Archive for ottobre, 2011


 
 "I am neither a traitor nor a spy, I only wanted the world to know what was happening."
 
"We don't need a Jewish state. There needs to be a Palestinian state. Jews can, and have lived anywhere, so a Jewish State is not necessary."
M. Vanunu, 2004
 
 
Israele possiede armi nucleari da almeno 40 anni. Ma non ha mai ammesso in forma ufficiale di aver avviato un programma nucleare. Si tratta di fatti risaputi, come anche sono risaputi i motivi per i quali tale atteggiamento e' stato sempre tollerato dalle potenze europee e statunitensi.
 
Tuttavia, meno nota e' la storia di Mordechai Vanunu. Tecnico nucleare israeliano, nel 1986 Vanunu squarcio' il velo di segretezza intorno al programma nucleare del suo paese concedendo una intervista al Sunday times, previo versamento di un cospicuo compenso. 
Subito dopo le rivelzioni al tabloid inglese Vanunu venne approcciato da una certa "Cindy", che lo convinse a volare in Italia per una vacanza romantica. Cindy era in realta' un agente israeliano e Vanunu venne sequestrato a Roma dal Mossad (una delle operazioni che contribuirono al 'mito' dell'organizzazione) con il beneplacito dei servizi italiani.
 
Rivelare la verita' ad un paese straniero costo' a Vanunu l'accusa di alto tradimento, un processo per direttissima a porte chiuse che lo condanno' a 18 anni di carcere. Una sentenza durissima che tuttavia si porta dietro altri aspetti inquietanti. Ogni contatto con l'esterno venne proibito.
Nessun media poteva farsi rilasciare dichiarazioni da Vanunu (che tuttavia aggiro' il divieto con l'espediente di scrivere dettagli della detenzione sul palmo della mano, vedi foto). Un tempo interminabile, 11 anni, vennero passati in completo isolamento, sottoposto a torture psicologiche e trattamenti inumani – a detta di Vanunu, il suo essere stato cristiano prima di convertirsi all'ebraismo accentuo' le crudelta' dei suoi aguzzini.
 
Dopo altri 7 anni, nel 2004, Vanunu usci' finalmente di prigione. Tuttavia la sua dentenzione, in termini di liberta' personale, non era affatto terminata, assumendo anzi i connotati di una vera e propria persecuzione.
Vanunu non puo' avere contatti con cittadini non israeliani. Non può avvicinarsi ad ambasciate e consolati. Non può possedere un telefono cellulare o accedere ad Internet. Ovviamente, non può lasciare lo stato di Israele.
 
Vanunu ha ripetutamente fatto domanda di asilo politico a stati europei, tra cui la Norvegia, senza tuttavia riuscire mai a lasciare Israele. Nel 2007 e' tornato in carcere per essersi spinto in Cisgiordania, sotto il controllo israeliano ma formalmente al di fuori del territorio statale.
 
 
Poche voci, tra cui Amnesty International, hanno richiamato l'attenzione sulla condizione di questo prigioniero politico, la palese violazione dei suoi diritti fondamentali, l'irragionevolezza del supplizio e le torture subite. Resta il dubbio che tali voci sarebbero state molto piu' numerose e decise se il Poseidone dell'odissea personale di Vanunu non si fosse chiamato Israele. 
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Gli studenti protestano. Mica da oggi, e non certo oggi in particolare: protestano da sempre, e se vogliamo proprio circoscrivere consideriamo che protestano ad ogni proposta di riforma-Gelmini. Ma quale significato ha questa protesta? Quali ragioni? Quale rilevanza?
 – Gli organi di governo a livello mediatico ne rifiutano totalmente i presupposti, rinunciando a qualsiasi comprensione.
– Gli organi dell'opposizione di governo a livello mediatico ne abbracciano incondizionatamente i presupposti, rinunciando a qualsiasi comprensione profonda, o meglio riprendendo solo cio' che torna utile alla formazione dello slogan del momento (esempio emblematico: ora qualsiasi individuo tra i 20 ed i 30 che fa casino in qualche parte del mondo e' automaticamente un 'indignado').
– E gli studenti stessi? Sono coloro che dovrebbero comprendere meglio le ragioni del loro scontento. Ed invece hanno le loro colpe, che quasi mai sono messe in luce, perche' chi li critica di solito impedisce ogni forma di dialogo (vedi punto 1).

Restringiamo il raggio d'azione, altrimenti il discorso si fa vago: Universita', facolta' di Filosofia, Riforma Gelmini, periodo 2008-2010.

Il velleitarismo: peccato originale dei tanto decantati 'movimenti dal basso', consiste non solo nell'impossibilita' di raggiungere i propri scopi, ma nell'inconscia accettazione di tale impossibilita'. Allora la 'missione' si annacqua e si decline in varie divagazioni e convincimenti, quali ad esempio che 'conta anche solo far sentire la propria voce' e 'organizziamo il cineforum', 'occupiamo…perche' in questi casi si occupa, no'?
I tassisti ed i cobas del latte, che non avranno visto la filmografia di Elio Petri e letto Gadamer ma sono gente spiccia, quando vogliono qualcosa si mettono di traverso sull'autostrada. Poi c'e' da scommetterci che li ascoltano ed esaudiscono le loro richieste.
Questo non significa che il ricatto sia l'unica forma di protesta, ma almeno non bisogna partire rassegnati in partenza.

La part construens: questo punto, bisogna ammetterlo, e' avanzato e sentito da molti. Dove sono le proposte? Cosa ben diversa dagli slogan. Gli slogan aggregano, le proposte dividono. E richiedono una certa competenza in materia. Come si coordina un movimento cosi' multiforme a livello nazionale per giungere alla sintesi di una contro-riforma decisa di comune accordo? Il fine principe sembra piuttosto quello di fermare, di boicottare: allora gli studenti non possono sottrarsi all'accusa di difendere lo status quo. La part construens nella mente di molti puo' riassumersi (anche se non e' facile ammetterlo): vogliamo avere il tenore di vita dei nostri genitori, vogliamo ottenere un lavoro a tempo indeterminato senza lo sforzo di cercarlo ed il rischio di non trovarlo, vogliamo mantenere tutti i privilegi dell'ordinamento universitario, come ad esempio la possibilita' di ridare un esame un numero infinito di volte. Dove sta la ragionevolezza? Viva il velleitarsimo allora.

Non stupisce e dovrebbe insospettire che i professori si trovino a fianco degli studenti e ripetano sostanzialmente gli stessi concetti. Queste contraddizioni e note stonare emergerebbo con maggiore facilita' se non mancasse

L'autocritica: la radice di gran parte degli insuccessi di tali movimenti e' la convinzione che tutti i problemi stiano al di fuori. Lo studente e' un vessato, un povero martire che patisce la congiuntura economica, la congiuntura politica, la pressione di una societa' iniqua ed ingiusta. Ah, se solo fosse lasciato libero di esprimere la propria creativita'! (orrbile congiunzione tra sinistra movimentarista e Maria de Filippi, il fatto che se ciascuno 'esprime se' stesso' allora va tutto bene)

Ma davvero gli studenti non hanno alcuna colpa, in questa societa' iniqua ed ingiusta? Ho cercato di argomentare come ne abbiano eccome. Ed anche come dovrebbero cercare dentro se stessi per primi il cambiamento che desiderano negli altri – posto che sia chiaro cosa desiderino, e che sia davvero auspicabile che si avveri.
E' infatti auspicabile una Facolta' di Filosofia dove nessuno e' discriminato in nessun senso, dove le porte sono sempre aperte ed il 30 sempre a portata di mano? Sia mai, anche l'operaio deve poter volere il flglio dottore. L'uso retorico di esempi decrepiti ("operaio"?) affossa qualsiasi tentativo di dialogo su questo arogmento. Si equipara la selezione sul merito e la selezione sulla condizione economica, come se fossero la stessa cosa.  Invece e' proprio l'egalitarismo coatto la vera ingiustizia. E' l'impossibilita' di accettare qualunque meccanismo meritocratico la grande mancanza nella visione proposta dai movimenti.
Gia', sarebbero misure impopolari….
Ma alla lunga, chi trarrebbe vantaggio? Gli studenti! Sia quelli piu' bravi e portati, che vedrebbero riconosciuto il loro talento e premiati con il tanto agognato lavoro, sia quelli meno bravi (esistono! Checche'  tendano a scomparire dai discorsi), a cui il parcheggio universitario non puo' che fare un danno ed aggravare con gli anni la loro frustrazione – vi sono trentenni nella paradossale situazione di avere un libretto eccellente di tutti 30, ma ottenuti in sei-sette anni di immatricolazione.

Quali sono allora le proposte concrete?
Il problema della facolta' di Filosofia e' che e' un imbuto che lascia passare tutto. Entrano tanti parcheggiati, tanti scarsamente motivati o poco portati, ed escono con le stesse medie e voti di laurea di tanti altri studenti bravi e motivati. Con la complicita' di professori a cui non va di passare per impopolari ed un sessantottismo di ritorno fa credere di fare il bene degli studenti dando tutti 30 all'esame.
In tal modo si crea la situazione che chiunque puo' laurearsi impunemente in filosofia, ed ottenere pure un punteggio massimo o vicino al massimo. Poi dopo ci si accorge di essere in tanti, e con nessuna idea chiara su cosa fare per mantenersi. L'insegnamento? E' perverso pensare che tutti gli studenti a cui e' stato insegnato possano diventare a loro volta insegnanti. C'e' un evidente problema di numeri, a  meno che introduciamo l'insegnante personale per ogni studente al fine di rispettare il rapporto 1:1.
In fondo si tratta sostanzialmente di un eccesso di offerta. Per uscire dall'empasse propongo i seguenti correttivi, che coinvolgono un ripensamento da parte sia delle istituzioni che delle persone al loro interno.  Sarebbero misure a costo 0, che tuttavia quasi nessuno osa (vuole? Ha intesse? ) proporre.

1) Introduzione del numero chiuso a Filosofia – sulla base di un test d'ingresso congiunto al voto di Maturita'.
L'offerta si riequilibria la domanda. Certo, tanti escono dal liceo con tanta voglia di studi filosofici. Anche io avrei tanta voglia di saper scrivere libri e dirigere film: questo non vuol dire che ne sia capace, che ne abbia il talento.
Entra solo chi davvero vuole studiare, e non chi e' chiaramente inabile allo studio, ne' che si intende piazzarsi li' in attesa che qualche imponderabile agente esterno intervenga a modificare il corso della sua vita.
Questa prima barriera non e' decisiva, e non dovrebbe preoccupare troppo lo studente, ma opera gia' una blanda selezione.

2) Ripensamento da parte dei docenti del sistema di voti – nessuno fa mai delle statistiche? Nell'Universita' Olandese (mica americana) la varianza dei voti assegnati viene passata al vaglio ogni anno e si presta attenzione ad ogni minima anomalia. Se si facesse un rapporto a Filosofia in una Universita' Italiana, credo che salterebbe fuori che almeno 2/3 degli studenti prende 30 agli esami. Questo e' ridicolo. E controproducente, perche' fa danno sia a quelli che hanno preso 30 e l'avrebbero preso anche con criteri assai piu' severi, sia a coloro che hanno preso 30 e non hanno reale cognizione della propria preparazione.
Se il problema e' psicologico, si torni ai voti da 0 a 10. Quanti di voi prendevano tutti 10 al liceo? Chissa', magari dopo anche 8 (cioe' 24) diventa un bellissimo voto.

3) Richiesta di partecipazione attiva alle lezioni. Che non significa, come dicono molti, che il primo che passa puo' sparare la sua sull'assoluto e quello che dice ha lo stesso valore del professore perche' "abbasso le lezioni frontali ed i baroni" eccettera.
Invece, si potrebbe richiedere un lavoro di sintesi personale, che non consista esclusivamente nel presentarsi a fine semestre a ripetere a comando quei quattro-cinque concetti presentati a lezione. 
Ad esempio: si potrebbe richiedere agli studenti di fare una presentazione, nella seconda parte del corso, in gruppo od individualmente, al resto della classe, e ricevere un 30% del voto finale su di essa.
Si potrebbe chiedere di scrivere un breve articolo in cui e' anche possibile avanzare, con argomenti, la propria visione sui temi del corso.
Non dico che tutto cio' non si faccia gia' in alcuni corsi, ma che dovrebbe diventare un costume accettato. Ne trarrebbe giovamento soprattutto lo studente che, in seguito, si trovera ad affrontare le sfide lavorative che la facolta' di Filosofia di solito non ti insegna ad affrontare: lavorare in gruppo, saper scrivere in italiano corretto (vi stupireste…), saper esprimere ed argomentare idee proprie.

4) Valutazione continua e serrata della qualita' degli insegnamenti. Visto che con i precedenti punti abbiamo vessato gli studenti, ora vessiamo i professori. Il problema non e' solo, come dicono molti, quello dei baroni, quello delle lezioni frontali e del rapporto non paritario tra studenti e professori (che stupidaggine, come se io pagassi la retta per sentire quello che ne pensa di filosofia teoretica quello che siede accanto a me e che potrei ascoltare gratis al bar). Il problema sta nei contenuti, nel lassismo e nella scarsa qualita' di certi insegnanti. Nella loro assenza di motivazione, nel loro stagnare negli stessi temi senza aggiornarsi da 30 anni, senza tentare di migliorarsi.  Nel loro fare meta' delle ore previste, nel presentarsi sempre tardi, con il tacito assenso dello studente che vede profilarsi ore di svago ed un esame 'leggero'.
Basta con i corsi 'opachi' dove situazioni improponibili e vistose carenze si trascinano negli anni nell'indifferenza (o peggio, nella complicita') generale. Non dico di licenziare i cattivi professori (siamo pur sempre nel settore pubblico), ma richiami e attestati di stima dovrebbero essere all'ordine del giorno per mantenere i professori motivati e dare agli studenti un controllo diretto sulla qualita' di cio' che gli viene insegnato. Richiami ed attestati che non devono passare nelle infinite maglie temporali e spaziali della burocrazia (che fagocitano le fallimentari schede di valutazione), ma essere competenza diretta di organi snelli e competenti, propri di ciascun corso di laurea, formati sia da studenti che da professori che prendano con serieta' il loro compito.

I miei suggerimenti non sono astrusi, ma forse comunque utopici, perche' chiederebbero in primo luogo un cambiamento di mentalita'. Cio' che propongo e' l'introduzione di qualche blando elemento di meritocrazia e di trasparenza che coinvolga professori e studenti nella sostanza, e non solo nella forma. Nuove forme di partecipazione e cooperazione che non siano uscite, per una volta, dai modelli degli anni sessanta-settanta.
Il punto focale e' chi trarrebbe vantaggio da tali cambiamenti. Io dico che ne trarremmo vantaggio tutti noi, tutti gli studenti. Ne trarrebbe vantaggio piu' in generale la condizione ed il prestigio sociale e lavorativo del laureato in filosofia, eterno spernacchiato dell'Universita' italiana.