre il biologo ha una vera conoscenza, alla quale l'uomo comune può avvicinarsi solo dopo anni di studi, lo studente di filosofia non è poi tanto diverso da chiunque di noi. Ha solo molto tempo libero e una certa attitudine per i voli pindarici della speculazione. La sua conoscenza è sterile erudizione, un bagaglio di aforismi e massime da bacio perugina, buone per scrivere l'epigrafe ai romanzi e intrattenere le ragazze alla prima uscita. Il filosofo divenuto adulto altro non è che un grazioso soprammobile della società in cui vive, un grillo che ogni tanto pesca qualche citazione dalla sua collezione e la espelle sotto forma di libro, ad uso e consumo dell'impiegato in vena di letture impegnate. 
La scuola dell'obbligo fortifica questa convinzione, nel presentare la materia come una cavalcata attraverso i secoli, dove ogni pensatore sostituisce la bislacca metafisica del predecessore con la propria, secondo un'impronta personaggistica e storicista di cui non c'è traccia nell'insegnamento di altre materie come chimica, fisica e matematica. 
 
Ritengo che questa descrizione satirica contenga in realtà molti dei pregiudizi di cui si compone la percezione dell'attività filosofica presso il grande pubblico.
Mi piace pensare che ciascuno sia in una certa dose responsabile dei propri mali. Perciò chi studia, divulga, pubblica la filosofia ha un concorso di causa in tutto questo. Ritroviamo il germe nei famigerati discorsi da autobus.
Vediamone alcuni:
 
– "Pirandello è un grande filosofo"
– "Einstein è un grande filosofo"
– "Fabrizio De Andrè è un grande filosofo"
– "José Mourinho è un grande filosofo"
 
Chi pronuncia queste frasi spesso assimila il concetto di 'filosofo' al concetto di 'portatore di idee nuove/forti'. Perchè tutti costoro possono essere 'filosofi' in senso lato e non li direste mai 'matematici' in senso lato? Eppure mi pare che le idee nuove&forti siano il sale della matematica, e la storia della disciplina è ricca di pensatori con tali caratteristiche.
In tale accezione, per essere accreditati come 'filosofi' è sufficiente avere delle opinioni, esprimerle, essere nobilitati per questo.
Eppure non credo che chiamare Pirandello 'scrittore' e De Andrè 'cantautore' sia un peggiorativo. Il discorso è un po' quello di chi assimila taluni scrittori di canzoni a poeti. Non c'è una scala qualitativa: semplicemente gli uni scrivono canzoni e gli altri scrivono poesie!
Se poi si volesse argomentare l'attribuzione 'filosofo' sostenendo affinità tra quel personaggio ed il pensiero di filosofi passati, allora si può rispondere che per ogni opinione potete trovare la sua bella citazione in calce, a firma di Platone, Kant, Pascal, Schopenhauer, Nietzsche, Heiddegger, Wittgenstein solo per indicare i più 'gettonati' nel settore degli aforismi. Pagate Galimberti, e lui vi troverà il collegamento tra Mourinho e l'esistenzialismo.
 
 
– "Filosofia della bugia"
– "Filosofia della danza"
– "Filosofia del paesaggio"
– "Filosofia delle carte"
– "Filosofia del mocassino"
– "Filosofia del seno
– "Filosofia dell'errore"
 
 
Ebbene sì, ogni oggetto, animato ed inanimato, concreto ed astratto, ha la sua bella 'filosofia di – ' nello scaffale di Feltrinelli. Ma cosa contengono queste opere, che si aggirano spesso tra le 150 e le 200 pagine? La domanda mi perseguita ogni volta che varco la soglia di una libreria. Non posso fare a meno di sfogliarli e leggere alcuni passaggi, per comprendere come sia possibile riempire tutto quello spazio con astrazioni e concettualizzazioni riguardo la danza, le tette e le carte.
 
La risposta è che il più delle volte il volume è una mistura di due ingredienti, somministrati con scarsa sistematicità:
 
– gradevoli foto, poesie, frammenti di opere letterarie che abbiano una qualche attinenza col tema.
 
– tutto quello che hanno detto molti filosofi di una qualche attinenza col tema (certe volte cascano le braccia a sapere cosa pensasse in materia di etica il filosofo noto per i suoi studi di epistemologia – quando ti chiedi perchè abbia ritenuto di condividere col mondo la propria nuda opinione su quello che non era 'il suo campo', puoi pensare che le cose siano andate in due modi: (1) I discendenti avidi hanno pubblicato tutte le cartacce che egli volle lasciare inedite (2) ad un certo punto si è detto: "embé, tutti i filosofi precedenti hanno lasciato la loro opinione sull'argomento: mi tocca. Al massimo i manuali destineranno alla cosa tre righe in fondo al capitolo, e il professore manco lo vorrà sapere all'interrogazione").
 
Il peggio che può capitare è un testo delirantemente condensato, che introduce miriadi di concetti barocchi senza definirli,con l'intento di intimidire ed imbarazzare il povero lettore a contatto con la sua finta complessità. Questa subdola operazione di marketing si attua spesso con l'intercalare "ontologicamente", con le ipostatizzazioni ("alterità", "realità") ed il proluvio casuale di termini tecnici ("nichilismo", "solipsismo") così come di formalismo pseudo-matematico ("l'x tale che", "siano A e B il seno destro ed il seno sinistro").
 
 
– "La filosofia dei Simpson"
– "La filosofia di Lost"
– "La filosofia di South Park"
– "La filosofia del Dr. House"
 
Un sottogenere di grande successo ultimamente è la filosofia pop. Quando ci sono più autori, il risultato può essere accettabile (esempio: la filosofia dei Simpson). Quando l'autore è uno solo, spesso si tratta di un 'istant book' volto a cavalcare la moda televisiva del momento.
Quello che prevale in queste opere è la ricerca di temi trattati dal serial/telefilm, sui quali qualche filosofo abbia detto la sua. Non è un compito difficile, considerando che certi filosofi hanno scritto talmente tanto o hanno lasciato testi così vaghi e criptici che possiamo trovarci tutto ed il contrario di tutto; soprattutto, possiamo trovarci il famoso 'nesso' con il telefilm. Il grado di approfondimento sarà comunque il più delle volte inferiore a quello che una qualunque rivista specializzata del settore (e senza l'insegna "la filosofia di – "!) può esprimere.
 
 
Ho proposto, tra il serio ed il faceto, alcuni esempi di cattivio servizio reso alla filosofia. "Ah sì, e quali sarebbero i decantati esempi positivi?" Si chiederà qualcuno. "Crede che la filosofia dovrebbe essere tutta in formule come la matematica e la fisica" maligneranno altri. Dopo la pars destruens, mi tocca rispondere con la pars construens. Nella prossima puntata, vorrei cercare di proporre qualche esempio credibile di 'buona' divulgazione filosofica.

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