Capita molto spesso di ascoltare oratori incauti, i quali citano risultati scientifici in modo impreciso oppure erroneo per sostenere le proprie tesi.
Vi sono in particolare due ambiti nei quali questo abuso si manifesta su larga scala: la divulgazione delle filosofie orientali e la riflessione cosiddetta 'postmoderna'.
Nel primo caso, non si risparmiano connessioni tra induismo e meccanica quantistica, tra Buddha ed Heisenberg, e via dicendo. Una tesi particolarmente condivisa è che quanto ha prodotto la fisica nel novecento (dalla teoria della relatività ristretta in avanti) sia in una certa misura una 'corroborazione' di alcune convinzioni comuni alle filosofie orientali, riguardo il mondo ed il nostro rapporto con esso.
Possiamo individuare nel "Tao della fisica" l'incipit di questa appropriazione indebita – continuata poi con un altro libro, "fisica lisergica" (e sicuramente ne sono stati pubblicati molti altri che non conosco). Le teorie fisiche del XX secolo sarebbero interpretabili in direzione di un "olismo della vacuità", al quale la saggezza orientale era del resto giunta con largo anticipo.

La seconda cordata è costituita dai cantori del post-moderno, in particolare Laveitre. Il postmoderno nelle sue varie forme predica la fine di ogni riflessione teorica di ampia portata, dunque la fine della 'verità' in termini assoluti, l'avvento del 'pensiero debole' e del primato della pratica. Le "prove" predilette in questo caso sono costituite da alcuni risultati di logica matematica (i teoremi limitativi di Godel, Tarski e Church) ed ancora l'immancabile teoria della relatività di Einstein – del resto, basta fermarsi al nome per capire che "il succo" può essere riassunto nella massima "Tutto è relativo"!

Vorrei porre in evidenza che non c'è nulla di sbagliato nel tentare analogie tra campi diversi della conoscenza. Quello che infastidisce è la pochezza e la sufficienza con la quale si chiamano in causa certi temi scientifici. Nessuno si sognerebbe di citare in modo erroneo le terzine di Dante. Capita invece di frequentare "circoli letterari" dove un relatore, nonostante una preparazione non adeguata, si esibisce in incauti 'parallelismi' scientifici – E magari fa pure bella figura, se i presenti non hanno gli strumenti per notare la sua impreparazione.
Spesso si sopperisce ad una scarsa conoscenza del contenuto matematico di una teoria con la conoscenza di alcune sue interpretazioni oppure con le metafore utilizzate dall'autore o da altri per descriverne le scoperte. Tuttavia, le "fonti di seconda mano" non possono costituire un sostrato adeguato, soprattutto di fronte ad analogie così ardite come quelle che si vedono in giro.
La mancata consapevolezza di questo aspetto denota una scarsa cultura del lavoro matematico e scientifico, dei suoi metodi e dei suoi risultati. Talvolta, se anche qualcosa viene recepito, viene schedato mentalmente tra le 'curiosità', l'aneddotica, i 'paradossi della scienza moderna', nelle cui scoperte tendiamo a 'credere' piuttosto che cercare di 'capire'.

Questa piccola perorazione potrebbe ritorcersi contro di me, dal momento che ho dipinto le filosofie orientali e le correnti di pensiero sul postmoderno in modo inevitabilmente approssimativo, quasi parodistico. Bravi! Ed ora ritorco ulteriormente, proponendo tre brevissime 'correzioni' a tre delle 'storture' che trovo più odiose (il 'ritorcersi' deriva dal fatto che, forte della mia maturità classica e non avendo preparazione scientifica universitaria, sono anche io un dilettante le cui fonti sono in una buona parte 'di seconda mano').

1) "La teoria della relatività ci dice che tutto è relativo all'osservatore"

Probabilmente questa sentenza si riferisce alla teoria della relatività 'ristretta', i cui risultati sono forse noti in misura maggiore rispetto alla teoria generale (la celebre equazione E=mc^2 appartiene alla prima teoria, non dalla seconda).

Il presunto 'relativismo' del lavoro di Einstein è una bugia colossale, in quanto la teoria della relatività, a dispetto del nome, nasce dal tentativo di rendere le leggi dell'elettromagnetismo invarianti rispetto al sistema di riferimento – fare insomma con le equazioni di Maxwell quello che le trasformazioni di Galileo avevano fatto per le equazioni del moto di Newton.

La teoria della relatività generale procede ulteriormente in direzione dell'invarianza delle leggi della fisica. In particolare, la sua intuizione principale è che possiamo trattare tutti i sistemi di riferimento come sistemi inerziali – infatti possiamo considerare i sistemi accelerati come sistemi inerziali sui quali agiscono delle forze, ovvero dove la geometria è non-euclidea.

Dunque un appellativo più giusto potrebbe essere "teoria dell'invarianza", come lo stesso Einstein la chiamava prima che Planck suggerisse il nome che tutti oggi conosciamo. Del resto, lo stesso Einstein ci ha messo del suo per perpetuare la falsa credenza che la sua teoria predichi "tutto è relativo" – basti pensare al noto aforisma sul tempo trascorso in compagnia della donna amata.

2) "Il principio di indeterminazione di Heisenberg dice che l'osservatore perturba il sistema osservato".

Non tutti sanno che il noto risultato di Heisenberg non ha per necessità implicazioni epistemologiche così marcate.
In realtà, la frase tra virgolette interpreta la prima ipotesi di Heisenberg, quando gli sviluppi del formalismo matematico lo condussero a sorprendenti scoperte rispetto ai fenomeni osservabili al livello atomico.
"L'indeterminatezza" in termini un po' più precisi sarebbe la proporzionalità inversa tra la precisione di misurazione di due proprietà osservabili di una particella o di un elettrone: il caso che più colpisce l'immaginazione riguarda le proprietà della velocità e della posizione. Infatti, tanto più precisamente misuriamo l'una, tanto meno precisamente possiamo misurare l'altra. Dunque non saranno mai entrambe determinate in modo completo, allo stesso momento.
Questa proprietà degli 'osservabili' al livello atomico è l'interpretazione di un fatto matematico: la non-commutatività della composizione di matrici.
Se una matrice descrive una proprietà osservabile, il fatto che la loro composizione non goda della commutatività indica che due proprietà non possono essere misurate insieme con precisione arbitraria.
Tutto qui! La prima idea di Heisenberg, quella dell'influsso dell'osservatore, non è l'intuizione corretta, come egli si accorse in seguito. Infatti l'indeterminazione è intrinseca al formalismo delle matrici , dove non compare una variabile-osservatore. La non-commutatività è interpretabile come una impossibilità di misurare in termini assolutamente precisi due quantità; riflessioni su osservatori ed osservati vanno oltre quanto dice effettivamente la matematica di cui Heisenberg si serve.

3) "Dopo Godel sappiamo che nessun sistema (metafisico?) può contenere tutte le verità".

Dal primo teorema di incompletezza di Godel consegue che qualsiasi sistema formale assiomatico non-contraddittorio con risorse espressive adeguate ad esprimere gli enunciati dell'aritmetica non potrà mai avere tra i suoi teoremi tutte le verità dell'aritmetica. C'è dunque una asimmetria tra quanto è "vero" nell'aritmetica e quanto è "dimostrabile" in un sistema formale con le suddette caratteristiche.

Le misinterpretazioni nascono forse dall'imprecisione della formula "risorse espressive adeguate" e scarsa considerazione per le precisazioni "sistema formale assiomatico" e "verità dell'aritmetica".
Ci si è richiamati al teorema di Godel per gli scopi più disparati: mostrare la contradditorietà (?) della Bibbia, decretare la fine della teoresi, della metafisica, l'inafferrabilità della verità.
Certi voli pindarici sono talmente fuorvianti che non è possibile darne una confutazione seria. Una applicazione più interessante riguarda però un campo, le scienze cognitive, dove effettivamente l'analogia ha un suo senso. Infatti, le 'macchine calcolatrici' (diciamo i Computers) possono essere viste come sistemi formali assiomatici, e possono rispondere ai requisiti di espressività sopra enunciati. L'argomento in questo caso è che (1) Un computer è soggetto all' 'incompletezza' descritta da Godel: cioè non può dimostrare (computare) tutte le verità dell'aritmetica. In particolare non può dimostrare l'enunciato "T" di Godel, indimostrabile ed irrefutabile. (2) La nostra mente conosce tutte le verità dell'aritmetica, in particolare può comprendere l'enunciato "T". (3) La nostra mente è qualcosa di più di una macchina – (un'anima, una sostanza disincarnata?).

Il punto debole del ragionamento riguarda l'assimilazione tra "comprendere", "capire" da una parte, e "computare", "dimostrare" dall'altra.
Inoltre, anche accettata tale assimilazione, siamo proprio sicuri che "comprendiamo" tutte le verità dell'aritmetica?   In "Godel, Escher, Bach", Hofstader costruisce, a partire dagli stessi risultati di Godel, un enunciato della matematica talmente 'abnorme' che la sua scala di grandezza sfugge alla nostra comprensione.

Tutto questo per dire che il teorema di Godel riguarda la matematica, riguarda i sistemi formali ed il rapporto tra verità e dimostrazione.
Riguarda in particolare la verità "semantica", relativamente ad un modello, una nozione tecnica che non deve mescolarsi all'idea vaga di 'verità' che tramanda certa cattiva divulgazione filosofica.
Il teorema non riguarda dunque la "verità metafisica"; non si applica alla letteratura, all'arte, ai sistemi di pensieri o politici; è criticabile il suo rapporto con il dibattito mente-corpo.

Personalmente, sono sempre rimasto meravigliato in misura maggiore dai mezzi dimostrativi (meta-dimostrativi) inventati da Godel per provare il suo teorema, piuttosto che dall'effettivo enunciato di quest'ultimo. Non è forse questo sufficiente a destare interesse ed ammirazione, senza coinvolgere per forza "la vita, l'universo e tutto quanto"?

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